Al via le vaccinazioni nei bambini fra i 5 e gli 11 anni. “Chi dice di aspettare a vaccinare non è un pediatra”. INTERVISTA ai direttori del Maggiore Susanna Esposito e Icilio Dodi

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Lombatti

A pochi giorni dall’approvazione di Ema (European Medicines Agency) è arrivato anche l’ok di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) per l’utilizzo del vaccino Comirnaty (Pfizer) per la fascia di età 5-11 anni, con una dose ridotta (un terzo del dosaggio autorizzato per adulti e adolescenti).  

La vaccinazione avverrà a partire dal 16 dicembre in due dosi a tre settimane di distanza l’una dall’altra. Il Cts ha già affermato che i dati disponibili dimostrano un “elevato livello di efficacia e non si evidenziano al momento segnali di allerta in termini di sicurezza”. La Società italiana di pediatria, peraltro da diverso tempo, spinge per la necessità di vaccinare anche i bambini in quella fascia di età perché anch’essi non sono esenti da forme gravi di SarsCov2.
Basterà questo a convincere i genitori? Lo abbiamo chiesto alla professoressa Susanna Esposito, ordinario di pediatria all’Università di Parma e direttrice della Clinica Pediatrica del Maggiore che proprio in questi giorni ha ultimato un documento su come individuare e gestire il long Covid in età pediatrica.

Cosa si sente di dire ai genitori spaventati dall’idea di vaccinare i propri figli piccoli?

Io mi sento di dire che devono fidarsi dei dati scientifici e anche di ciò che si osserva nella nostra quotidianità. Il Covid ha avuto un impatto drammatico sulla salute della nostra popolazione e il conseguente lockdown ha avuto ripercussioni sull’economia e sulla salute mentale di tanti. Il vaccino ha dimostrato di avere una efficacia molto elevata anche superiore alle nostre aspettative: ha ridotto di più del 90% i decessi per Covid, è stato molto efficace anche nel diminuire i ricoveri e si è limitata la circolazione del SARS-CoV-2. In questo momento sappiamo che circa il 20% dei soggetti infetti sono under 15 e, di questi, una quota consistente appartiene alla fascia 5-11 anni.

Si è sempre detto che i bambini erano risparmiati da forme gravi, non è così?

Le forme gravi di Covid possono esserci, nel nostro paese sono morti 36 bambini, più di 8000 hanno presentato complicanze tali da richiedere il ricovero e per 251 è stata necessaria la terapia intensiva. Perciò il vaccino serve per proteggere dalle forme gravi e anche dall’infezione con sintomi lievi che comunque può determinare il long covid, una complicanza che si manifesta a distanza di tre mesi con la persistenza di sintomi quali cefalea, affaticamento, dolori muscolari, articolari e addominali disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione. Tutto ciò ha un impatto anche nel determinare uno scarso rendimento scolastico e in alcuni casi è necessario l’intervento e il supporto del neuropsichiatra infantile.

Quanti sono i bambini che sviluppano il long Covid?

La reale prevalenza del long COVID in pediatria non è al momento esattamente determinata e sono necessari ulteriori studi al riguardo. I diversi lavori scientifici evidenziano una percentuale variabile tra il 5 e il 60 per cento. Tali diversità portano a sottolineare di valutare la presenza di sintomi suggestivi di long COVID in vicinanza della fine della fase acuta di malattia, tra 4 e 12 settimane da questa per evitare sovrastime.

Lei sta coordinando un lavoro per la Società Italiana di Pediatria che sarà presto pubblicato, di cosa si tratta?

In questo lavoro specifichiamo come seguire i bambini nell’identificazione del long Covid. Sono linee guida in cui raccomandiamo ai pediatri di famiglia di visitare tutti i bambini che hanno avuto un’infezione da SARS-CoV-2, anche se asintomatica o paucisintomatica, informandosi, a un mese dalla diagnosi, sulla comparsa di problematiche cliniche diverse da quelle abituali e dopo tre mesi programmando una nuova visita per confermare la normalità o far fronte a problemi emergenti con accertamenti ed eventualmente una serie di cure personalizzate. Solitamente le problematiche si risolvono nell’arco temporale di tre mesi.

Un aspetto che spesso viene trascurato è quello inerente la socialità di bambini e adolescenti, il vaccino serve anche per evitare di ricadere nell’isolamento?

Aifa stessa sottolinea il tema della socialità. Sappiamo che la chiusura della scuola ha avuto un impatto drammatico sulla salute mentale degli adolescenti. Drammatica nel senso che si sono verificati tanti casi di psicosi acuta e ideazioni suicidarie. Fortunatamente questo problema, con la ripresa scuola, è rientrato, mentre persistono ancora i disturbi alimentari, in particolare l’anoressia. Poi abbiamo avuto una quota del 30% di bambini e ragazzi che hanno interrotto le attività sportive e di conseguenza sono aumentati i problemi di sovrappeso e obesità.

Quindi, i vantaggi sono molteplici: meno forme gravi, meno long covid, beneficio di poter frequentare la scuola e condurre una vita sociale normale. Benefici ulteriori riguardano la riduzione del rischio di diffondere l’infezione in famiglia, in particolare alle persone anziane, a coloro che hanno patologie croniche e anche alla comunità scolastica. Sono circa 3 milioni i bambini fra i 5 e gli 11 anni, vaccinarli significa aumentare la popolazione protetta e ridurre la circolazione virale che poi è quella che porta a sviluppare le varianti. Non ci sono nel mondo bambini vaccinati che siano stati ricoverati per Covid.

