Reportage dal carcere della Stasi a Berlino: i brividi dell’arresto, degli interrogatori e della detenzione. FOTO

Quando ho appreso dell’esistenza del carcere della Stasi Berlin-Hohenschönhausen sapevo già che sarei andato a visitarlo.

Sono andato a Berlino una settimana fa, in occasione del Trentennale della Caduta del Muro, per vivere la città in un’atmosfera più elettrica e politicizzata. Ma ho fatto il giro nel senso contrario, ricercando tutto ciò che era Germania dell’Est, Repubblica Democratica Tedesca, DDR.

A Hohenschönhausen, che si trova a circa un’ora a piedi da Alexander Platz a Berlino Est, dopo la Seconda Guerra Mondiale venne costruito un campo di internamento sovietico. All’inizio degli anni ’50 lo prese in consegna la Stasi che lo utilizzò come carcere per la detenzione preventiva fino alla caduta del Muro. Qui venivano rinchiusi per mesi o anni, senza processo, tutti coloro (fino a 4.200 persone contemporaneamente) sospettati di nazismo, sabotaggio, spionaggio o, più in generale, di attività ostile nei confronti del Popolo, del Partito Comunista o dell’Unione Sovietica. La prigione faceva parte di un polo segreto militarizzato, inesistente sulla mappa di Berlino.


Come noto, la Stasi era la polizia politica della Germania Est ed è tuttora considerata il più grande e impenetrabile servizio di sicurezza che la storia umana abbia mai conosciuto. All’apice del suo sviluppo fu in grado di prevedere una spia ogni 59 abitanti, numeri irripetibili e impareggiabili anche per il KGB, figuriamoci per la CIA. Era una macchina di spionaggio e controspionaggio perfetta.

La Stasi è stata il più grande e impenetrabile servizio di sicurezza che la storia umana abbia mai conosciuto

Questo reportage vuole portare i lettori dentro gli spazi di Hohenschönhausen, per fargli vedere cosa vedevano gli occhi di chi era arrestato dalla Stasi e provare a immaginare i rumori, gli odori e la paura che impregnava quelle mura.

Una volta entrato nel carcere, gli agenti facevano uscire l’arrestato dal furgone col quale era stato prelevato. Si trattava di comunissimi furgoni camuffati da mezzi di trasporto di biancheria o pane per non destare sospetti.

Uscito dal veicolo, la persona veniva introdotta nell’edificio attraverso un lungo corridoio spoglio dai muri arancioni.

Alla fine del corridoio c’era una cella nella quale l’arrestato veniva identificato e perquisito tanto nei vestiti quando nelle varie parti del corpo. Qui il detenuto poteva restate per molte ore, terrorizzato, privo di ogni informazione. Davanti a questa stanza c’era una sorta di “reception” della prigione.

Il prigioniero veniva quindi spostato di poche decine di metri e rinchiuso in una cella vera e propria, sia pur più confortevole di quelle delle fasi successive, nella quale era privato di tutto, anche dell’autonomia di tirare lo sciacquone del bagno che era azionato dall’esterno dalle guardie a loro discrezione. Per creare ulteriore disorientamento, gli agenti della Stasi erano soliti riscrivere il numero sopra la porta della cella, così che l’arrestato perdesse ogni punto di riferimento, fosse indotto a pensare di essere stato trasferito e dubitasse della sua stessa stabilità mentale.

Dopo ore o giorni, arrivava il primo interrogatorio vero e proprio. Già qui la stragrande maggioranza dei detenuti confessava collaborazioni e attività controrivoluzionarie, sottoscrivendo, senza neppure leggerli, i rapporti proposti dall’agente della Stasi.

Chi non confessava veniva trasferito nelle piccole e sovraffollate celle dei sotterranei (chiamate U-Boot) nelle quali la detenzione era più dura, senza finestre, senza bagni, con la luce sempre accesa, con letti nei quali dormivano quattro persone una sopra all’altra. Durante la giornata tutti dovevano rimanere in piedi. Nessuno poteva appoggiarsi alle pareti della cella.

Soprattutto di notte i detenuti venivano prelevati per essere interrogati. L’interrogatorio poteva durare giorni, andava avanti a oltranza, fino alla confessione totale. Alla violenza fisica si era sostituita quella psicologica. I detenuti erano volutamente tenuti all’oscuro sul luogo della loro prigionia e indotti sistematicamente a sentirsi annullati nelle mani di uno Stato onnipotente. Il metodo più usato, e uno dei più diffusi al mondo, era la privazione del sonno. Il prigioniero, stremato e sottoposto a estenuanti interrogatori, confessava qualsiasi cosa pur di poter dormire.

Chi non rispettava le regole della prigione o chi “aveva difficoltà a ricordare” veniva rinchiuso nelle celle di isolamento, completamente al buio, per settimane o mesi.

In isolamento, anche coloro che avevano la memoria più debole, ricordavano tutto e accusavano se stessi o terzi.

Per alcuni di loro c’era ancora una speranza: cambiare campo e diventare informatori della Stasi. Per gli altri c’erano il carcere “tradizionale” o il proseguimento lì della detenzione senza processo.

Inutile dire che mai nessuno riuscì a scappare da Berlin-Hohenschönhausen.

I film sulle evasioni spettacolari le hanno lasciate agli americani di Alcatraz.

Andrea Marsiletti