Maledetta tazzina… Diario di un paziente Covid (di Mauro Delgrosso)

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Diario di un paziente Covid, alla fine fortunato, che però si è sentito abbandonato dal sistema. Solo burocrazia, solo comunicazioni formali, nessun interessamento socio sanitario concreto. Nessun supporto pratico, con tempi e modi pericolosamente dilatati. Il tutto, ad oltre un anno dalla prima emergenza.

Aspetti il vaccino, cerchi di capire quale puoi e devi fare, visti i tuoi acciacchi e visto il tuo lavoro a rischio. Aspetti, chiedi al tuo medico, ti informi alla AUSL senza avere risposte e nel frattempo… ovvio, ti becchi il Covid!

Ironia della sorte, per una maledetta tazzina del caffè, per un atto di cortesia: è così che ho preso e portato a casa il Covid. Tutto nasce da una visita aziendale, per lavoro, e da un benevolo e normale “Ti offro un caffè, dai. Ma si, dai, grazie”. Non avessi mai accettato, non mi fossi mai abbassato la mascherina per bere: in quell’azienda c’era un cluster Covid! Passano tre giorni, dal caffè. E’ mercoledì sera, è stata una giornata bellissima: è finito un corso pieno di problemi, è andato bene il primo incontro on line di un’altra attività molto complessa. Non sono euforico, come dovrei, come mio solito: la testa è pesante, mi sento un po’ debole, però non ho la febbre. Doccia e mi butto a letto, ho qualche principio di brivido; ci resto, senza mangiare, quasi senza bere, fino al venerdì mattina. Di solito faccio così, quando prendo qualche accidenti: mi curo con il riposo, mi lascio sfogare il febbrone. Anche perché di farmaci ne posso prendere ben pochi. Ma due giorni da sdraiato è da record.

Passo due notti all’inferno, tormentato, mi sembra di avere le visioni del Walhalla: incubi su incubi. Mi isolo e resto isolato dal resto della famiglia: non voglio vedere nessuno, non voglio contagiare nessuno. Al mattino di venerdì mi sento come uno reduce da una lotta a mani nude con una mamma cinghiale che difende i cuccioli. Non ho un pezzo di corpo che non mi faccia male. Sono piegato in due, letteralmente. Chiamo il mio medico: lo sento preoccupato. E’ perentorio: “mi dovevi chiamare subito, non ti muovere da casa, stai isolato, mettiti a riposo, al caldo, bevi molto, tanta frutta e verdura, stai leggero e controllati temperatura, saturazione e pressione ogni tre ore. Appena senti problemi di respirazione oppure affanno, chiamami, anche alle due di notte. Non fare l’eroe. E vai a fare un tampone, appena ti prendono”. Sono spaventato, ma sono in piedi. Mi sa che il mostro che sento tutti i giorni al TG ha bussato alla mia porta. Prenoto subito un tampone: c’è posto sabato mattina, in farmacia; intanto avverto subito tutti i colleghi con cui ho lavorato nella settimana, per cautela, per rispetto. Tutti sani, meno male.

Mentre chiacchiero con il mio farmacista, ecco l’esito dello stick: “Mauro, azz…. sei positivo”. Panico nei suoi occhi azzurri: inizia a sanificare il piccolo ambulatorio, sistemato in cima ad una scaletta stretta, nel centro storico, con una certa foga, quasi violenta, compulsiva. “ Ora vai a casa diretto e mettiti in isolamento, anche se non è certo al 100% informa per precauzione tutti i tuoi contatti; ti chiameranno dalla AUSL per il molecolare”. Aggiunge, visto che ci conosciamo da sempre e siamo in confidenza: “mi dispiace tanto, noi non diremo nulla a nessuno, per la tua privacy… ma accidenti quanto sono arrabbiato… solo a noi farmacisti non fanno il vaccino e ogni giorno siamo a contatto di sicuro con dei positivi, tutti i giorni! Tutti i giorni rischiamo la vita, niente vaccino per noi”.

