Giuliano Tripodi: il professore che insegnava ai ragazzi l’arte di meravigliarsi (di Angelo Balocchi)

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Dopo la pubblicazione un mese fa qui su Parmadaily di un mio ricordo del professor Giuliano Tripodi (leggi), all’indomani della sua scomparsa mi hanno contattato tanti che come me sono stati suoi allievi.

L’impressione ricevuta è stata quella di una corale ondata di cordoglio affettuoso, improntato a un tratto comune di fondo, sospeso fra la commozione della riconoscenza e la fierezza di appartenere a un sentimento condiviso molto bello.

Come se le diverse annate di scolari fossero rimaste idealmente unite in un’unica grande classe nel nome del loro indimenticabile prof.

Nel trigesimo della morte del professor Tripodi, voglio dedicargli ancora le parole che potrete leggere di seguito. Sono mosse, com’è naturale, da alcune memorie personali, ma nell’intenzione danno voce a quella comunità di studenti trasversale alle età, da lui fatta crescere negli anni spargendo semi di umanità e cultura fra i banchi di ogni liceo in cui ha insegnato.

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I momenti di scuola rimangono inevitabilmente impressi nella memoria come tasselli variegati e sempre rimescolabili di un mosaico complesso, delicato, a tratti fragile oppure esaltante, ma anche indecifrabile, persino dalla sensibilità ormai adulta di chi li ha vissuti.

Chi ritrova nel proprio mosaico di ricordi scolastici la possibilità di tornare a contemplare la multiforme figura del professore di italiano e latino Giuliano Tripodi, custodisce senza ombra di dubbio qualcosa di prezioso e unico nel cuore e nella mente.

Le impressioni legate a un professore formano per forza di cose un’immagine fatta di pennellate “individuali” e “di classe”, con il clima storico relativo a fare da panorama in sottofondo.

Sono stato allievo del professor Tripodi al liceo Ulivi, fra il 1983 e il 1986, anno di maturità dell’allora Quinta B, sezione per la quale il professore nutriva una malcelata simpatia solidale, dettata da una sorta di affinità d’animo con la formazione composita e colorita della classe.

L’ambientazione era quella pittoresca dell’ex convento seicentesco di via Benassi.

Ho di quel periodo un’immagine mista di caos creativo, precarietà didattica, fermento culturale frammentario, oltre naturalmente al comune senso di tipica disperazione adolescenziale, sempre pronta a sfociare un secondo dopo in picchi di inusitata e incomprensibile felicità.

In questo magmatico scenario umano e scolastico, dopo un titubante esordio durante il quale in pochi mesi il volto dei supplenti d’italiano in cattedra cambiava più rapidamente del placido andirivieni degli autobus ammirabile dalle finestre sulla sottostante via Bixio, il professor Tripodi fece irruzione nelle nostre vite con la travolgente energia del “fumone” che “strozza” a briscola sopra un paio di carichi già posati in tavola.

Non fatico a immaginare come ogni suo studente abbia avuto un primo impatto col professore pur sempre originale, ma ad ogni modo segnato dalla generale tendenza verso una dimensione traumatica di fondo.

Personalmente, il mio “battesimo Tripodiano” lo ebbi nel corso di un’interrogazione durante la quale combinai su un casino, dando a vedere di confondere il teologo medievale Alcuino, col ben più titolato San Tommaso d’Aquino. In realtà la differenza mi era ben chiara, ma una volta risucchiato dentro a quel suo “trita-studenti” stile sergente Hartman dell’Oltretorrente, a poco valsero i flebili tentativi di dipanare l’equivoco, se non a farmi guadagnare sul campo le prestigiose mostrine della mia nuova altisonante qualifica di “Tèsta éd Plastica”.

L’ingresso in aula del professor Tripodi recava sempre con sé un’atmosfera alla “Full metal Trippo”, mista ai toni più rilassati di una vecchia osteria parmigiana d’altri tempi. Il professore era un folletto agitato e irrequieto, caricato a molla di energia umana, pronto a pungolare e risollevare il proprio uditorio studentesco dall’intorpidimento culturale e dalla fiacca esistenziale a cui si indulge talvolta a quell’età. In ogni suo gesto, parola, guizzo o fulminante battuta, era sottintesa una passione di vita e una sete di stupore, che con le sue lezioni cercava di trasmettere.

