Da Paese dei Balocchi a borgo fantasma: Consonno, un luogo spettrale e magico

So bene che queste sono settimane d’agosto di selfie sullo sdraio in spiaggia, di trekking per raggiungere il lago tra le nuvole piuttosto che la mucca che si abbevera alla fonte di acqua cristallino o il ristorantino di prodotti tipici a km 0.

Lo so, lo so benissimo.

Tuttavia mi permetto di segnalarvi una meta domenicale insolita in questa “estate italiana” di convivenza col Coronavirus: Consonno, il “borgo fantasma” sulle colline della provincia di Lecco. Una meraviglia!

La storia di Consonno è presto detta: le prime tracce della sua esistenza emergono da una pergamena del 1085.

La vita rurale del borgo brianzolo è continuata tranquilla per secoli fino a quando irruppe come un uragano il Conte Mario Bagno. Siamo negli anni del boom economico, nel 1962 per l’esattezza, quando l’industriale milanese comprò l’immobiliare Consonno Brianza che possedeva tutte le abitazioni del borgo.

L’obiettivo? Trasformare il paesino, raggiungibile in poco tempo dal capoluogo lombardo, in un eccentrico e stravagante Parco di divertimenti, in un “Paese dei balocchi”.

A colpi di ruspe e betoniere il Conte Bagno realizzò una clamorosa speculazione, il borgo venne completamente demolito, gli abitanti costretti ad andarsene. Furono risparmiati dall’annientamento solo i luoghi religiosi quali la chiesa, la vecchia canonica e il cimitero… quasi che la cupidigia edilizia si fermasse al cospetto del Sacro.

Furono costruiti edifici commerciali e di intrattenimento nelle più svariate forme architettoniche: un’improbabile galleria piena di negozi arabeggiante con tanto di minareto che nell’ultimo piano ospitava piccoli appartamenti per le vacanze, sfingi egizie, una pagoda cinese, un castello come porta di ingresso, le colonne doriche dell’Hotel di lusso Plaza.

“A Consonno il cielo è più azzurro”, “A Consonno è sempre festa”, “Consonno è il paese più piccolo ma più bello del mondo” recitavano gli striscioni di benvenuto davanti alla porta d’entrata presidiata da due figuranti travestiti da armigeri medioevali in posizione di guardia, successivamente sostituiti da fantocci.

Migliaia di persone raggiunsero questa Las Vegas della Brianza che funzionava a pieno regime, animata da sale da ballo, donne, cantanti e uomini dello spettacolo in voga in quei tempi, dai Dik Dik a Pippo Baudo. Le luci erano sempre accese all’interno di questa bolla scintillante in cui tutto invitava al divertimento e alla leggerezza della mente e dei comportamenti.

Il Conte Bagno non si accontentò di radere al suolo il borgo, ma spianò la collina di fronte al paese per migliorare la vista panoramica verso il monte Resegone. Tranciò pure un bosco per realizzare una nuova strada che collegava il Paese dei Balocchi con il centro di Olginate.

Una violenza contro l’ambiente spudorata, incauta, spensierata.

E la natura si vendicò.

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Nel 1976 la collina sconquassata dal cemento presentò il conto e una serie di frane resero la strada di accesso impercorribile isolando per sempre il borgo di Consonno dal resto del mondo.

E’ qui che cominciò l’oblio irreversibile della Disneyland brianzola, col destino che la condannò a “città fantasma”.

Attualmente vi risiede stabilmente un solo abitante, che vive nella vecchia canonica. Gli edifici abbandonati e dipinti dai writers sono stati interamente recintati dopo un’ulteriore devastazione subita durante un rave party. Sono strutture private pericolanti all’interno della quali si può accedere in modo abusivo, a proprio rischio.

Oggi per raggiungere questo luogo magico bisogna attraversare un fitto bosco che conduce alle sbarre che delimitavano l’ingresso al borgo. Qui è necessario lasciare l’auto e addentrarsi a piedi.

Visitare Consonno significa regalarsi per un paio d’ore un’esperienza surreale. Si entra in un’estensione spazio-temporale talmente assurda da essere fantastica, immaginaria, illusoria. Oggi come ieri.

Alla fine la natura non è riuscita a punire fino in fondo questo luogo maledetto per lo sfregio che le ha inferto, non ha creato un eco-mostro ma un posto fiabesco abbandonato dall’uomo e riconquistato dal verde, tanto spettrale quanto romantico.

Già, se potessi tornare indietro mi sposerei a Consonno.

Andrea Marsiletti