INTERVISTA – Erion Begaj: “Non avevo patologie pregresse ma sono finito in Rianimazione per il Covid. Questa estate usiamo la testa”

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Erion Begaj

E’ stato uno degli ultimi a uscire dalla Terapia Intensiva dell’Ospedale di Parma (oggi contiene solo 2 pazienti), dopo un ricovero per Covid durato 51 giorni vissuti tra la vita e la morte.

Erion, parmigiano di origine albanese, è una persona giovane che non aveva malattie pregresse.

E’ stata una battaglia durissima, con momenti critici, ma oggi è tornato a casa dai suoi due bambini e dalla sua splendida moglie. Vivo.

Erion, sei una persona giovane, senza patologie, che è appena uscita dalla Rianimazione dell’Ospedale di Parma per Covid. Allora è proprio vero che questo virus può minacciare la salute di tutti!

Purtroppo è vero, questo virus non vede in faccia nessuno. Nonostante l’età e le condizioni di salute buone, senza patologie pregresse sono finito in rianimazione. E molto presto per capire il perché, importante per i medici in questo momento è salvare le vite umane.

Però possiamo imparare alcune cose elementari, in primis che la decorrenza della malattia, il carico virale, e soprattutto la replica virale non possono essere previste con certezza nonostante le condizioni di salute buone.

Qual è stato il tuo iter sanitario?

Tutto è cominciato con dei sintomi comuni del Covid verso fine aprile, per poi precipitare giorno dopo giorno.

All’inizio mi hanno ricoverato al padiglione Barbieri, poi mi hanno trasferito al Hub Covid Rianimazione e infine in Sub Terapia intensiva Covid che è una specie di limbo tra la terapia intensiva e degenza dove si preparano i pazienti prima di dimetterli.

In tutto ho trascorso 51 giorni di ricovero.

Che rapporto hai creato con medici e infermieri?

Sono impeccabili, straordinari, e professionalmente meticolosi nel trattamento di noi pazienti. Iniziando dai medici e specializzandi, per poi passare dagli infermieri e oss sia del Hub Covid che dell’UTIR o sub terapia intensiva.

Hanno fatto di tutto per salvarmi la vita!

Il risveglio era un po’ fastidioso ma non difficile, grazie a questi professionisti straordinari. L’aspetto più difficile nei primi giorni dopo il risveglio è l’isolamento e non capire perché ti trovi lì, circondato da queste persone in tute bianche e i mezzo a questi macchinari che controllano i tuoi parametri di salute.

E’ stato l’approccio famigliare di questi professionisti che mi parlavano di continuo e mi hanno spiegato dove e perché mi trovavo lì, riempendo il vuoto lasciato dalla mancanza dei famigliari. Ho conosciuto persone da tutte le parti dell’Italia, campani, pugliesi, abruzzesi, lombardi etc… che lavorano in condizioni estreme per salvare vite umane. Giovani infermieri e specializzandi, letteralmente sigillati in queste tute, che una volta entrati nei reparti che sarebbero zona contaminata, dovevano lavorare almeno per sei ore consecutive senza prendere un bicchiere d’acqua o uscire da quella zona (misure previste dai rigidi protocolli di sicurezza). E’ lì capisci che il grande sforzo messo in campo da queste persone non è semplicemente un lavoro, è una missione carica di rischi che loro hanno assunto per far fronte a questa emergenza.

Lì ho visto e conosciuto l’Italia migliore.

Abbiamo la fortuna come territorio di avere un’Azienda Ospedaliera efficientissima che ha saputo trarre lezione dalla prima ondata e, grazie a loro, oggi è diventato un presidio importante contro il Covid.

Come passavano le tue giornate in Rianimazione?

In rianimazione le giornate passavano tra le visite mediche e le videochiamate di mia moglie (il mio punto di forza e di coraggio) che iniziavano alle 6 del mattino e finivano a mezzanotte. Poi una volta trasferito in UTIR mi sentivo più autonomo e libero di organizzare la giornata. Potevo sfogliare qualche giornale, leggere un libro, sentire musica, “chiacchierare” nei corridoi con gli operatori quando erano liberi…

Il fatto di averla scampata mi ha caricato di ottimismo che, a sua volta, mi ha armato di pazienza per vivere con serenità la fase del recupero.

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“A Parma abbiamo un’Azienda Ospedaliera efficientissima, ho conosciuto l’Italia migliore”

ERION BEGAJ

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Cosa vuoi dire a quelli che ancora si ostinano a negare il virus?

Un tema delicato questo dei negazionisti e soprattutto dei No-Vax. Il virus, purtroppo, non soltanto esiste ma con le nuove varianti è diventato ancora più pericoloso per coloro che non sono ancora immunizzati. L’unica fonte certa dell’informazione sono i medici e i virologi. Io non ho visto frequentatori di poteri occulti durante la mia degenza!

Dialogare con loro, anche se in certi contesti non è facile, deve diventare un punto importante della campagna di vaccinazione, perché vaccinarsi non è solo un diritto individuale ma riguarda tutti noi.

Il contagio l’ha portato a casa il bambino. La condizione principale della sopravvivenza del virus rimane la circolazione tra noi. E il vaccino, fortunatamente, da quello che sentiamo, sta funzionando in termini di riduzione dei ricoveri e decessi. Stacchiamo per un attimo il filo dai social, molto spesso fonte di fake news che manipolano la realtà con conseguenze fatali.

Penso che siamo vicini all’uscita dal tunnel ma serve uno sforzo finale per dire veramente che è finita.

Spero davvero che l’estate non diventi tana libera per tutti perché rischiamo di vanificare i sforzi fatti fin qua.

Comprendo le difficoltà di tenere la mascherina con 35 gradi fuori, ma è uno strumento importante per limitare la diffusione del virus insieme con il distanziamento e il vaccino.

La tua riabilitazione in cosa consiste e quanto è previsto durerà?

La fase del recupero è estremamente soggettiva e dipende da molti fattori. Complessivamente le condizioni di salute sono più che buone, anzi, mi hanno dimesso con una settimana di anticipo visto che i parametri erano stati già raggiunti.

Sto facendo solo qualche ora di fisioterapia.

Sono tornato al lavoro e sto cominciando a vivere con molta felicità ed energia le mie giornate.

Cosa ti rimarrà dentro per sempre di questa terribile esperienza?

E’ un’esperienza che mi rimarrà per sempre, ma poco importa: ciò che conta è come la vivi e cosa ti insegna. La considero un evento della vita, di cui avrei fatto certamente a meno, ma una volta sopraggiunto va affrontato con forza e spirito di sopravvivenza. Un trauma che allena la mente per affrontare gli ostacoli e le difficoltà con resilienza.

Mi sento spogliato dalle paure e pieno di energia per vivere questa, a dir dei medici, seconda vita. Perché in fondo ciò che non ti uccide, ti fortifica.

Andrea Marsiletti