INTERVISTA al Rettore Paolo Andrei: “Non saremo mai un’Università telematica. Un’eventuale flessione delle iscrizioni sarebbe una sconfitta per tutta la società”

Se l’e-learning era un’opzione prima del lockdown, dopo l’8 marzo è diventata l’unica via praticabile e questo ha richiesto, in tempi rapidi, un adeguamento sia dal punto di vista organizzativo che culturale, un cambio repentino di strategie, nuovi progetti formativi, insomma un passaggio potenzialmente difficile per docenti e studenti.

Come tutti gli ambiti, anche quello universitario ha dovuto adattarsi e l’utilizzo delle nuove tecnologie ha fatto emergere anche retroscena positivi. Ma la crisi economica incombe e si teme, da un lato, un possibile calo delle immatricolazioni e, dall’altro, l’abbandono da parte di chi ancora non ha concluso il percorso formativo. Le ripercussioni economiche e sociali saranno inevitabili, perché gli studenti fuori sede, che a Parma rappresentano il 47% circa degli iscritti (26.471 è il totale degli studenti), contribuiscono anche a muovere l’economia della città, si pensi per esempio al mercato immobiliare, ma non solo.

Di queste problematiche abbiamo voluto parlare con il rettore Paolo Andrei, giunto al terzo anno del mandato.

Come è stato affrontato il lockdown?

Ha generato in tutti noi un primo momento di grande difficoltà, perché da un giorno all’altro abbiamo dovuto impedire l’accesso all’Università non potendo più svolgere le normali attività, ma al contempo è stato profuso un grande impegno per attuare tutte le possibili soluzioni. Nel giro di dieci giorni, sia grazie ai docenti, che al personale tecnico e amministrativo, che agli studenti che si sono resi disponibili a utilizzare nuovi strumenti e metodologie, siamo riusciti a proseguire le attività del semestre evitando conseguenze negative sulle carriere degli studenti. Sono state realizzate lezioni ed esami on-line e persino gli open-day. Oltre 1500 persone si sono laureate regolarmente, anche se a distanza. Questa era l’unica strada possibile ed è stato uno sforzo non indifferente, realizzato davvero grazie all’impegno encomiabile di tutti.

E dal punto di vista umano, quali sono state le ripercussioni?

Ci sono state inevitabili difficoltà, non è stato un percorso semplice. Non soltanto per gli aspetti tecnologici (dall’avere connessioni adeguate, all’utilizzo al meglio degli strumenti disponibili), ma anche per il fatto che l’Università è una comunità e come tale vuole vivere di rapporti fra le persone. Tutto questo ci è mancato ma grazie a quello che abbiamo saputo mettere in campo si sono generate anche nuove e stimolanti modalità di relazione fra docenti e studenti grazie al fatto che abbiamo potuto mantenere vivi i legami e il senso di appartenenza.

Gli studenti come hanno reagito?

Vedendo i risultati di alcune indagini svolte non solo a Parma, ma anche a livello nazionale, molti hanno apprezzato lo sforzo fatto. Anche in situazioni normali ci sono studenti lavoratori o con particolari fragilità che hanno difficoltà ad essere costantemente presenti e in questo periodo, paradossalmente, si sono sentiti più vicini all’Università di quanto accade abitualmente. Questo deve farci riflettere sulle possibilità e sulle potenzialità che dovremmo cercare di sfruttare anche in condizioni normali, per essere sempre più comunità di persone che si incontra anche utilizzando strumenti che consentano la vicinanza.

Non c’è il rischio che diventi una Università a distanza?

Assolutamente no, non saremo mai un’Università telematica. Perché la nostra scelta non è questa: come ho già detto siamo una comunità, e proprio per questo motivo il nostro approccio alla didattica e a tutto ciò che le ruota attorno è impostato diversamente. Non è un rischio ed è una scelta che l’Università di Parma non ha fatto nemmeno in passato. Utilizzare le tecnologie ci può aiutare a completare, non a sostituire, l’attività didattica in presenza. Questa sì è un’opportunità che si può sviluppare in futuro.

Recentemente l’Università degli Studi di Parma ha ottenuto il punteggio di 7,88, il più alto conferito da Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca, cosa rappresenta questo risultato?

