La favola di Natale: una fatina chiamata Carlo Ancelotti (di Luigi Alfieri)

Luigi Alfieri e Carlo Ancelotti

La prima neve è caduta e Natale si avvicina.

È il momento per raccontare le fiabe ai bambini, ma di questi tempi servono anche ai grandi.

Allora: c’era una volta una giornata grigia dell’anno 1979. Immaginate una squadra, il Parma, appena promosso in serie B, dopo secoli di C, immaginate i suoi tifosi non ancora abituati ai grandi palcoscenici, e immaginate la fatina buona. Una fatina alta un metro e ottanta più la giunta, per 80 chili di muscoli: Carlo Ancelotti a 19 anni. O giù di lì.

Allo stadio Tardini, grazie ad Ernesto Ceresini, il presidente favoloso (a proposito di favole), arriva la Roma. Il Pres aveva ceduto a Viola – ricordate Dino Viola, quello dello scudetto giallorosso? – questo ragazzino promettente e in cambio pretese un’amichevole da giocare a Parma, col Parma. A quei tempi (parlo dell’anno 9 Avanti Calisto) avere una squadra di campioni di quel livello in città era un sogno per i tifosi. Se ricordo bene, c’erano, tanto per dire, Pruzzo e Bruno Conti, Spinosi e Scarnecchia, Di Bartolomei e Francesco Rocca. E anche Tancredi e Turone.

A fine partita, tutti i bambini con papà, zii e nonni importanti poterono entrare in un angusto corridoio e strappare autografi ai supereroi.

A un certo punto, fuori dal portone, vedo un piccoletto che piange singhiozzando. Non lo fanno entrare. Ehhh no. Così non va. Io, giornalista in fasce, mi introduco negli spogliatoi (a quel tempo i cronisti potevano entrare negli spogliatoi e vedere Moggi che chiude a chiave gli arbitri nello sgabuzzino) e scorgo Ancelotti (Io e Guido Orlandini siamo stati i primi a metterlo davanti a un microfono – dopo averlo strappato al calcioballilla del San Benedetto – quando aveva 17 anni) già vestito da piccolo lord, ma coi capelli ancora bagnati. “Carletto, lì fuori c’è un bambino di sei barra sette anni che piange perché non lo fanno entrare a raccattare autografi. Non conosce nessuno”.

“Mister, Mister”, chiama la Fatina a mezza voce. “Senta qua”. Gli racconta la storia e Nils Liedholm in persona, come era apparso, scompare nel vapore dello spogliatoio, tirandosi dietro Carlo-fatina. Cinque minuti e ricompare con un pallone di cuoio numero 5, a esagoni bianchi e neri, con sopra una dozzina di firme più che illustri. Alcune mitiche. Tipo la sua.

Usciamo. E mi dice “dove està” (con l’italiano non era forte come con la palla). Il piccolo è lì a due metri con gli occhi sgranati. Niels gli lancia il cuoio e l’altro sgrana gli occhi ancor di più. Neanche De Amicis nel libro Cuore ha mai raccontato un’espressione così felice e una storia così umana. E io non ho mai più visto, negli anni, una gioia tanto improvvisa.

Morale: non sempre babbo Natale ha la barba bianca e il cappuccio rosso (magari giallorosso), e la fatina può vincere mezza dozzina di scudetti e la Champions league.

Luigi Alfieri