Da Leopoli a Kiev. Un anno dopo. INTERVISTA a Luigi Alfieri: “Il conflitto finirà come la prima guerra mondiale”

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Luigi Alfieri e Stefania Battistini

Un anno fa i carriarmati di Vladimir Putin entravano in Ucraina. Doveva essere una guerra lampo. Davide contro Golia. In sette giorni le forze speciali russe avrebbero dovuto raggiungere Kiev, catturare il presidente Zelensky e mettere un uomo di Mosca al suo posto. Ma lo zar ha sbagliato i suoi calcoli. Davide, con la sua fionda, ha fermato il gigante.

Cosa è successo in questi dodici mesi, come è stato possibile che l’esercito ucraino fermasse quello russo ce lo spiega un libro di Luigi Alfieri in libreria in questi giorni: “Da Leopoli a Kiev, un anno dopo” con interventi dell’inviata di guerra del TG1 in Ucraina, Stefania Battistini.

Per cercare di districare la matassa che avvolge il passato e il futuro del conflitto, abbiamo sentito l’autore, per dodici anni collaboratore de La Stampa di Torino e a lungo capo redattore della Gazzetta di Parma, giornalista di viaggi che ha visitato 157 Paesi diversi.

Come è nato questo libro?

Una sera guardavo il TG1, i russi erano appena entrati in Ucraina e la gente scappava dalle città occupate. Ho visto una fila di anziane signore che camminavano stremate ai bordi di una strada, portando tutta la loro povera vita in una borsa di plastica. Nel gelo e nella tormenta. Mi sono detto: devo fare qualcosa per questa gente. E lo ho detto a mia moglie che, conoscendomi, mi ha guardato preoccupata.

E poi?

Poi ho scoperto che la vita è strana. Mezz’ora dopo mi ha chiamato Andrea Pelosi, mio cugino, e mi ha detto: l’associazione dei proprietari Tesla organizza una spedizione di aiuti ai confini tra Polonia e Ucraina. Mi aiuti a raccattare qualcosa? Non solo ti aiuto, ma vengo con te. Era martedì 7 marzo. Mi sono messo su Facebook e ho fatto un post: venerdì parto per portare aiuti ai profughi, qualcuno mi dà una mano? Chi vuole può comprare medicine o donare vestiti, coperte, torce elettriche. In 24 ore avevamo raccolto per oltre ventimila euro di medicinali e beni per riempire diversi furgoni di cose preziose. Così è nata, da una telefonata di Andrea, la Missione Valentina.

Chi è Valentina?

Valentina era il nome di una giovane dottoressa Ucraina, un medico rianimatore, uccisa da una granata russa mentre soccorreva un ferito.

Che risultati avete ottenuto?

Abbiamo compiuto una serie di sette spedizioni, la prima ai confini e tutte le altre nel cuore della guerra: siamo andati a distribuire soccorsi a Leopoli, a Odessa, a Kherson e in alcuni villaggi nella steppa al confine tra i due Paesi in Guerra. Lì, mentre scaricavamo, tuonavano i cannoni. Per aiutare i profughi, abbiamo fatto 80mila chilometri, bruciando 13 mila litri di gasolio. Abbiamo donato agli ucraini cinque ambulanze per soccorrere i feriti, due mezzi per il trasporto di invalidi, un fuoristrada Land Rover, più di cinquanta generatori di corrente, uno dei quali in grado di fare funzionare un intero reparto dell’ospedale di Kiev. Abbiamo consegnato medicine e beni di ogni genere per centinaia di migliaia di euro.

E il libro?

Come tu sai, giornalisti una volta, giornalisti per sempre. Durante le missioni ho visto cose che non potevo non raccontare. Mi sono trasformato in un inviato di guerra. Ho passato settimane nelle città occupate dai russi: Chernihiv, Irpin, Makarev, Gostomel. Ero a Chernobyl, nella centrale nucleare, appena dopo la fuga dei russi. Sono stato sulla famigerata fossa comune di Bucha, dove i potenti di tutto il mondo hanno scoperto la ferocia delle truppe dell’armata russa.

Qual è la più grande difficoltà che hai avuto?

Fare credere alla gente quello che avevo visto. Mi sono bastati pochi giorni per capire che quello che tutti ritenevano il secondo esercito del modo era un bluff. La grande armata russa si muoveva come una gigantesca armata Brancaleone. Entravo nei negozi e nelle case delle città abbandonate dai soldati di Putin e scoprivo dalle interviste che rubavano le bambole delle bambine, i giochi dei maschietti, le lavatrici, le lavastoviglie. Canne da pesca, stampanti, carta igienica. Ma non è tutto qui. Imprigionavano, torturavano. Dal punto di vista militare, l’armata bombardava le città a tappeto, sparando senza pietà su supermercati, distributori di benzina, condomini. Erano implacabili. Ma quando arrivavano gli ucraini scappavano a gambe levate. Lo raccontavo e non mi credeva nessuno. Quando in maggio ho pubblicato la prima edizione del libro “Da Leopoli a Kiev”, sotto forma di instant book, la gente alle presentazioni era incredula.

