“Il dovere di difendersi, il diritto di esistere”

12/01/2009

Consigliere Taliani, il prossimo S. Ilario lei si presenterà nell’aula del Consiglio Comunale con indosso il simbolo della bandiera Israeliana. E’ una scelta di campo ben definita la sua?
Innanzitutto sono convinto che le bandiere vadano esibite piuttosto che bruciate, anche perché bruciare la bandiera dell’avversario in piazza non è un gran segnale di disponibilità al dialogo. Ed oggi, come da troppo tempo ormai, è proprio il dialogo che manca tra le due parti.

Ma non ritiene l’intervento di Israele contro Gaza sproporzionato?
Quella che, con un accostamento storico, qualcuno ha definito una sorta di “strafenexpedition” può darsi che appaia sproporzionata a molti ma non credo che questo valga per i civili israeliani che abitano le zone di confine con il territorio gestito da Hamas e da cui venivano e vengono lanciati i razzi Qassam.

Quindi lo giustifica?
E’ difficile poter giustificare un intervento militare dove ci sono vittime civili. La questione è molto complessa e posso solo esprimere il mio semplice parere a riguardo. Che nasce anche da un mio personale convincimento.

Quale?
Vede, il conflitto israelo-palestinese è ormai divenuto una di quelle costanti che hanno scandito anche la mia, più che quarantennale, esistenza. Con i suoi lutti, le sue paure,la sua ferocia ed il suo crescendo.
E’ però da tempo che “rimugino” un personale dubbio, ma anche convincimento, riguardo a questa immodificabile questione medio-orientale. Allo stato attuale probabilmente se fossi israeliano disprezzerei i palestinesi e se fossi palestinese odierei gli israeliani ma tra il tanto sangue versato dall’una e dall’altra parte continuo a pormi un interrogativo: davvero la violenza, l’applicazione in spirale della legge del taglione, è sempre stata l’unica alternativa che le parti in causa hanno considerato in questi anni?
E soprattutto in quella parte che ritiene di aver subito storicamente il maggior torto? Nell’evolversi del conflitto mi sono spesso chiesto quale sarebbe stata la reazione del popolo israeliano, ma ancor di più dell’opinione pubblica occidentale, ad una forma di lotta non violenta adottata dai palestinesi. Se i loro “martiri” anziché immolarsi nell’assassinio altrui avessero adottato la “satyagraha”, la lotta non-violenta di Gandhi, non avrebbero ottenuto maggiori risultati? Non sarebbe stato più “eclatante” che qualcuno avesse seguito la scelta del bonzo Thich Quang Duc di darsi pubblicamente fuoco, piuttosto che dirottare un aereo? O avesse imitato lo sciopero della fame del prigioniero repubblicano irlandese Bobby Sands, invece di esplodersi in un mercato?
Questi “sistemi”, queste forme anch’esse di lotta non avrebbero forse colpito maggiormente l’Occidente, la comunità internazionale e lo stesso popolo israeliano? Non avrebbero spinto, senza arrivare al radicalizzarsi delle posizioni fino agli estremi odierni, le parti ad adoperarsi maggiormente per trovare una soluzione a questo, e lo ribadisco, ormai ripetitivo conflitto? Non sarebbe cambiato qualcosa? O dobbiamo prendere atto che è una certa cultura a rendere inconcepibile una strategia del genere?
Allora questa cultura della violenza indiscriminata, che è datata e non è solo dei tempi recenti, non mi appartiene.
E la mia scelta di campo non può non essere con il dovere di Israele di difendersi!

E’ tutta colpa dei palestinesi, allora?
Certo che no! Non possiamo banalizzare la cosa attribuendo tutta la colpa ad una parte solamente.
Come per Israele, è evidente che ci debba essere anche uno stato palestinese. E ritengo inconcepibile che possa esistere, e possa essere definito tale, uno stato a “macchia di leopardo” come quello proposto ai palestinesi. Israele ha dato prova della propria buona volontà abbandonando Gaza, anche se poi se ne è dovuta pentire.
Ma se vuole trovare una soluzione dovrà necessariamente abbandonare anche le colonie della Cisgiordania. Solo così potrebbe riconoscere il potere di un interlocutore responsabile come si sta dimostrando essere Abu Mazen, e di quello che è oggi Fatah.

Meglio Fatah che Hamas, quindi?
Se dovessi scegliere anche tra i due, oggi, la mia scelta di campo, come lei dice, sarebbe Fatah.! Non è con l’assurda negazione all’esistenza di Israele ribadita da Hamas e dai suoi finanziatori che si porrà fine al conflitto. Dobbiamo ricordarci che Hamas ha dato dimostrazione di quello che è eliminando fisicamente i seguaci di Fatah nella striscia di Gaza nel 2007. Cosa che ha continuato a fare anche in questi giorni!
Dopo la morte di Arafat e la lotta alla successione che ne è seguita all’interno di Fatah e di cui Hamas ha beneficiato è necessario anche per i palestinesi legittimare una classe dirigente che li rappresenti a livello internazionale.
E sono convinto che Abu Mazen abbia i requisiti e l’autorità per esserne a capo.