Priamo Bocchi: esame di maturità all’ombra del fattore K (di Lorenzo Lasagna)

Carbognani
Lombatti
Lorenzo Lasagna

Caro Direttore,

Fratelli d’Italia viene ormai indicato da tutti i sondaggi nazionali come il partito di maggioranza relativa in pectore.

La sua leader sembra riuscita a mescolare con abilità gli spiriti animali dell’elettorato di destra e il pragmatismo della tradizione conservatrice, disinnescando – ma senza umiliarsi in ridicoli autodafé – i riflessi postfascisti di parte della sua base e della sua classe politica. La scommessa di Giorgia Meloni sarà diventare abbastanza forte da non dover chiedere legittimazioni, conservando una capacità di manovra e di alleanza che le eviti il triste isolamento toccato a Marine Le Pen. Detto questo – e per tornare alle nostre più limitate questioni – c’è da chiedersi se un simile schema possa declinarsi nei contesti amministrativi, dove il sistema di voto a due turni non premia tatticismi e fughe solitarie.

A Parma, dopo una lunga esitazione, Fratelli d’Italia ha scelto di non appoggiare Pietro Vignali, e di gettare invece nella mischia un candidato d’area come Priamo Bocchi, profilo (relativamente) giovane per anagrafe, ma con un’esperienza di militanza sufficiente a renderlo una proposta politica credibile.

L’appuntamento con Vignali sembra solo rimandato, ma intanto per Bocchi c’è un primo turno da affrontare, e sappiamo bene che l’elezione del Sindaco esprime di solito verdetti molto chiari e senza appello (si veda alla voce Soliani, Peri o Bernazzoli). Che genere di corsa elettorale potrà fare il candidato di Giorgia Meloni?

Fossimo in lui, non daremmo per scontate comode rendite di posizione. La storia recente di Parma dimostra infatti che in occasione del voto amministrativo gli elettori si concedono una libertà molto ampia, a tutto vantaggio delle candidature che appaiono più autorevoli e meglio posizionate (è il noto meccanismo del ‘voto utile’, che neppure il doppio turno basta a depotenziare). Tipicamente, al solo comparire sulla scena di Elvio Ubaldi, le liste di centrodestra escluse dal suo laboratorio civico (Lega e An) subivano gravi emorragie di consensi. Sarebbe perciò un errore, per il candidato di Fdi, confidare semplicemente nel traino garantito dal suo marchio (che a Parma non ha oltretutto ancora vinto le diffidenze di una parte dell’elettorato moderato), nella speranza di assicurarsi una dote rilevante in previsione del secondo turno. Al contrario, la sua campagna dovrà caratterizzarsi in modo netto (e senza cercare scontri poco redditizi) per una proposta che spicchi e che lo distingua agli occhi dell’elettore di destra dall’opzione Vignali (il cui posizionamento non necessita di particolari spiegazioni): due, tre issue semplici, chiare e riconoscibili. Priamo Bocchi ha personalità, può rivendicare piena coerenza di scelte e di posizioni (fatto abbastanza insolito nel panorama politico odierno), e non è neanche lontanamente sospettabile di opportunismo. Può quindi rivolgere agli elettori proposte forti, di merito. Ma quelle proposte vanno costruite, messe in agenda e rese visibili.


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La scelta di correre soli, tuttavia, introduce un elemento di rischio anche ad un livello, per così dire, strategico. Al di là della competizione per eleggere il Sindaco, l’ingresso di Fdi nella coalizione Vignali avrebbe rappresentato la storica occasione per superare quello strano fattore K che ancora nel 2022, cioè 24 anni dopo la sconfitta di Stefano Lavagetto, tiene una parte della destra fuori dallo schema civico-moderato. Persino quando Alleanza Nazionale e Forza Italia diedero vita al Polo delle Libertà, il laboratorio civico parmigiano condannò la right-wing a una specie di appoggio esterno rafforzato, al quale solo l’acuta intelligenza di un politico come Massimo Moine poté dare un senso comprensibile. A questo giro, nella città Medaglia d’Oro della Resistenza, nel centenario delle Barricate antifasciste, quell’ostracismo poteva cadere e saldare l’inerzia positiva dei sondaggi nazionali con la conquistata centralità in un progetto di ricostruzione (in chiave maggioritaria) della classe politica del centrodestra locale. Si è invece deciso di spingere l’azzardo un po’ più in là, immagino con l’intenzione di massimizzare i vantaggi del fai-da-te. Giorgia Meloni non è una sprovveduta, e qualche calcolo lo avrà pur fatto: sapremo il 12 giugno se la sua audacia sarà stata premiata.

Lorenzo Lasagna