Un’aula del Liceo Ulivi dedicata da tutta la sua “grande e unica classe” al professor Giuliano Tripodi (di Angelo Balocchi)

Lombatti

Questa mattina (4 dicembre 2021) il liceo scientifico Giacomo Ulivi ha intitolato un’aula all’indimenticabile professore di italiano e latino Giuliano Tripodi, a circa sei mesi dalla sua scomparsa.

L’evento meriterebbe di essere raccontato con un taglio giornalistico che ne metta in rilievo l’importanza ufficiale.

Ma al momento, e sull’onda dell’emozione, non mi riesce di scriverne se non con le parole di uno dei tanti ex allievi del Trippo (com’è stato affettuosamente chiamato il professore, da varie generazioni di suoi studenti) presenti stamattina nei corridoi e nel cortile dell’Ulivi, per ricordarlo con grande affetto.

Saremo stati in un centinaio, liceali “d’età scolastica” compresa fra chi ha fatto la maturità all’Ulivi negli ultimissimi anni settanta, e poi via via, fino all’ultimo scorcio dei novanta. Eppure l’impressione è stata, immagino per tutti, quella di fare parte di un’unica grande classe: quella del Trippo.

Eravamo lì, perché ognuno, senza nemmeno bisogno di dirlo, sapeva benissimo dentro sé di cosa si stava parlando: di uno di quei professori che ti cambia la prospettiva da cui osservare la vita, che ti regala un modo prezioso, articolato e personale, di guardare al mondo.

Il professor Tripodi era un insegnante che sapeva prenderti “al cuore della mente”, con lampi di genio, classe stravagante e ingovernabile simpatia.

Per dirla con “Edgar-Allan-Poetica” suggestione, proprio in questo si manifesta la nascosta evidenza della “lettera rubata”, che ciascuno dei suoi ex allievi si ritrova sopra la scrivania della memoria, ogni volta che torna a rivisitare col pensiero il ricordo indelebile dell’immagine del Trippo.

Era un affabulatore eccezionale, e come tale sapeva introdurre noi smarrite “truppe cammellate” e “oche marine da sbarco” di allora, nel mistero della parola.

Il fascino della parola come chiave d’elezione per aprire le stanza della cultura, del sapere e del conoscere.

Facendoci innamorare della parola, e offrendoci la possibilità di accedere ai quei preziosi luoghi, il professore a suo modo ci ha mostrato la strada a una qualche forma di elevazione sopra le nebbie della quotidianità più scontata e paludosa (talvolta dense e oltremodo “lisergiche”, all’epoca di quei lontani scombussolamenti adolescenziali dell’animo).

Fra gli insegnamenti più belli del professore, c’è proprio questo. Che una parola, una frase, un passaggio particolarmente felice e illuminante di un libro, di una poesia, di un romanzo, può, se non addirittura salvarti la vita, perlomeno renderla più degna, nobilitata dall’immersione nel fondamentale sentimento del Bello.

Un circolo virtuoso, in cui la pagina scritta e il vivere, le opere della mente e quelle dell’agire, si rafforzano a vicenda, nel nome di una più alta dimensione acquisita dello stare al mondo.

Al professor Tripodi, bastavano a volte piccole fiammate di meraviglia (di quelle che lui sapeva creare con i suoi spettacolari modi del racconto), per spalancarci davanti sterminate aperture di senso, capaci di dare pregevoli indizi da seguire, a tutta l’irrequietezza culturale sempre in agguato fra le insicurezze dell’età giovanile.

Scuoterci l’attenzione con un piccolo ma preziosissimo fatto legato alle vicende di Orazio, dell’Ariosto o di Giulio Cesare, da parte del prof, equivaleva in finezza narrativa al sapiente colpo di scalpello assestato dal giovane Michelangelo, in bocca a un suo satiro di marmo per scheggiargli un dente, dopo un rimprovero ricevuto da Lorenzo il Magnifico, riguardo alla troppa perfezione scultorea usata per abbracciare la porzione di verità più pertinente a quell’opera.

E non è un caso, che anche questa strepitosa spigolatura artistica, ci sia stata raccontata a sua volta dal professor Tripodi, durante qualche sua lontana e bellissima lezione.

Uno dei più grandi nemici che il professore ci ha sempre spronato, esortato, spinto a combattere a forza di “calci in culo dialettici”, è la noia.

Intesa non solo come generico tedio nell’affrontare il tempo dei giorni, ma soprattutto come abulia del pensiero, appiattimento dell’interesse, mancanza di curiosità.

E gli antidoti per difendersi da questi pericoli, ciascun suo allievo che sia riuscito a entrare davvero in sintonia e in ascolto di quella particolare filosofia di insegnamento, se li è poi portati con sé per sempre.

Tanto da capitargli magari un giorno, a distanza di anni, di imbattersi in una delle frasi più “tripodiane” possibili, scovata per caso durante la lettura di un bellissimo libro, proprio sotto forma di lapidaria sentenza.

Un brevissimo passaggio tratto da “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg:

“…Voialtri – diceva mio padre – vi annoiate perché non avete una vita interiore…”.

Parole che avrebbero potuto uscire tali e quali dalla bocca del professor Tripodi, durante una delle sue indimenticabili lezioni. Fatta salva una fondamentale precisazione di carattere esegetico. Lui non avrebbe mai mancato di completare il concetto, apostrofando l’uditorio con il suo inconfondibile marchio di fabbrica pedagogico: “Voialtri…vi annoiate perché non avete una vita interiore…teste di plastica!…”.

Angelo Balocchi- (Liceo Scientifico Giacomo Ulivi – Quinta B, anno scolastico 1985-86)