Subsonica: quel cielo europeo su Torino

by AlbertoPadovani

C’è una band che ha spostato in avanti le lancette della musica italica ultimi 30 anni, in un movimento intelligente e talvolta dirompente, dall’underground al pop?
Se la risposta è affermativa, il nome in questione è quello dei Subsonica, più che una band un brand musicale capace di interpretare le innovazioni che la musica prima alternativa, poi mainstream e infine adulta ha vissuto nella nostra penisola dai 90 ad oggi.

Prendiamoci un attimo di tempo per la scena. Torino, a metà degli anni 90, è una città vivissima e con una gran voglia di connessione con l’Europa, più che con l’Italia. Il centro di questa scena sono i Murazzi, in riva al Po che l’attraversa… locali notturni dove si raccolgono velleità artistiche varie, mescolate con energia vitale e suoni nuovi (a proposito, quanti suoni nuovi in quegli anni!). Una città fascinosa, insieme pigra e rigorosa, ma capace di accogliere quel magma autonomo e indipendente che non ha eguali nell’Italia degli anni 90. Da questo clima(x) prendono vita varie formazioni, tra le quali i Subsonica, inizialmente quasi uno spin off degli allora più famosi Africa Unite. Il dub, il bristol sound, l’automazione sonora, l’uso dei loop a sostituire i classici riff di chitarra, ormai “fuori dal tempo”.

La prima formazione è composta da Max Casacci (chitarre e programmazione), Samuel Romano (voce), Davide Dileo (in arte Boosta, tastierista), Pierfunk al basso (poi sostituito da Vicio, ovvero Luca Vicini, nel 1999) e Ninja (alias Enrico Matta) alla batteria e percussioni.

L’inizio è promettente, sebbene non tutto fosse a fuoco: l’omonimo “Subsonica” del 1997 è un album ricco di buone idee, che soprattutto si poggia su un sound che mixa le tendenze anni 90, ma con una personalità sonora spiccata, su cui emerge la voce morbida, precisa, avvolgente di Samuel.

Ma è con il successivo “Microchip emozionale” del 1999 che i Subsonica sfondano, proponendosi anche a Sanremo con un singolo da brividi: “Tutti i miei sbagli”, qualcosa di travolgente, mai sentito prima all’Ariston. Un album che stupisce critica e pubblico per la potenza e la modernità: un capolavoro che li spara a velocità supersonica sul podio delle migliori band italiane.

La sonorità dei Subsonica si basa su ingredienti specifici di alta qualità: una base ritmica in buona parte elettronica, dove batteria e basso si innestano con precisione chirurgica, stile techno e potenza espressiva; una voce precisa e insieme importante, coinvolgente, antiretorica; linee melodiche e armoniche molto ben strutturate da parte del tastierista; una chitarra a togliere, essenzialmente ritmica e di servizio agli arrangiamenti cuciti con misura artigianale e gusto contemporaneo europeo.

Aggiungiamo testi molto migliori della media – anche come presa ritmica e rappresentazione di una nuova sensibilità generazionale – e una capacità di confezionare singoli elettro-dance decisamente liberatori, ma mai smaccatamente commerciali

Il terzo capitolo della prima parte della loro storia è anche uno dei loro album più maturi, come equilibrio stilistico: “Amorematico” (2002) – titolo sincronico, che racchiude i sostantivi amore, automatico, ematico – figlio di una maturazione tematica e musicale, oltre che di una certa pressione vissuta dalla band dopo il successo incredibile del precedente “Microchip emozionale”. Qualcuno lo giudica un passo indietro: personalmente l’ho sempre amato dall’inizio territoriale di “Nuvole rapide” ai quattro “Atmosfero” sperimentali finali, che preludono ad una versione strumentale dei Subsonica. Infatti negli anni successivi si dedicheranno a interessanti progetti collaterali, tra cui i Motel Connection (Samuel e Pierfunk) e produzioni (soprattutto Max Casacci a Casasonica). Quest’album ci regala perle sonore come “Eva-Eva”, “Ieri”, “Gente tranquilla” etc.

“Non siete riusciti a bissare Microchip emozionale” urleranno in modo autosarcastico Samuel e Soci nella rabbiosa “Benzina Ogoshi” (brano contenuto nell’album “Eden” del 2011), prevenendo ed esorcizzando la lenta “glaciazione” che, inevitabilmente, prende le vene profonde di ogni band partita dal fuoco adolescenziale. La netta percezione di quel fuoco e della distanza progressiva è uno dei leit motiv dei Subsonica, che hanno avuto il grande merito di rimpiangerlo in senso artistico, riprendendo sempre le linee di fondo e rielaborandole con stili e gusti nuovi, senza cercare mai easy way out.
Una coerenza artistica che ne ha preservato l’identità artistica in tutti questi anni, dove i nostri hanno cominciato, malvolentieri immagino, anche ad “andare a letto presto”.

Ma, come fosse un fiume carsico, il Po è capace di temibile vigore: così i Subsonica sono tornati di recente con due apprezzabili singoli – “Radio Mogadiscio” e soprattutto “Il tempo in me” –
preludio dell’album “Terre rare”, un album che promette di rilanciarli e con un’eco maggiore rispetto agli ultimi lavori, tenuti piuttosto sottotraccia.
Vedremo: i Subsonica meritano sempre un ascolto in più, grazie alla cura del loro suono e ad una certa qualità a cui non hanno mai rinunciato: quella di puntare sempre lo sguardo più avanti rispetto al resto della musica prodotta in Italia. Non è poco, soprattutto di questi tempi.

Alberto Padovani
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La mia playlist

  1. Preso blu
  2. Istantanee
  3. Aurora sogna
  4. Il cielo su Torino
  5. Nuvole rapide
  6. Eva-Eva
  7. Nuova ossessione
  8. Il diluvio
  9. Incantevole
  10. Specchio
  11. Discolabirinto
  12. Istrice
  13. Il tempo in me
  14. La glaciazione
  15. Tutti i miei sbagli
  16. I cerchi degli alberi
  17. Canenero
  18. Gente tranquilla
  19. Adagio
  20. Di domenica

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