Gli anziani dopo la pandemia tra digitalizzazione forzata e la speranza del vaccino. INTERVISTA a Valentina Anelli, segretaria generale Spi-Cgil

Valentina Anelli

“Il Covid ha messo in luce le criticità che già c’erano – nel welfare in particolare – e che si sono proprio conclamate”. Questo il pensiero di Valentina Anelli, segretario generale Spi-Cgil.

Tutti i numeri ci dicono che l’Italia è un paese che sta invecchiando velocemente: i residenti nel nostro Paese che al 1° gennaio 2019 hanno compiuto i 75 anni sono oltre 7 milioni (7.058.755), l’11,7% del totale della popolazione, donne nel 60% dei casi. Sono oltre 4 milioni e 300 mila (4.330.074) ad aver raggiunto e superato gli 80 anni, 774,5 mila (774.528) ad aver compiuto 90 anni. Gli effetti dell’invecchiamento demografico avranno un’importanza cruciale nei prossimi decenni, anche perché i tassi di natalità sono sempre più bassi e l’aspettativa di vita in costante crescita: questo porterà a un netto invecchiamento della struttura demografica.

“Noi saremo una società molto longeva ma anche molto anziana – conferma Anelli-. Italia e Giappone vantano le popolazioni più longeve, solo che in Giappone sono dieci anni che lavorano su questi temi noi invece non ne parliamo quasi nemmeno. Dovremmo ragionare in prospettiva sulla mancanza progressiva delle reti familiari che si stanno sempre più impoverendo. Sarà fondamentale aprire un ragionamento a 360° per concepire la società del futuro e modulare i servizi che serviranno a garantire l’autonomia dell’anziano, preferibilmente nel proprio domicilio”.

Forte di 36.000 iscritti nel territorio di Parma gli ambiti di intervento del sindacato dei pensionati sono tantissimi anche se nell’ultimo anno molto del lavoro si è concentrato ovviamente sugli aspetti legati alla salute, alla non autosufficienza, al welfare, alla solidarietà e all’ascolto.

La situazione di difficoltà vissuta a causa della pandemia è stata un’occasione importante per fare il punto.

“Nella prima fase pandemica abbiamo riscontrato che c’erano diverse persone anziane sole e in difficoltà. Per questo abbiamo chiesto una mappatura precisa ai Comuni, anche attraverso i medici di base delle situazioni più critiche. Abbiamo poi costituito una rete di volontariato che in qualche modo ha sopperito alla solitudine dell’anziano dove non c’era rete familiare. Anche al nostro interno abbiamo fatto il punto e i nostri collaboratori pensionati hanno contattato le persone che reputavano più a disagio, telefonando direttamente a casa ed essere di supporto a livello di socialità.

Quale è stato il passo successivo?

L’analisi fatta nella prima fase pandemica ci ha portato a fare un ragionamento più completo sulla parte legata ai servizi socio sanitari e assistenziali e abbiamo presentato in Conferenza Territoriale Socio Sanitaria un documento che propone una modifica sostanziale ai servizi, ripensando ai sistemi dell’abitare, con prestazioni che possano accompagnare l’anziano in base al grado di autonomia, privilegiando però in modo marcato la domiciliarità ed esaminando anche l’aspetto dei social housing.

L’aspetto della socializzazione e quindi della solitudine da un anno a questa parte sono problematiche molto forti in particolare per gli anziani che spesso hanno dovuto separarsi da figli e nipoti.

Le due fasce di età fortemente penalizzate in termini di socialità sono stati proprio gli anziani e i bambini e ragazzi. Questi ultimi sono stati chiusi in casa, hanno fatto didattica a distanza, gli anziani non potevano né incontrarsi fra loro nei circoli né vedere i nipoti. C’è stata rottura generazionale fra giovani e anziani che credo andrebbe ricomposta. L’incontro tra le due generazioni è fondamentale sia per i giovani per crescere bene sia per gli anziani per fare l’importante passaggio di conoscenze, competenze ed esperienze. I nonni sono una risorsa, molte famiglie hanno comunque fatto affidamento su di loro, se pur con fatica, e sono indubbiamente una fonte di welfare in questo paese. La rottura dei legami si farà sentire anche in futuro.

Dal punto di vista del reddito come è andata?

Gli effetti devastanti ancora non li abbiamo visti. Gli anziani hanno ovviamente mantenuto la loro pensione è sulla famiglia che pesa e peserà la crisi. Prima c’è stata la cassa integrazione e ora non sappiamo cosa succederà dopo il 31 marzo quando scadrà il blocco ai licenziamenti. Noi ci aspettiamo un periodo di lacrime e sangue.

Cosa ci può dire dell’alfabetizzazione “forzata” degli anziani?

Purtroppo sulla popolazione anziana il digital devide pesa tantissimo, anche se c’è stato comunque un miglioramento. La fascia dai 75 anni in su fascia è quella più analfabeta dal punto di vista digitale; sotto i 75 invece sono anche troppo social!

Noi siamo divisi in 39 leghe sul territorio e non potendo fare riunioni in presenza abbiamo utilizzato una piattaforma on-line con tutti i nostri pensionati. All’inizio è stata una fatica immensa, ora però siamo riusciti a fare un direttivo con 85 persone collegate e non c’erano più facce attonite di fronte al nuovo mezzo, ma persone in grado di intervenire, accendere e spegnere i microfoni, di votare. Hanno capito che è un nuovo modo di vedersi, lavorare e confrontarsi. Anche se agli anziani manca molto l’attività in presenza, il vedersi.

È arrivato il vaccino, questo dà maggiori prospettive?

Ci incontreremo con la Regione per capire com’è meglio muoversi sulla campagna vaccinale e per dare il nostro contributo. Noi siamo assolutamente pro vaccino, perché ci sembra una importante via d’uscita a questa situazione altrimenti difficile da gestire. La nostra vita è cambiata e il vaccino forse può farci tornare a una pseudo normalità. La vaccinazione nelle case protette e al personale sanitario per noi è stato il primo step necessario, ora dobbiamo partire con gli ultra ottantenni assistiti. E a seguire con gli ultra ottantenni che non hanno altre patologie.

La campagna deve essere ben pianificata, siamo preoccupati del fatto che avanzino dosi e che si possa generare un “mercato nero” del vaccino come è già capitato; trovo sia sconcertante.

Tatiana Cogo