Dario Costi, l’erede di Ubaldi al ballottaggio della parabola dei talenti (di Andrea Marsiletti)

Carbognani
Lombatti

Dario Costi è stato la sorpresa delle elezioni comunali di Parma con quel 13,5% dei consensi ottenuto nel mondo civico, fuori dai due schieramenti, fuori dal bipolarismo.

Dario ha iniziato la campagna elettorale auto-proponendosi sui manifesti come il continuatore dell’esperienza di Elvio Ubaldi, ha concluso conquistandosi sul campo quei galloni, ottenendo nelle urne sostanzialmente la stessa percentuale che Ubaldi prese nel 1994 quando si presentò, da vicesindaco uscente, alla guida di Civiltà parmigiana contro tutto e tutti (per poi allearsi con Udc e Forza Italia).

Costi ha fatto un miracolo! (leggi)

Adesso cosa farà al ballottaggio?

Le due gambe della sua alleanza, Civiltà Parmigiana e Azione, si sono già schierate in modo nettissimo, fin brutale: in un video, la capolista Federica Ubaldi, la figlia di Elvio, ha annunciato già prima del voto che Civiltà Parmigiana non voterà mai Vignali che “ha tradito mio padre, i suoi elettori, la città e ha già fallito” (leggi).

Stessa posizione di Carlo Calenda che ha dichiarato che “al ballottaggio di Parma non voterei per Vignali e qualcuno mi deve spiegare come ha fatto a votare per chi ha patteggiato due anni per corruzione e concussione“.

Nonostante queste spinte, finora Dario Costi è rimasto in stand by su una posizione di neutralità rispetto a Guerra e Vignali. Un posizionamento che, alla luce dell’enorme distacco tra i due al primo turno, rende Costi ininfluente non solo sull’esito del ballottaggio ma pure compromette un suo ruolo futuro che potrebbe esercitare, anche su scala sovracomunale, in un contesto che ha ben precise coordinate politiche.

Il rischio è che le sue sneakers vengano archiviate nella scarpiera molto prima di quello che lui pensi. E che il suo risultato elettorale venga sterilizzato per almeno dieci anni.

Ricordo a Dario la parabola dei talenti del Vangelo di Luca, una delle più celebri insegnate ai ragazzi in parrocchia. Un signore parte per un viaggio e affida i suoi beni ai suoi servi. A un servo affida cinque talenti, a un secondo due talenti e a un terzo un talento. I primi due, sfruttando la somma ricevuta, riescono a raddoppiarne l’importo; il terzo invece va a nascondere per paura il talento ricevuto e lo sotterra. Quando il padrone ritorna apprezza l’operato dei primi due servi e condanna il comportamento dell’ultimo che appella come “servo malvagio e pigro”.

L’insegnamento della parabola è che Dio dà a ciascuno di noi in funzione della proprie capacità, e che il suo dono è anche un compito di custodire e far fruttificare.

La parabola non è un’esaltazione dell’efficienza, non è un’apologia capitalistica di chi sa guadagnare profitti, non è neppure un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso il cristiano sovente tiepido, senza iniziativa, contento di quello che fa e opera, pauroso di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società, che si piega su se stesso, si adagia, si spegne.

Cosa farà Dario Costi? Metterà a frutto il suo 13,5% (che gli ha affidato Dio trattandosi di un miracolo) o lo seppellirà sotto terra?

Andrea Marsiletti