Le monache Clarisse trasformano la paglia in oro. Un altro miracolo della clausura

Rubrica: Il silenzio della clausura

C’è un filo giallo che lega il Re Mida alle monache di clausura Clarisse.

Il sovrano della Frigia è entrato nella storia perchè aveva il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava; le Clarisse sono state capaci di trasformare la paglia in oro, realizzando candelabri, crocefissi, calici, teche eucaristiche, arazzi che riproducevano l’effetto dorato con una tal perfezione da risultare quasi indistinguibili da quelli in metallo.

Se il potere di Mida e delle Clarisse è lo stesso, il fine è opposto.

Mida lo chiese per brama di ricchezza… salvo poi supplicare il Dio Dioniso di revocarglielo accorgendosi di essersi condannato alla morte, in quanto tutti i cibi che toccava diventavano istantaneamente d’oro. Le Clarisse, invece, agivano, in coerenza con la regola della povertà di Santa Chiara, per negare la stessa ricchezza, rifiutando i materiali preziosi.

Durante la mia permanenza da ospite nel monastero di clausura delle Clarisse di Fara in Sabina ho avuto il privilegio di ammirare quegli oggetti in paglia, che si rivelavano per la seconda volta in tutti questi secoli. La monaca che mi ha accompagnato mi ha confessato di non averli mai visti prima.

Luccicavano sull’altare dell’antico coro del monastero.

Li guardavo seduto sulle panche di legno sulla quali le monache avevano vissuto in preghiera gran parte della loro vita contemplativa.

Mi raccontava che durante la seconda guerra mondiale, con l’avvicinarsi degli aerei bombardieri, le monache si riunirono in preghiera nel coro. Nessuna paura di morire, perchè la morte è finalmente l’incontro col loro sposo Cristo. Fede, impassibile. Le bombe distrussero il monastero. Solo il coro rimase intatto. “E’ stato un miracolo” mi disse. Il secondo (leggi).

Fissavo la grata attraverso la quale le monache ascoltavano la messa recitata al di là del muro. Sotto c’era una finestrina che consentiva il passaggio dell’eucarestia senza violare la clausura.

Mi era chiarissima la differenza tra un calice d’oro fuso dentro uno stampo con uno di paglia modellato dalle mani vergini e dalla preghiera infinita della vita claustrale.

L’essenza dell’infinito è privazione: non la perfezione, ma l’assenza di limite.

Ce l’ha insegnato Aristotele.

Ce l’ha dimostrato Santa Chiara.

Andrea Marsiletti


La mia esperienza in un monastero di clausura, partecipando alla liturgia delle monache

La preghiera delle monache del passato, nella sofferenza, per essere vicine al loro sposo Cristo

Una preghiera davanti ai corpi intatti delle monache morte nel 1600

Il silenzio della clausura ti chiama

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