E allora, come hai risolto il problema?

Un po’ mostrando le foto, poi, in vista di questa nuova stesura col riassunto di un anno intero, ho chiesto soccorso a una collega che il conflitto l’ha visto tutto dalla prima linea, Stefania Battistini, inviata di guerra del TG1. Basterà leggere i due capitoli in cui descrive la sua esperienza per capire cosa è l’esercito di Putin.

E gli ucraini?

Gli ucraini sono tosti. Gente dura. Decisa. E non dimentichiamo che combattono per difendere la loro patria e le loro famiglie. La democrazia nel Paese. Questo dà una forza speciale. Se Putin avesse potuto vedere un soldato ucraino da vicino, non avrebbe invaso il loro Paese. Io li ho visti e mi sono guardato bene dal farci discussioni. A Kiev, poi, hanno un’ arma speciale, anzi, due.

Cioè?

La prima è il capo dell’esercito: Valerij Zaluzny, cui ho dedicato un capitolo del primo libro, ben prima che finisse sulla prima pagina di Time. È lui che ha guidato l’esercito alle vittorie di aprile (liberazione dei dintorni di Kiev) e di ottobre (riconquista di parte dell’Est). Zaluzny è l’opposto del tipico generale di scuola sovietica; del mezzo mummificato gerontocrate col petto pieno di comiche medaglie, un albero di Natale con lo sguardo spento. Valerij ha cinquant’anni, pranza e cena coi suoi soldati, ha abolito tutte le norme obsolete di origine sovietica che rendevano impacciati i movimenti delle truppe. Ancora oggi, gli ufficiali russi, prima di rispondere ai movimenti dell’avversario, devono chiedere l’autorizzazione ai capi. Appena andato al comando, il generale Zaluzny ha concesso autonomia operativa non solo agli ufficiali, ma anche ai sergenti. Sfrutta ogni astuzia per combattere. Quando ha saputo dai servizi segreti che i russi intendevano fare sbarcare le truppe in un aeroporto militare ucraino, ha cosparso di olio le piste di atterraggio. Adotta i metodi della guerriglia. Agisce sempre di sorpresa. Sposta le truppe a Est e poi attacca a Nord. Una volpe.

La seconda?

La seconda è Zelensky. Nessuno aveva fiducia in lui, a Kiev e nelle segreterie europee. Era un attore comico arrivato al potere grazie all’appoggio di un oligarca extra ricco di dubbia fama: Igor Kolomoisky, che lo ha appoggiato con le sue TV e i suoi giornali. Zelensky ha vivacchiato per due anni senza infamia, senza lode e senza risolvere il grande problema ucraino: la corruzione. Per forza diceva la gente, è il burattino di un corrotto. Invece, appena i russi hanno invaso, il presidente ha svelato doti inaspettate: un coraggio da leone (ha rifiutato di riparare all’estero per costituire un governo in esilio), una capacità di comunicazione formidabile, grande astuzia. Mentre Putin sta chiuso nel Cremlino, lui viaggia per il mondo, un po’ via Internet, un po’ fisicamente. Ha “sedotto” Biden, che pochi giorni fa è andato a fargli visita a Kiev sfidando i missili russi, La Von Der Leyen, Draghi, Boris Johnson, ma non Berlusconi, che non tradirà mai il suo compagno di avventure (quali?) Vladimir Putin.

Come finirà questa guerra?

Non ci sono indovini capaci di predirlo. Io penso che finirà come la prima guerra mondiale, per effetto dell’esaurimento delle risorse di uno dei contendenti. Così perse la Germania, rimasta senza munizioni e senza cibo per i suoi soldati al fronte, mentre Francesi, Inglesi e Italiani, con i rifornimenti americani alle spalle, l’hanno spuntata. Ora gli americani appoggiano Kiev: se fossi Putin mi preoccuperei. Una scappatoia per evitare ulteriori massacri ci sarebbe.

Quale?
Una proposta di pace cinese: equa e seria. I cinesi hanno interesse che la guerra cessi e tornino a prosperare i commerci. Sono i soli che possono convincere Putin a lasciare il Donbass e gli ucraini a concedere più autonomia alle province di cultura russa.

Ma c’è il rischio che Putin messo alle strette lanci la bomba?

Lui potrebbe anche ordinarlo, ma, secondo me, i generali non gli ubbidirebbero.

Che impressione ti ha fatto attraversare una guerra?

È uno schifo. Non c’è niente di più triste di vedere le madri dei soldati morti portare i loro mazzi di rose rosse davanti alle bare dei figli. Anzi no, c’è una cosa ancora peggiore: vedere i bambini fuggiti da Mariupol scendere dai pullman arrugginiti e guardarli negli occhi.

Marco Morelli

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