Se avesse vinto l’eresia ariana non ci sarebbe stato il Natale (di Andrea Marsiletti)

Lombatti
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Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani, Ravenna.
Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani, Ravenna

Natale è la festa religiosa della natività, ovvero dell’incarnazione del figlio di Dio in terra.

Oggi, tra cenoni e messaggi di auguri Whatsapp, a pochi interessa se Dio si sia fatto uomo in Cristo. Diciamolo, non gliene frega niente a nessuno.

Ma non è stato sempre così.

C’è stato un tempo in cui la cristologia, cioè la parte essenziale della teologia cristiana che studia e definisce chi e che cosa è Gesù Cristo, ha scatenato conflitti religiosi e sociali accesissimi, arrivando a minacciare l’esistenza stessa della cristianità.

Il secolo IV, il secolo dell’arianesimo, fu il più critico della storia della Chiesa che fu sul punto di soccombere.

L’arianesimo è stata l’eresia cristiana che, più di ogni altra, ebbe concrete possibilità di diventare la dottrina ufficiale della Chiesa: venne creduta da vescovi e Chiese locali, sostenuta da imperatori e da interi popoli.

Nel 2007 Papa Benedetto XVI affermò che la situazione della Chiesa dopo il concilio di Nicea del 325, che bollò l’arianesimo come eresia, era quella di un caos totale, e ricordò le parole di san Basilio che paragonò quell’epoca a una battaglia navale nella notte, dove nessuno conosce più l’altro, dove tutti sono contro tutti.



Negando la divinità della figura di Gesù (pur dichiarata in modo chiaro nei Vangeli), il presbitero libico e teologo Ario sfidò alla radice il cristianesimo attaccando il dogma centrale della sua fede.

Ario non disconosceva la Trinità e sosteneva che il Figlio di Dio è un essere che partecipa della natura di Dio Padre, ma in modo inferiore e derivato (subordinazionismo). Per il teologo Dio, principio unico, indivisibile, eterno e quindi ingenerato, non può condividere o trasmettere ad altri la propria essenza divina e c’è stato un tempo in cui il Verbo ancora non esisteva e che egli è stato creato da Dio all’inizio del tempo.

Di conseguenza il Figlio, in quanto “generato” e non eterno, non può partecipare della sostanza del Padre (negazione della consustanzialità), ma al massimo può esserne una creatura: certamente una creatura superiore, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito.

Parlare di unità di sostanza divina nel Padre e nel Figlio era per Ario un affermare l’assurdo o due dei.



Gesù era quindi “semplicemente” un intermediario tra Dio e il mondo, un Maestro più che Redentore.

Il Gesù ariano era simile al Gesù profeta citato nel Corano, il primo dei profeti, dopo Maometto.

Se avesse prevalso Ario non avremmo avuto l’incarnazione e quindi neppure il Natale.

Non avremmo avuto neppure lo spacchettamento dei regali e l’esibizionismo fotografico sui social della famiglia felice che, una volta all’anno, si ritrova a mangiare il panettone sotto l’albero addobbato.

Chissà se l’ipocrisia di questo Natale laicista e, come dice Papa Francesco, sviato dal consumismo, riesca a far fingere e postare calore famigliare anche al 32% delle donne (ISTAT) che hanno subito violenza fisica o sessuale, sopratutto tra le mura domestiche. Questo sì che sarebbe un miracolo del Natale, altrochè incarnazione!

La vittoria di Ario avrebbe causato un danno incalcolabile al cristianesimo.

Con senno di poi, però, ci avrebbe risparmiato questa festa oggi caricaturale in cui c’è dentro di tutto, fuorchè Dio.

Andrea Marsiletti

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