Il ritorno dei talebani, visto da Lenin

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Non deve per nulla stupire che la Cina comunista, atea a materialista sia tra i pochissimi Stati che abbia dichiarato di voler sviluppare “relazioni amichevoli” con i talebani dopo la loro presa del controllo dell’Afghanistan e di mantenere l’ambasciata a Kabul.

La Cina rispetta il diritto del popolo afghano di determinare in modo indipendente il proprio destino e futuro, ed è disposta a continuare a sviluppare relazioni amichevoli e di cooperazione. Siamo disposti a svolgere un ruolo costruttivo nella pace e nella ricostruzione dell’Afghanistan“, ha reso noto la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying.

Al di là di possibili e neppure celati interessi economici, la posizione della Cina è comprensibile anche dal (loro) punto di vista ideologico.

Dell’emiro afghano parlava già Lenin. Per il rivoluzionario bolscevico i movimenti nazionali dei Paesi occupati devono essere valutati non secondo le logiche delle democrazie liberali, ma in base all’effettivo contributo che essi portano alla causa su scala mondiale della lotta contro l’imperialismo.

Nella logica leninista non conta se il potere talebano sia religioso o laico, assoluto o popolare, oscurantista o femminista, tantomeno se voglia o meno rendere pubblici i mezzi di produzione, ma la lettura ideologica lo inquadra per l’apporto che dà alla disfatta dell’imperialismo e del colonialismo, per quanto difende l’indipendenza nazionale contro Governi fantoccio al guinzaglio di potenze straniere.

Lenin lo scrive chiaramente nel suo saggio “Principi del leninismo” (1924): “La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti», «rivoluzionari» e repubblicani durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo”.

La conquista rapidissima dell’intero Afghanistan da parte dei talebani, senza quasi la necessità di combattere e che alcuno abbia organizzato un’opposizione, rivela sì la debolezza delle Istituzioni e dell’esercito costruiti in vent’anni dagli occidentali ma anche, probabilmente, un forte radicamento dei talebani tra la gente, soprattutto nelle fasce di popolazione più periferica e arretrata delle campagne e delle montagne.

Sarebbe troppo sbrigativo liquidare oggi i talebani come una mera organizzazione terrorista integralista islamica, essendo loro a tutti gli effetti una forza politica che guida un Paese indipendente, a cui la Cina ha chiesto di assumersi tutte le responsabilità di un partito al governo, oltre che di “rompere le relazioni con le organizzazioni terroristiche”.

Dopo “l’esportazione della democrazia”, una spesa di quasi 2.300 miliardi di dollari (il conflitto più costoso di sempre dopo la Seconda Guerra Mondiale e quello in Iraq) e 241mila morti tra militari e civili, appena le truppe americane si sono ritirate, l’Afghanistan è tornata esattamente al punto in cui si trovava vent’anni fa.

Come ha detto Biden, tutti quei soldi non sono serviti per creare una volontà di resistere nel popolo afghano, che si è consegnato ai talebani guardandoli dalla finestra mentre entravano nelle città in piedi dietro i loro pick-up… sì, certo, i soldati hanno disertato non essendo pagati da sei mesi, per la corruzione dilagante, per le colpe degli occidentali, per codardia… ci sta tutto, ma ci sta anche per una condivisione popolare nell’instaurazione dell’emirato islamico.

Un ulteriore intervento militare straniero in Afghanistan è impensabile possa avvenire.

La prossima volta il popolo afghano dovrà combattere da solo per liberarsi dalla sharia talebana.

Se lo vorrà, se sarà disposto a morire per quei valori e diritti civili per noi occidentali inalienabili, per altri evidentemente no.

Andrea Marsiletti