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L’Ottavo Colore: “Andiamo verso un mondo senza omofobia”

Guerre e terrorismo ci hanno insegnato che in occasioni come queste, per portare rispetto alle vittime, è opportuno osservare un minuto di silenzio. Omicidi e cataclismi ci hanno dimostrato che è difficile, se non impossibile, anche solo trovare la forza per strapparci di dosso questi bavagli di dolore, disperazione e frustrazione, perché il cordoglio può serrarci le labbra, può offuscarci la vista. Per secoli, odio e fucili hanno ucciso così tante persone, senza ritegno e senza fare distinzioni, che i loro silenziosi proiettili hanno prodotto boati di dimensioni talmente grandi da stendere veli di lutto a livello mondiale.
Mi chiamo Riccardo e, a nome dell’associazione L’Ottavo Colore, mi unisco al coro di coloro che diranno che la strage di Orlando ha lasciato il mondo senza parole. Oggi vorremmo essere a casa, tra i nostri cari, pensando alla nostra quotidianità, e invece siamo qui, e commemoriamo chi a casa non ci tornerà più; siamo qui per onorare chi non è più tra le nostre fila, chi aveva dei piani per il weekend, chi una famiglia, dei cari, una quotidianità, chi degli obiettivi o una causa per la quale lottava, e, in una notte, ha perso tutto per mano di uno dei tanti mostri che, del silenzio, hanno fatto un’arma di distruzione di massa. Oggi abbassiamo la testa, ci fissiamo le punte dei piedi e preghiamo che bestialità come queste non avvengano più; chiudiamo gli occhi e fingiamo che non siano mai avvenute. Oggi, nel doloroso buio tra le palpebre e le pupille, lasciamo che scorrano fiumi di lacrime mute.
Oggi, nell’assordante silenzio delle nostre piazze, udiamo il nome di una bestia, Omar Mateen, il quale, credendosi forse dio, o forse semplicemente migliore di noi e di quelle altre 50 persone a Orlando, ha tolto loro la vita, e a noi ha tolto le parole.
Ma oggi, dopo il silenzio, dopo il rispetto, dopo la preghiera, a nome de L’Ottavo Colore, io voglio ridare voce a coloro che la voce non ce l’hanno più.
Dobbiamo riaprire gli occhi, rialzare la testa e guardarci l’uno nelle lacrime dell’altro, dobbiamo scambiarceli, questi occhi, passarceli tra le mani come fossero diamanti, dobbiamo farne tesoro e diventare consapevoli che quello che vediamo è uno schifo, è un inferno di infiniti gironi; e non se ne intravvede la fine.
E a quel punto, all’unisono, dobbiamo gridare, che sia un glorioso canto di ribellione o soltanto scoordinati fiumi di parole, non ha importanza. Se preghiamo, lo facciamo per avere la forza per ricominciare a parlare.
Il dodici giugno è stata una giornata terribile, è vero, ma più terribile ancora sarà il silenzio che la seguirà, se permetteremo a questa disumanità di coprire il suono delle nostre voci. Più mostruosi ancora saranno gli attentati, se lasceremo che questo odio, queste bombe e questi fucili sfiorino le nostre orecchie per un paio di giorni, prima dei 60 secondi di silenzio istituzionale, per poi gettare tutto nel dimenticatoio, assieme a guerre, omicidi e oceani di sangue che, ancora, non ci hanno insegnato proprio niente.
Oggi commemoriamo, oggi onoriamo, oggi portiamo rispetto; domani, però, battiamo i pugni sul tavolo e vomitiamo fiumi di parole; lottiamo, litighiamo e facciamo l’amore, tutto rumorosamente, affinché il nostro boato sia più forte del loro odio, affinché le nostre voci siano più alte delle loro esplosioni, affinché il nostro coraggio sia più spaventoso del loro codardo tentativo di fermare la storia.
Mi chiamo Riccardo e, a nome di tutti, ho un messaggio per coloro che si sono messi un gradino più in alto e, senza dire una parola, hanno iniziato a sparare: avete già perso. Noi continueremo a parlare; i vostri massacri non tarperanno le nostre ali, la vostra violenza non cucirà le nostre labbra. A prescindere dal numero di armi che possedete nei vostri arsenali, fintanto che ci sarà anche solo una persona che risponderà al vostro inferno con gesti d’amore, stringendo la mano del suo compagno o compagna in mezzo alla strada, in discoteca o davanti ai vostri occhi, avrete perso.
Perciò stringiamoci le mani e salutiamoci così: uniti, l’uno legato all’altro da quel filo invisibile che, dalla mia anima alla tua, diventa àncora di salvezza in momenti come questi, che diventa ispirazione per dare un po’ di più, a partire da adesso; filo invisibile che è lo stimolo per dire “basta” quando “gay” e “lesbica” diventano prima insulti, poi sputi davanti al teatro Regio, poi lame, poi calci e pugni, poi balconi dai quali quotidianamente gettarsi quando si è esaurita ogni speranza, prima che insulti, sputi, calci e pugni divengano armi da fuoco e stragi in discoteca alle due di notte.
Guardiamoci. Onoriamo le vittime di ieri e ricordiamo di onorare quelle di domani, e portiamo loro rispetto. Ma domani impugniamo le nostre armi, amore e voce, e gridiamo fino a non avere più aria nei polmoni, così forte da dimenticare il nome della bestia, che è una come tante.
Mi chiamo Riccardo e ho un messaggio per tutti noi: c’è ancora tanta strada da fare, e sarà dura; ma, davanti a questo altare, vi chiedo, vogliate sposare la mia causa, vogliate sposare me, e i miei amici, i miei fratelli e sorelle morti ieri a Orlando; vogliate guardarmi negli occhi, vogliate tenermi per mano e seguirmi nella direzione giusta, quella verso un mondo che, fiero, potrà dire “ho sconfitto l’omofobia – nessuno dovrà più morire per mano di una bestia come tante”. Ci siamo quasi, e, come ho già detto, loro hanno già perso. Ora, a noi, tocca vincere.

Riccardo Rivela
Associazione di promozione sociale e culturale LGBTI di Parma “L’Ottavo Colore”

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