Il processo di assicurazione della qualità, iniziato almeno dieci anni fa, ci ha portato lo scorso anno all’accreditamento dell’Anvur. Abbiamo ricevuto la visita di un gruppo di 18 esperti valutatori che, dopo un’accurata e preventiva analisi documentale, sono rimasti nella nostra sede per una settimana al fine di valutare sia l’organizzazione delle attività didattica svolte nei Dipartimenti, sia la nostra organizzazione interna, ponendo particolare attenzione alla coerenza tra gli obiettivi strategici e le azioni operative poste in essere a livello di Ateneo. Il risultato è un punto di orgoglio, perché essere, al momento, al primo posto in Italia qualcosa vuol dire. Questo deve spingerci a fare sempre di più e ancora meglio. Da un lato è per tutti noi una grande soddisfazione, dall’altro costituisce una grande responsabilità che ci impegna a continuare su questa strada.
L’Università di Parma è molto ben posizionata dal punto di vista delle prassi operative e della qualità dei propri processi, dell’offerta formativa che è ampia e adeguata sia alle esigenze espresse dai giovani, sia alla valenza culturale che la formazione universitaria deve sempre considerare. Anche sul fronte della ricerca vantiamo ottimi risultati, sia a livello di collaborazioni nazionali e internazionali che di pubblicazioni realizzate. Insomma, dobbiamo impegnarci per mantenere ciò che di buono abbiamo saputo fare e per migliorarci continuamente

Il 16 luglio riaprono le iscrizioni, che cosa si aspetta?

A livello nazionale è in corso una significativa riflessione e le previsioni presentano luci ed ombre. La cosa che mi preoccupa di più è che si possa manifestare, per il sistema italiano e internazionale dell’educazione, una flessione delle iscrizioni. Si tratterebbe di una sconfitta per tutta la nostra società. In effetti, la crisi economica conseguente a quella sanitaria potrebbe generare difficoltà per non poche persone nel sostenere gli oneri degli studi universitari. Se ciò dovesse accadere, questo si trasformerà anche in un problema sociale molto preoccupante, incidendo sulla impossibilità di accesso alla formazione terziaria per molti giovani. L’Italia è già oggi agli ultimi posti, nel confronto europeo, per numero di laureati. Colmare quel divario, se si dovesse realizzare un calo a livello di sistema, costituirà un tema politico di fondamentale importanza per il futuro del nostro Paese. Già in questa fase, il Governo italiano – in particolare il ministro Manfredi – è intervenuto attraverso il decreto “Rilancio” con azioni che tendono a sostenere il diritto allo studio con un significativo investimento e le Università avranno la possibilità di consentire l’iscrizione a costo zero per coloro che presentano un ISEE inferiore a 20.000 euro e garantendo significative riduzioni rispetto al costo “pieno” in presenza di ISEE fino ai 30.000 euro. 

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È ancora forte il tema dell’abbandono universitario?

Il fenomeno dell’abbandono degli studi universitari è diminuito rispetto a una ventina di anni fa, ma rimane ancora troppo elevato. Ciò ha diverse origini. In parte deriva dal grado di efficacia delle politiche di orientamento all’ingresso poste in essere dalle Università; in parte da quanto l’attività didattica riesce ad essere incisiva e inclusiva. È vero che lo studio universitario richiede un grande impegno e che non tutti gli studenti riescono a garantire nel tempo. Se, però, il fenomeno degli abbandoni è dovuto a una inadeguatezza delle opportunità offerte agli studenti o dipende da problemi di natura economica che limitano le possibilità di proseguire gli studi, dobbiamo tutti impegnarci per rimuovere questi ostacoli. Nel percorso universitario sono molto importanti l’attività di tutoraggio e la qualità della didattica: come monitoriamo la carriera dello studente, come ci comportiamo quando capiamo che ci sono difficoltà? Ai ragazzi che incontro prima della scelta universitaria da sempre dico di seguire il più possibile le loro passioni, perché studiare è impegnativo, così come lavorare e se non si è mossi dalla passione si farà sempre fatica e sarà difficilissimo ottenere risultati positivi.

Tatiana Cogo

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