Videosorveglianza: più integrazione tra le forze dell’ordine

«Non per fare polemica, ma a marzo il Ministero ci ha disattivato l’accesso al database dei veicoli rubati, mentre servirebbe, al contrario, un collegamento tra tutte le banche dati delle forze dell’ordine per creare un sistema di videosorveglianza centralizzato a livello nazionale. Questo sarebbe il vero salto di qualità».

Parola di Franco Drigani, comandante della Polizia Locale dell’Unione Pedemontana Parmense, intervenuto nella mattinata di lunedì 4 dicembre alla Corte di Giarola al seminario “Videosorveglianza e Sicurezza tra quotidianità e grandi eventi”, organizzato dall’ente sovracomunale in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, il Forum Italiano per la Sicurezza Urbana e l’Associazione Nazionale dei Funzionari di Polizia.

L’Unione Pedemontana, con la sua rete “Occhi Vigili” da 100 telecamere, rappresenta certamente un modello. A poco più di un anno dalla sua attivazione i 48 “varchi” con tecnologia OCR, in grado cioè di leggere le targhe dei veicoli e segnalare subito quelli rubati, senza assicurazione o revisione, hanno registrato ben 115 milioni di transiti. E il sistema ha già contribuito ad assicurare alla giustizia gli autori di diversi crimini, alcuni dei quali particolarmente efferati. Per esempio i responsabili del duplice omicidio di San Prospero del 27 dicembre 2016, la banda capeggiata da un minorenne denunciata lo scorso luglio per furto e tentato duplice omicidio. Le telecamere hanno inoltre permesso di sventare furti e ritrovare auto rubate tra le quali, ironia della sorte, quella di Enrico Tedeschi, il progettista di “Occhi vigili”.

Una videosorveglianza, quella pedemontana, che funziona, grazie anche all’ottima collaborazione con l’Arma dei Carabinieri. Ma potrebbe funzionare ancora meglio, se si potessero mettere in rete le informazioni tra tutte le forze dell’Ordine. Su questo, annoso tema, è intervenuta anche l’onorevole Patrizia Maestri, che ha spiegato come il decreto Minniti preveda proprio la condivisione dei dati «che però non si è ancora attuata in mancanza di un regolamento che ne definisca i termini». Un decreto, quello del ministro dell’Interno, che ha stanziato risorse importanti per ampliare la rete di occhi elettronici in tutto il Bel Paese: «Sette milioni per il 2017 e altri 15 tra il 2018 e il 2019», ha sottolineato la parlamentare.

L’Unione Pedemontana, da parte sua, in questi anni ha investito tanto sulla videosorveglianza, ha ricordato la presidente, e sindaco di Felino, con delega alla Sicurezza e Protezione Civile Elisa Leoni: «Abbiamo stanziato oltre 500 mila euro e siamo convinti che la sicurezza sia il tema sul quale le amministrazioni, all’interno delle sue varie sfumature, debbano concentrarsi e darsi delle priorità».

Il sistema di telecamere del Comune di Milano, illustrato dal dirigente meneghino dell’Area Sicurezza e Protezione Civile Cristiano Cozzi, è già a disposizione delle forze dell’Ordine, del 118 e conta 2.000 telecamere, che in un prossimo futuro verranno integrate con le 3.000 di ATM, l’azienda dei trasporti. «Il software è fondamentale – ha aggiunto Cozzi – per inviare allerte agli operatori nel caso in cui occorra intervenire, anche perché è impensabile che una persona possa fissare continuamente un numero così imponente di immagini». Occorre arrivare ad un monitoraggio sempre più «proattivo», in grado cioè di segnalare le situazioni di pericolo e le criticità. La parola d’ordine è “prevedere” ed è qui che si inserisce la necessità di un’accurata georeferenziazione della criminalità, per poter individuare i punti più sensibili dove piazzare le telecamere, come hanno spiegato Scipione de Leonardis e Nicola Gallo, Primi dirigenti della Polizia di Stato, illustrando il caso di Faenza. Perché decidere dove “aprire gli occhi elettronici” è fondamentale, come ha sottolineato Enrico Tedeschi spiegando la logica utilizzata nella rete dell’Unione, dove prima di tutto si è deciso di perimetrare il territorio piazzando dei varchi OCR in entrata e in uscita lungo le strade di accesso ai cinque comuni.

Silvia Signorato, ricercatrice dell’Università di Padova, ha analizzato la videosorveglianza dal punto di vista giuridico, illustrando le condizioni in cui le immagini possano permettere l’arresto in flagranza di reato. E non è affatto semplice. «Per prima cosa occorre che il fatto emerga in modo inequivocabile – ha spiegato –. Poi deve trattarsi di un reato commesso con violenza, a persone o cose, e alla presenza di più persone. L’arresto non è inoltre previsto per ragioni di sicurezza e incolumità pubblica». Ultima condizione, le manette devono scattare entro 48 ore.

Dal seminario, con relatori di alto livello che si sono rivolti a una platea qualificata composta da sindaci e rappresentanti della Polizia Locale di diversi comuni dell’Emilia-Romagna, sono emersi numerosi spunti di riflessione, efficacemente riassunti dal moderatore Gian Guido Nobili, Responsabile Area Sicurezza Urbana e Legalità della Regione e Coordinatore tecnico del FISU (Forum Italiano per la Sicurezza Urbana). E ancora una volta è emerso come la legislazione segni il passo rispetto ad una tecnologia in rapida evoluzione. Un gap che ad oggi non permette di sfruttare appieno le potenzialità della videosorveglianza.
Oltre alla prima cittadina di Felino Elisa Leoni, erano presenti anche gli altri sindaci dell’Unione Pedemontana: Paolo Bianchi (Collecchio), Luigi Buriola (Montechiarugolo), Aldo Spina (Sala Baganza) e Simone Dall’Orto (Traversetolo). Presente anche il viceprefetto Vincenzo Maria Pasqua.

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