INTERVISTA – Le Famiglie Arcobaleno dopo i fatti di Padova: “In Italia non tutte le bambine e i bambini godono degli stessi diritti. Non siamo più al sicuro”

Con un colpo di spugna la Procura di Padova cerca di cancellare 33 famiglie arcobaleno, impugnando gli atti di nascita dei figli di due madri trascritti dal Comune dal 2017 al 2023.

“Abbiamo solo applicato la legge” hanno detto, senza curarsi delle evidenti conseguenze: legami spezzati, diritti dei bambini ignorati. In modo congiunto sono intervenuti anche l’Ordine degli Psicologi e quello delle Assistenti Sociali del Veneto che hanno dichiarato: “È nostro dovere professionale promuovere un contesto di accettazione e rispetto per tutte le forme di famiglia: un approccio inclusivo e rispettoso è generatore di salute emotiva e di benessere sociale. Spezzare un legame ormai suggellato nei primi anni di vita in alcune bambine e bambini, deve spingerci ad aprire un dibattito serio sui diritti dei minorenni”. Noi ne abbiamo parlato con Barbara Bianchini, referente provinciale Famiglie Arcobaleno.

Le famiglie arcobaleno di Padova sono state cancellate dalla Procura dopo sei anni. Cosa ne pensa?
La prima parola che mi viene in mente è persecuzione. Si! Assistiamo oggi alla persecuzione di una minoranza che non risponde alla chiamata “Dio, patria, famiglia” e che non vuole sottostare ai “valori” imposti da una società etero-normativa e patriarcale che si propone come unica realtà possibile.
Penso alle famiglie di Padova ogni giorno dal momento in cui la Procura ha impugnato i riconoscimenti e la prima immagine che mi viene in mente è quella di un filo spezzato: un’armonia spezzata!
Da mamma la mia riflessione – o meglio – il mio sentire, si concentra sul dolore procurato ai figli, sul sentimento di perdita, di smarrimento, di destabilizzazione.

Tutto quello che è sempre stato una certezza, la normalità, una vita ordinaria come tante altre, all’improvviso viene stravolta da un atto giudiziario recapitato a casa: una mamma viene cancellata, annullata come se fosse un acquisto sbagliato su qualche sito on-line.

Il doppio cognome fa parte di una storia familiare e cancellarlo vuol dire misconoscere e ledere quell’identità relazionale e personale.

Come ha dichiarato la nostra presidente Alessia Crocini, non si è madre o padre solo su un documento, così come non si è madri e padri sono nei legami genetici, ma nella vita di ogni famiglia l’amore di un genitore verso i propri figli non è sufficiente a proteggerli e tutelarli e documenti, autorizzazioni e firme sono all’ordine del giorno. Ad oggi i 33 bambini di Padova rischiano di perdere legalmente una delle loro mamme: in nome di quale tutela?

Teme che possa accadere anche a Parma e più in generale nel paese?

A Parma è già accaduto in passato e potrebbe accadere di nuovo, certo. Può succedere ovunque: ieri Padova e domani chissà. E questa modalità a macchia di giaguaro che può estendersi a macchia d’olio per tutto lo stivale mi fa interrogare ancora di più sul senso di tutto questo. Dato certo è che ad oggi in Italia non tutte le bambine e i bambini godono degli stessi diritti e tutele e tanto mi basta per sentire di non essere più al sicuro. L’Italia, così come è governata oggi, non mi sembra più uno Stato democratico che ha a cuore e come interesse primario il benessere delle persone.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 32/2021, aveva segnalato l’urgenza di una legge. Cosa servirebbe esattamente per tutelare le famiglie e soprattutto i bambini nati in Italia da due donne?

Matrimonio egualitario e pieno riconoscimento dei figli alla nascita. Una corretta lettura delle “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” – Legge 40/2004 – che regolano le relazioni giuridiche fra genitori e figli, per altro, non solo permette, ma impone la responsabilità del riconoscimento congiunto del figlio da parte della coppia che ha siglato il consenso informato, anche quando la coppia è composta da persone dello stesso sesso.

Il riconoscimento legale e istituzionale della bi-genitorialità è l’unico strumento che permette ai genitori di assumersi pienamente la responsabilità dei propri figli perché consente loro di identificarsi ed essere identificati sia psicologicamente che socialmente come tali. L’assenza di un tale riconoscimento, al contrario, comporta una genitorialità mutilata e lascia i bambini orfani di diritti nei confronti del genitore e di tutto il suo lato di parentela che per lo Stato Italiano non esiste.

Cosa pensa della stepchild adoption?

