† Il tango, da musica diabolica a musica preferita di Papa Bergoglio (di Paolo Mori)

by Andrea Marsiletti

TeoDaily – “Nefanda turpitudine”, “vizio eretto a sistema”, “porcheria moderna”, “fomite di corruzione”, “danza sporca e selvatica”, “ballo diabolico”, “sozzo divertimento”. Se i balli sono considerati dalla Chiesa come fonte di vizio e poca morigeratezza, nei primi decenni del Novecento il tango rappresenta il simbolo della perdizione.”

Anna Tonelli, professoressa ordinaria di storia contemporanea, inizia così il capitolo dedicato al tango del suo libro E ballando ballando. La storia d’Italia a passi di danza (1815-1996).

Arrivato in Europa dall’Argentina nel 1910 attraverso la porta principale — la Parigi della Belle Époque, allora capitale mondiale dell’edonismo — il tango si diffonde rapidamente in tutto il continente, conquistando un favore trasversale che valica ceti sociali e convenzioni.
Quasi immediata, e di segno opposto, è la reazione della Chiesa cattolica, che tenta di arginare il fenomeno con opuscoli, circolari, omelie di vescovi autorevoli e persino con la minaccia di negare l’assoluzione ai fedeli che osassero abbandonarsi al nuovo ballo.
Come ricorda Roberto Finelli, studioso di tango argentino, la condanna più dura giunge dal Cardinale Vicario di Roma, Basilio Pompilj, che affida all’Osservatore Romano un’invettiva destinata a rimanere celebre.

Finelli riporta anche una leggenda curiosa: Papa Pio IX, si dice, avrebbe assistito a un’esibizione di tango e, al termine, lo avrebbe assolto dichiarando di non scorgerci nulla di particolarmente peccaminoso, pur confessando una preferenza per la Furlana, danza veneta allora di moda.
Secondo gli studiosi, si tratta però di una costruzione giornalistica, creata ad arte per promuovere quest’ultima.
La condanna al tango, dunque, rimase intatta e — almeno sul piano ufficiale — non risultano revoche successive.

Un secolo più tardi, nel 2014, la scena si capovolge. In Piazza San Pietro, oltre tremila ballerini omaggiano con un tango il compleanno di Papa Francesco, argentino ed egli stesso, da giovane, praticante di questa danza.
Non esistono documenti formali che attestino il superamento della condanna, ma è evidente che essa sia ormai caduta nella pratica. Gli appassionati, del resto, avevano ignorato il divieto già all’epoca; la presenza di un papa ex ballerino del “ballo demoniaco”, poi, funge da sigillo definitivo.

Qualcuno — e qui il pensiero corre facilmente ai tradizionalisti cattolici e critici della modernità — potrebbe interpretare questa inversione di prospettiva come l’ennesimo segno della “scristianizzazione” dell’Occidente, o come la prova di un pontefice disposto a scendere a patti con la civiltà mercificata.
Ciò aprirebbe una discussione vastissima, già affrontata più volte e destinata probabilmente a tornare.
Oggi, però, possiamo limitarci a osservare che danzare appartiene alla natura umana. E nel tango, più che altrove, il dualismo fra l’apollineo e il dionisiaco di nietzscheana memoria trova un equilibrio fragile e perfetto: l’eleganza dei movimenti, il tumulto delle emozioni, la connessione profonda con il partner, la libertà dell’improvvisazione.

In un’intervista, a Bergoglio chiesero quale fosse la sua orchestra preferita.
Lui non rispose Piazzolla — genio assoluto della musica argentina, troppo decostruzionista e postmoderno, oggi relegato a intermezzo fra tande di tango elettronico nelle ultime riserve di tango “nuevo”, sopravvissute al riflusso degli anni ’90.

Non scelse Pugliese — troppo sofisticato, e forse troppo comunista.
Men che meno Héctor Varela, che alcuni ritenevano vicino al regime (Ad onore del vero, però, non abbiamo trovato riscontri bibliografici).
La scelta cadde invece su Juan D’Arienzo, “El Rey del Compás” (il re del tempo), ironia della sorte, o forse giustizia divina, proprio colui che riportò il tango alla sua essenza ballabile, rianimandone il ritmo e restituendolo ai corpi, agli abbracci e alle sale da danza. Con buona pace, verrebbe da dire, del Cardinale Pompilj.

Forse papa Francesco non possedeva la profondità teologica di Ratzinger, né il magnetismo carismatico di Wojtyła. Ma, quanto alla musica, si direbbe che sfiorasse l’infallibilità.

Paolo Mori



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