La bilancia quindi pende decisamente verso il piatto dei benefici rispetto a quella dei rischi?

Non c’è nessun pediatra che io conosca che ritenga che il vaccino non vada fatto. La Società Italiana di Pediatria poi è molto chiara a riguardo. Chi dice di aspettare non fa il pediatra non ha visto i casi di Covid nei bambini e non ha compreso l’impatto che questa malattia ha avuto sugli adolescenti in termini di disturbi mentali e nutrizionali.

Il professor Andrea Crisanti si è dichiarato più volte scettico circa la vaccinazione ai bambini.

Il professor Crisanti (docente di microbiologia all’Università di Padova ndr) non fa il pediatra, non si è mai occupato in passato di vaccini, non è nemmeno un clinico, cioè non cura i malati e fra questi certamente non i bambini, è sicuramente un grande esperto dal punto di vista microbiologico della malaria.

Ognuno di noi in privato può pensare ciò che vuole, certo sarebbe auspicabile non rendere pubblici certi pensieri perché aprono discussioni controproducenti e dimostrano che la comunicazione in ambito scientifico deve basarsi in primis sulle competenze documentate per essere uniforme. Trovo che le sue osservazioni non abbiano giustificazione.

A confermare che la fascia più colpita dal virus è quella tra i 5 e gli 11 anni è Icilio Dodi, direttore di Pediatria generale e d’Urgenza del Maggiore al quale abbiamo chiesto come è oggi la situazione all’Ospedale dei Bambini.

In questo momento abbiamo un ricoverato e un caso sospetto, siamo in attesa dell’esito dei tamponi. Il covid in età pediatrica non è un’emergenza per quello che riguarda i ricoveri. I casi gravi, cioè i pazienti che necessitano della terapia intensiva sono veramente pochi circa 1 – 1,5 su 100.000 nel gruppo fra 5 e 11 anni. Sono invece più numerosi i bambini che necessitano dell’ospedalizzazione.. È chiaro che se questi valori li trasliami su grandi numeri la possibilità che si verifichini casi gravi nella fascia d’età fra 5 e 7 c’è e quindi bisogna prestare grande attenzione.
Il dato diventa molto più consistente se l’età si abbassa. Nei bambini sotto l’anno di vita le possibilità di complicanze aumentano, arriviamo a 10 casi per 100.000. Ancora maggiori rischi li corrono i bambini con più patologie come gli immunodepressi, i cardiopatici, i diabetici, i pazienti oncologici.

Il suo consiglio è quindi quello di vaccinare i bambini?

Il vaccino è assolutamente sicuro. Negli Usa sono state ad oggi inoculate più di tre milioni di dosi e non ci sono stati effetti collaterali importanti e questo è un dato fondamentale circa la sicurezza del vaccino. In Emilia- Romagna le ultime rilevazioni mettono in evidenza come il 19% dei casi di Covid siano attualmente nei minori e soprattutto nella fascia fra i 5 e gli 11, cioè coloro che frequentano la scuola primaria. Va detto che nella nostra realtà la risposta alla vaccinazione dei ragazzi fra i 12 e i 18 anni è stata molto buona e siamo arrivati al 75%.

Cosa si aspetta circa le adesioni?

Se informiamo correttamente, questo è un ruolo importante del pediatra e non lasciamo spazio a notizie che non sono scientifiche, io credo che l’adesione possa essere buona. Proteggere questi bambini è un aspetto fondamentale perché sappiamo che anche loro rischiano problemi seri. Un secondo elemento, non secondario, è quello di salvaguardare la vita sociale che questi ragazzi devono continuare ad avere: frequentare la scuola, fare attività sportive, avere relazioni con i coetanei. Noi ci aspettiamo una buona adesione e penso sia molto importante averla.

Fra gli effetti collaterali si parla di miocardite, ma è vero che è più grave quella conseguente all’infezione rispetto a quella che potrebbe incorrere dopo una vaccinazione?

Gli effetti a livello cardiaco sono sicuramente più gravi se legati all’infezione, la famosa sindrome infiammatoria multi sistemica, che è l’espressione più grave da infezione da Covid, colpisce contemporaneamente molti organi e fra questi il cuore. Gli studi ci dicono che in Israele ci sono stati alcuni casi successivi alla vaccinazione, ma di breve entità e lieve durata che si sono risolti spontaneamente. I dati che ci arrivano dagli Stati Uniti circa la vaccinazione nei bambini fra i 5 e gli 11 anni ci dicono che non ci sono stati casi di miocardite che del resto è un evento estremamente raro nei bambini di questa età.

L’emergenza in pediatria oggi è legata a un’altra patologia che colpisce i bambini piccolissimi

Sì, per noi l’emergenza dipende dal virus respiratorio sinciziale che nei bambini sotto l’anno di vita determina dei quadri di cosiddetta “bronchilite”, cioè infiammazione delle vie respiratorie più piccole. Ciò porta a una grave difficoltà respiratoria, spesso è necessaria l’ossigeno terapia e nei casi più gravi l’ ospedalizzazione. È un’epidemia che riguarda tutto il paese, probabilmente è legata al fatto che esiste una popolazione di bambini che conseguentemente alle misure di prevenzione dello scorso anno non hanno mai incontrato il virus e quindi sono più sensibili. Raccomando ai genitori di non portare i bambini nei luoghi affollati, perché se negli adulti i sintomi sono quelli di un raffreddore, nei bambini il quadro è ben più grave. Per prevenire bisogna evitare l’esposizione.

Tatiana Cogo

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