Passano poche ore e mi chiamano dalla AUSL: “domani, domenica, deve andare a Parma, al centro tamponi, alle 15”. Replico: “ma a Parma? Io sono di Borgotaro, e non so come starò”. Educata, ma perentoria: “no, può farlo solo a Parma”. Riesco a capire poco, l’indirizzo me lo sono scordato subito, non sono lucidissimo, vista la situazione: mica sono di Parma e al telefono, in montagna, si capisce il 70% di quello che ti dicono, soprattutto con parole in inglese! Ricostruisco tutto con internet: ma un anziano, un cittadino immigrato poco pratico con la lingua, un disabile, come avrebbe potuto fare? Evvabè, obbedisco!

E’ domenica, e mentre salgo in macchina per farmi 120 e passa chilometri, ovviamente da solo, penso alle parole del mio medico: “stai in casa, stai attento alle correnti d’aria, non ti muovere…”. La prendo sul lato positivo (aggettivo che ormai odio!): almeno, prima della probabile quarantena, mi faccio un giro, la giornata merita.

Ritorno a casa a pezzetti, mi bruciano gli occhi, mi fa male la testa. Mi rintano nella mia stanza e nel mio bagno, rannicchiato per la fatica: ho la TV più vecchia della casa, manco HD. Vivo di arance, succhi e di televendite su reti minori. Uno spasso. Mi salvano le finestre, sul giardino, divento amico di tutti gli uccellini che girano intorno a casa, sui davanzali. Il problema è la notte, in questa stagione non girano manco i pipistrelli. Hai timore ad addormentarti, anche perché potresti anche non risvegliarti. Vedo altre TV accese, nelle case vicine, in piena notte: non le avevo mai notate, capisci che non sei l’unico malato. Di notte almeno si legge, fin quando non ti addormenti con la luce e la tv accesa. E qualcuno in casa ti urla: “come stai? Sono le quattro ed hai tutto acceso… sei ancora vivo?”.

Arriva martedì, arriva il verdetto, una voce femminile e gentile mi dice: “sono della AUSL, mi dispiace ma il suo tampone è risultato positivo. Deve stare in isolamento fino al prossimo tampone, non deve avere rapporti con i suoi familiari, riesce a stare isolato?”; prosegue: “faremo un altro tampone, che è fissato tra pochi giorni”. Questa volta a Borgotaro. Per il resto, più o meno, arrangiati: “la chiameranno dal servizio, per dirle come comportarsi”. Mi arriva un SMS, incomprensibile, in cui mi danno un codice del mio tampone (ma senza nessuna indicazione sull’esito) e con l’invito a usare al’App Immuni. L’App Immuni? Ma esiste ancora?

Meno male che il mio medico di famiglia mi segue bene, passo-passo. Ma se non lo facesse? Se stesse male anche lui? Se non lo avessi? Se non potessi permettermelo, magari perché migrante? E il fatto che sono un soggetto a rischio, cronico, da un decennio? Non conta niente? Non lo sanno? Sono settimane che chiamo, senza esito, per vaccinarmi, come da indicazione aziendale: evidentemente, la mano destra non sa cosa fa la mano sinistra.

Passano i giorni, tanti, per me troppi: venerdì finalmente mi chiamano, dopo avermi mandato una mail, una voce femminile, sempre gentile, mi spiega sommariamente cosa posso e cosa devo fare. Sono ufficialmente in quarantena fiduciaria: la cosa che ho capito bene è che “occhio, se esci c’è il penale!” Mi dice anche che riceverò poi istruzioni scritte, di attendere. Modello Mission Impossible, qui è tutto un mistero. Nessuno di quelli che si mettono in contatto si preoccupa di sapere se ho un mio termometro (siamo in tre in famiglia, tutti confinati, non possiamo fare i turni o scambiarci oggetti!), un saturimetro, se mi misuro la pressione. Se i miei parametri vitali e le mie funzioni vitali sono corretti. Se il mio stato di salute mentale regge.

Domenica, tre giorni dopo, mi arriva una mail, con specificato bene, con un bel PDF, scritto in perfetto burocratichese (alla faccia degli spiegoni e degli spot martellanti), tutto per iscritto, con delle belle parolone in rosso, altre in grassetto, in un perfetto word 2.0, per come mi devo comportare. C’è anche un link, al sito AUSL. Tutto digitale, tutto on line. E siamo a Domenica! Una settimana tonda-tonda dopo il tampone… ho ricontrollato per scrupolo le date, l’informatica ahimè non mente.

