Clausura: le origini

Il silenzio della clausura (finalità della rubrica)

La parola clausura debuttò nel vocabolario giuridico della Chiesa soltanto nel Medioevo. Il primo decreto sulla clausura delle monache fu promulgato nel 1298 da Papa Bonifacio VIII.

Nella realtà la clausura era parte della vita religiosa fin dall’inizio del monachesimo, in Egitto già nel IV secolo.

Nella sua opera “Vita di Sant’Antonio” (357 d.C.) il giovane vescovo di Alessandria d’Egitto Sant’Atanasio scrive che la separazione radicale dal mondo vissuta da Sant’Antonio era elemento che lo distingueva dagli altri cristiani, i quali pure si sforzavano di vivere una vita di perfezione. Il biografo insisteva sul profondo desiderio di solitudine che animava il padre dei monaci; infatti, siccome la gente lo ricercava con insistenza, un giorno disse che allo stesso modo dei pesci, che muoiono se restano a lungo sulla terra asciutta, così accade ai monaci che si attardano tra la gente, restano a lungo in compagnia degli estranei e perdono vigore. Perciò, come il pesce deve affrettarsi al mare, così i monaci devono affrettarsi a ritornare sul monte, perché non accada che attardandosi all’esterno si distraggano dalle cose interiori e dalla contemplazione.

Già all’alba del cristianesimo la disciplina della clausura, nel suo aspetto pratico, doveva permettere la realizzazione di questo sublime ideale contemplativo, che implica la totalità della dedizione, l’interezza dell’attenzione, l’unità dei sentimenti e la coerenza dei comportamenti.

“Il vero fondatore della clausura” è considerato Cesario d’Arles, monaco di Lerins, che fu il primo a scrivere una Regola claustrale vera e propria e completa che applicò nel monastero di S. Giovanni d’Arles riunendo attorno a sorella Cesaria un gruppo di monache. La sua “Regola per le vergini” (534) rimane un punto di riferimento per la vita monastica femminile.

Come si evince dall’elenco dei capitoli di cui sotto, la Regola disciplinava l’intera vita delle monache, dall’obbligo al silenzio, alla regolamentazione degli accessi al monastero, alla tipologia di ricami, a come riporre gli abiti nell’armadio, fin a come dovevano essere utilizzati i bagni.

“REGOLA PER LE VERGINI” di Cesario d’Arles

  1. Innanzitutto bisogna attenersi alla regola che nessuna esca dal monastero fino alla sua morte.
  2. Si astengano da imprecazioni e giuramenti.
  3. Del cambio dell’abito e del mostrare obbedienza.
  4. Nessuna tenga per sé ciò che mostra di possedere, e neppure faccia elemosina per conto suo.
  5. Non si accolgano bambine fino al sesto anno.
  6. Nessuna faccia ciò che vuole, ma ciò che le è stato comandato.
  7. Nessuna abbia una cella particolare.
  8. Nessuna parli mentre si salmeggia.
  9. Nessuna tenga a battesimo la figlia di chicchessia.
  10. Quando viene dato il segnale nessuna tardi.
  11. Come deve comportarsi la serva del Signore quando viene punita.
  12. In che modo deve umiliarsi colei che si fosse comportata con negligenza
  13. Durante le vigilie bisogna fare attenzione che nessuna dorma.
  14. Nel lavorare la lana si compia il proprio dovere quotidiano.
  15. Nessuna consideri qualcosa come suo personale.
  16. Si obbedisca alla madre badessa e alla priora: a tavola non si parli affatto.
  17. In ogni stagione si dedichino due ore alla lettura.
  18. Nel sedersi per lavorare si meditino cose sante oppure si taccia.
  19. Coloro che sono di famiglia nobile non si esaltino delle ricchezza e della nobiltà dei genitori.
  20. Quando si salmeggia, si manifesti nel cuore ciò che si canta con la bocca.
  21. Del custodire lo sguardo.
  22. Non si nasconda il peccato altrui.
  23. Non si riceva niente di nascosto.
  24. In quale modo devono essere punite coloro che commettono un furto o vengono alle mani con un’altra.
  25. La priora deve provvedere con sollecitudine agli abiti che saranno dispensati dalla madre badessa.
  26. Gli abiti delle sante monache siano riposti in un (unico) armadio.
  27. Nessuna faccia un lavoro per se stessa.
  28. Quale (tra le sorelle) e in quale modo deve essere incaricata la celleraria.
  29. In che modo devono essere utilizzati i bagni.
  30. Che qualità deve avere la priora che si occupa delle inferme e che tipo di dispensa propria devono avere le stesse inferme.
  31. Come debba essere castigata colei che abbia offeso le sue sorelle con insulti, maldicenze o con qualunque colpa.
  32. In che modo deve agire la madre badessa.
  33. In che modo gli intendenti del monastero devono entrare nel monastero.
  34. Gli uomini o le donne secolari non entrino nel monastero.
  35. In che modo la madre badessa debba presentarsi nel parlatorio.
  36. Non si faccia nessun invito a pranzo nel monastero, a meno che non siano donne religiose provenienti dalla città o da altri luoghi.
  37. In che modo la serva di Dio debba salutare i suoi parenti.
  38. La madre badessa non mangi mai fuori dalla comunità, se non in caso di malattia.
  39. In che modo la madre badessa, la priora e la celleraria debbano rispettare le sollecitazioni o le contestazioni delle inferme.
  40. Le serve di Dio non ricevano nulla di quanto spedito dai parenti senza il parere della madre badessa; ciò che non sarà essenziale alle sue necessità, sia distribuito a quelle che ne avranno bisogno.
  41. Di quale colore debbano essere gli abiti e come debbano essere arredati i letti.
  42. I ricami e gli ornamenti del monastero.
  43. Contestazioni e ricapitolazioni non sminuiscano in nulla la Regola

Andrea Marsiletti