Se dovessi indicare l’essenza più pregiata dell’insegnamento ricevuto dal professor Tripodi, direi che è stato lui a farmi comprendere a fondo l’importanza di avere sempre una cura estrema per la propria capacità di meravigliarsi del mondo. E di preservarla con reverenza massima.

Ogni racconto del professore aveva un’aura di mito ad ammantarlo. Che ci parlasse di qualche suo antico beniamino della latinità, Orazio, Catullo o Marziale, oppure dell’amico parmigiano Automedonte (autista di corriere genialmente ribattezzato sulla falsariga dell’auriga omerico), la nota comune trasmessa dal professor Tripodi era una sorta di raccomandazione, esortazione, “invito-calcio nel culo”, a dimorare con sapienza nei territori della curiosità e del desiderio di conoscere.

In questo modo, nei suoi panni spesso gualciti di fine intellettuale bohémien, ci si poneva di fronte come una “figura guida”, senza tuttavia aver la pretesa di rappresentare un esempio.

Forse non è un caso che due fra gli ex allievi rimasti più affezionati al ricordo del professore, nella loro carriera professionale si sono distinti e continuano ad eccellere in ambiti piuttosto staccati dalle tematiche letterarie o umanistiche in senso stretto. Mi riferisco a Ennio Gozzi, dal 1990 stimato docente di Fisica Teorica all’Università degli Studi di Trieste; e a Michele Vallisneri, astrofisico e ricercatore, orgoglio della parmigianità, attualmente research scientist al Jet Propulsion Laboratory, il centro NASA di Pasadena in California.

Perché il professor Tripodi era maestro soprattutto di curiosità, di vivacità mentale e d’animo. Certe sue parole, brani di lezione, sentenze, aneddoti, mi sono rimasti impressi nell’animo come i più bei passi della migliore letteratura che in seguito ho avuto modo di apprezzare nella mia “carriera” di appassionato divoratore di libri. In fatto di passione narrativa non si risparmiava mai, nemmeno per rendere conto del fatto in apparenza più umile.

Come quella volta che da ragazzo, dopo aver passato inutilmente un pomeriggio di fronte alla pagina bianca, nel vano tentativo di comporre la più bella poesia mai scritta da dedicare alla sua fidanzata dell’epoca, il professor Tripodi sfoderò il miglior tocco di penna da maestro, in una allitterazione ermetica degna del genio artistico moderno, fra Ungaretti e Duchamp: “Te, io ti tutto”.

Oppure, in occasione di un prova universitaria, quando si prodigò a consolare una dolce fanciulla, uscita in lacrime bocciata dalla commissione d’esame. Con lei che nel suo infinito candore lo aveva poi ufficialmente incaricato dell’inesorabile vendetta investendolo della perentoria formula tenerona: “…Facci tòh-tòh!!!…”.

Il giovane studente Tripodi non si fece allora pregare, ed entrato a sua volta aveva sbaragliato commissione, professore e mondo accademico intero, con un 30 e lode nei denti a tutti, tornando vincitor e trionfante giustiziere culturale, agli occhi della studentessa almeno in parte così risarcita.

A non sprecare il desiderio, ci ha insegnato il professor Tripodi. A non bruciarsi nella fretta di accumulare esperienze raffazzonate, a usare parsimonia nell’atto del nutrirsi della bellezza, lui che la vita l’aveva invece spesso presa a morsi con golosa frenesia.

Lo faceva magari svelandoci una delle più belle metafore attribuibili all’episodio dei lotofagi nell’Odissea. Quando Ulisse li riportò a bordo, strappandoli dall’isola divenuta per loro paradiso di alienazione artificiale, sapendo bene che non sarebbero più stati le stesse persone, nel loro aver smarrito ormai per sempre ogni saggezza del desiderare. Come succede a chi ha conosciuto il trauma dell’eroina o altre droghe potenti, concrete o di tipo psicologico, offerte spesso dalla realtà…chiosava ancora il professor Tripodi.

Questo è stato il “cuore del cuore” dei suoi insegnamenti. Almeno, per come la mia sensibilità ne è rimasta poi sempre indirizzata da allora.

E mentre, sempre indossando la corazza della sua burbera bonarietà, continuava a chiamarci truppe cammellate, oche marine da sbarco, somari da grotta, teste agricole commerciali…sotto sotto, “il Trippo” non tentava altro che avvicinarci al segreto di come riuscire ad assaporare e possibilmente decifrare nelle sue profondità più intense il racconto della vita.

Angelo Balocchi