Personalmente ritengo che sia umiliante costringere il genitore intenzionale a richiedere l’adozione dei propri figli: pensata, voluta e sognata insieme al genitore biologico, al pari di qualsiasi altra coppia in una qualsivoglia storia d’amore in cui si ricorra alla PMA o GPA. Resta pur ovvio che se il termine di paragone è il nulla, il richiedere e il vedere riconosciuta dai Tribunali “l’adozione in casi particolari” rappresenta il mezzo attraverso cui essere legalmente riconosciuti genitori, seppur adottivi, riuscendo così a dare una tutela giuridica ad una situazione di fatto già esistente, nell’interesse del minore.

Lungi dal pensare però che la stepchild adoption sia indolore: l’adozione è un procedimento costoso che non tutte le famiglie possono permettersi, in quanto comporta la necessità di ricorrere a un avvocato e il dover affrontare diversi gradi di giudizio a seconda del Tribunale.

È un procedimento invadente in cui la famiglia viene sottoposta a indagini disposte dal Tribunale per i Minorenni che includono convocazioni da parte delle Forze dell’Ordine, disponibilità economica a cui vanno poi aggiunte le relazioni del pediatra, del ginecologo e delle maestre. Oltre a ciò, il Tribunale può anche chiedere di sottoporre il minore a una perizia da parte di uno psicologo infantile. È evidente quanto tutto ciò sia invasivo. Si entra con prepotenza nella vita di una famiglia e giudicando, più o meno positivamente a livello istituzionale, tutto ciò che, in assenza di gravi motivi, rappresenterebbe una dimensione squisitamente privata. Ricorrere all’istanza di adozione in casi particolari comporta poi un iter lungo e fino al termine dell’iter processuale, il minore si trova in uno stato di vulnerabilità in cui, qualora il genitore biologico morisse, per lo Stato Italiano diventerebbe orfano e questo è inaccettabile.

La stepchild adoption è quindi una procedura costosa, faticosa, dolorosa ed emotivamente stressante che in qualche modo pone nella condizione di dover dimostrare di essere genitrice adatta, subendo ancora una volta il pregiudizio secondo cui, l’orientamento sessuale, in questo caso omosessuale, comprometterebbe le capacità genitoriali. Ci tengo a segnalare infatti che tale richiesta, al contrario, non sussiste per le coppie eterosessuali alle quali viene avanzata solo in caso di presunti abusi a danno dei minori. Queste forme di discriminazione sono inaccettabili, proprio in virtù della tutela e nell’interesse supremo del minore.

Avete in mente di tornare in piazza? E cosa chiedete alle istituzioni locali?

Famiglie Arcobaleno porta avanti da tempo la petizione DisObbediamo, un appello che si rivolge proprio ai sindaci e alle sindache per il riconoscimento dei figli e delle figlie delle Famiglie Arcobaleno e quella dell’Associazione Luca Coscioni sulla Gravidanza solidale per altri.

Il 23 giugno si è svolto il sit-in di fronte al Tribunale di Padova.

Essendo poi questo il mese dei Pride, il 17 giugno, proprio in occasione del Parma Pride tutte le realtà LGBTQIA+ si sono mostrate compatte per portare avanti insieme – come da manifesto – le nostre istanze quali il pieno riconoscimento della nostra genitorialità per garantire la tutela dei nostri figli e delle nostre figlie, facendo inoltre trasparire in maniera inequivocabile la necessità di tutelare e rendere visibili tutte quelle realtà che oggi rischiano di essere schiacciate da un odio ideologico che non ammette confronto.
Con la nostra presenza al corteo e ancor prima nella partecipazione attiva all’organizzazione del Parma Pride 2023, noi di Famiglie Arcobaleno abbiamo voluto evidenziare ancora una volta quanto l’attivismo intersezionale sia l’unica forma di attivismo possibile.

Vedere in parata l’Assessora Bonetti ci ha fatto sentire le Istituzioni locali vicine alle nostre istanze. Cito inoltre, la presenza sul territorio del centro Antidiscriminazione “Un Arcobaleno per Parma”, uno spazio finanziato da UNAR realizzato dal Comune di Parma con le associazioni Ottavo Colore, Tuttimondi, CIAC Onlus, Giolli Coop.Soc. e Centro interculturale di Parma e Provincia che fornisce accoglienza e ascolto, supporto psicologico e consulenza legale, supporto nelle segnalazioni di discriminazione a tutte le persone italiane o straniere che hanno subito discriminazione in ragione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. Anche questo servizio mostra quanto questa Amministrazione sia sensibile e vicina alle tematiche LGBTQIA+.

Tatiana Cogo

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