“Patria e vita” risponde allo slogan rivoluzionario “Patria o morte” con cui Che Guevara gelò il sangue delle Nazioni Unite

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Patria o muerte!” (“Patria o morte”), sono passati 56 anni da quando il Comandante Ernesto Che Guevara gelò il sangue dei rappresentanti dell’Assemblea delle Nazioni Unite a New York denunciando i crimini dell’imperialismo, prima di tornare al suo posto tra gli applausi.

Con la frase “Fino alla vittoria sempre! Patria o morte!” Ernesto Che Guevara era solito salutare Fidel Castro prima di partire verso altri cieli sotto i quali combattere, l’ultimo quello boliviano dove fu arrestato e fucilato.

Possiamo dirlo a prescindere dalle appartenenze politiche di ciascuno: pochi personaggi nella storia dell’umanità possono paragonarsi al Che per coraggio, valore e lealtà.

Patria o morte” è il grido che ha infuocato i cuori di tutti i rivoluzionari contro le intrusioni arbitrarie nelle decisioni delle nazioni sovrane e ogni forma di oppressione e discriminazione, per le masse affamate degli indios, dei contadini senza terra, degli operai sfruttati.

Nel tempo Cuba è assurta a simbolo di riscatto sociale, a patria spirituale di tutti coloro che si ribellano alla tirannia, a presidio degli utopisti e degli idealisti che resiste da 60 anni a un embargo da guerra.

Da qualche settimana è arrivata la risposta a “Patria o morte”: si tratta di “Patria y vida” (“Patria e vita”), una canzone controrivoluzionaria che rovescia le intoccabili parole d’ordine cubane e in due settimane fa 3 milioni di visualizzazioni su Youtube, riuscendo a diffondersi anche sull’isola ribelle.

Il genere musicale scelto è quello rap americano, lontanissimo dalle atmosfere delicate e tropicali di “Guajira guantanamera” (16 milioni di visualizzazioni) o di “Hasta siempre Comandante” (più di 100 milioni di visualizzazioni nelle sue varie versioni, tra le quali quella della bellissima “rivoluzionaria” Nathalie Cardone).


I rapper picchiano duro: “Basta bugie, il mio popolo chiede libertà. Non gridiamo più patria o morte ma patria e vita. Iniziamo a costruire quello che sogniamo, quello che loro hanno distrutto con le loro mani”.

E ancora: “Tutto è cambiato, non è più lo stesso, loro 1959 (l’anno della rivoluzione cubana n.d.r.), noi 2020”.

Nel video compaiono anche immagini della repressione poliziesca delle opposizioni. I cantanti invitano anche a riflettere sulla situazione economica, sulla mancanza di alimenti e sull’emigrazione dal paese: “Pubblicità di un paradiso a Varadero – dice una strofa – mentre le madri piangono per i loro figli che se ne sono andati”.

Un rapper palestrato a torso nudo, un altro con una felpa dell’Adidas, un altro ancora con un catenaccione d’oro al collo cantano che “E’ finita, 60 anni bloccati a domino. Siamo artisti, siamo sensibilità. La storia vera, non quella mal raccontata. Siamo la dignità di un popolo intero calpestata. Con pistole puntate e parole che non valgono niente. Non più bugie, il mio popolo chiede libertà, niente più dottrine. Non gridiamo più Patria e Morte ma Patria e Vita. Che smetta di scorrere sangue, per il fatto di pensarla diversamente. Chi vi ha detto che Cuba è vostra, se Cuba è di tutta la mia gente”.

Due autori vivono all’estero, Gente de Zona, Descemer Bueno e Youtel, ma due risiedono nell’isola, Maykel Osorbo e El Funky. Al di là di una netta condanna del brano sulla Granma, il giornale ufficiale del Partito Comunista Cubano, sono tutti a piede libero.

Già, non c’è più la Cuba di una volta.

Andrea Marsiletti