In questo periodo, se non mi fossi informato, se non fossi uno attento, avrei potuto combinare un sacco di guai. Avrei potuto contagiare mezzo Borgotaro. Ad esempio nella gestione dei rifiuti domestici, delle pulizie, della dieta, della spesa. Come sempre, meno male che c’è una rete parentale e sociale solida, che alla fine ti fa sentire un principino. Che non ti fa mancare nulla. Come le decine di telefonate e i messaggi degli amici, una vera medicina, per chi sta male. Ma mi domando: se uno avesse un animale domestico? Se non avesse nessuno per fare la spesa? E per le medicine? Le mie, a metà quarantena le mie sono anche finite. Se uno avesse dovuto pagare delle bollette, saldare delle scadenze, senza avere familiarità con i vari pagamenti elettronici? Se avesse dovuto ritirare un atto, una raccomandata? Adesso i vari soggetti privati ti tagliano telefono, tv, luce e gas se non paghi in fretta. Se vai in mora con un pagamento, con una scadenza, sei rovinato: si, finirà tutto bene, saremo tutti migliori!

Mi immagino un anziano solo, un anello debole della nostra società, abituato a fare le cose in modo normale, senza tutta questa frenesia digitale; penso semplicemente ad un soggetto senza troppa disponibilità economica, che si arrangia con qualche lavoretto. Un precario, uno dei tanti, costretto a lavorare in modo onesto ma occasionale per sopravvivere. Uno un po’ già traballante di suo, magari over 50, se becca il Covid, ma anche una qualsiasi altra malattia invalidante, nella nostra società rischia tantissimo; rischia il totale disastro umano, economico e sociale. Questi pensieri, queste consapevolezze amare, non aiutano a riprendersi, a guarire. Anzi, sono un invito bello e buono a lasciarsi andare. Oppure, peggio, a fregarsene.

Passano 14 giorni e mi arriva la mail della mia guarigione: una guarigione d’ufficio, senza nessuno che mi abbia chiesto come stavo, senza una visita, senza un controllo, senza un esame medico (esclusi i tamponi), senza una ecografia ai polmoni. Senza uno straccio di indicazione per il recupero, per come gestire la ripresa, per come tornare in mezzo agli altri, anche a livello comportamentale: tra una cosa e l’altra sono rimasto confinato più di 20 giorni in 20 metri quadri, senza potermi muovere, a mezzo respiro.

Nella cassetta della posta, fuori dal perimetro di casa, si accumula la posta: trovo altre buste della AUSL, che mi dicono della mia quarantena. Tre giorni dopo, arriva un’altra lettera AUSL, mi dice che sono ufficialmente guarito; la mia licenza premio, il mio congedo, dopo la guerra con il Covid. Mi sento un reduce, uno che torna a casa, dopo un mese di trincea. Surreale, da film.

Riflessione negativa, profondamente negativa di tutta questa vicenda: alla fine mi è andata bene, senza ricovero, senza terapia intensiva, soprattutto sono ancora vivo, come tutta la mia famiglia. Non avrei neanche diritto a lamentarmi troppo, di fronte a chi ha sofferto di più o a chi è stato più sfortunato con gli effetti, di fronte ad un lutto. Ma uno che si sente in bilico con la vita, con un bombardamento terroristico mediatico costante e che si sente pure abbandonato dalle Istituzioni, dalla AUSL (forse abbiamo sbagliato tutti quando l’abbiamo trasformata in AZIENDA!), alla fine si sente fluttuare in balia degli eventi, con i giorni che passano indistinti, sentendosi solo un codice fiscale, in pasto solo alla burocrazia, con cui scambiare solo delle comunicazioni formali; un sistema che sembra non avere ben presente il suo scopo (il benessere e la salute dei cittadini) e sembra muoversi solo in modo meccanico e burocratico, in fondo con l’impressione di volersi tutelare. Dopo un anno e passa di Covid siamo arrivati a questo.

Colpisce una la gestione puramente formale e burocratica della malattia: tolto il medico di base, nessuno di quelli con cui sono venuto in contatto si è minimamente preoccupato, almeno a livello professionale, della mia salute, del mio stato psicologico, della mia situazione sociale, dei miei bisogni primari. Nessuno mi ha trattato da paziente, da malato. Ero un numero di telefono, un indirizzo email e una buca delle lettere. Una scocciatura da gestire, una pratica da processare. Che tristezza.

Mauro Delgrosso

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