È morto nella notte Maurizio Chierici, grandissimo giornalista parmigiano e inviato speciale del Corriere della Sera.
Nato il 20 dicembre 1936 a Collecchio, aveva frequentato l’Istituto Tecnico Commerciale Melloni, diplomandosi “ragioniere”. Raccontava al padre di essersi iscritto a Economia e Commercio, la verità però era diversa… Ma era l’unico modo per avere il permesso di scrivere per la Gazzetta di Parma, dove aveva iniziato come critico cinematografico.
La sua curiosità, insaziabile, forse era stata nutrita inconsapevolmente dal padre, che quando Maurizio era ragazzino, portava a casa quattro o cinque giornali al giorno. E Maurizio li leggeva tutti, con avidità.
Dal 1974 è stato inviato speciale del Corriere della Sera. Per quindici anni ha raccontato il Medio Oriente, poi l’America Latina, l’Africa, l’Asia, la Via della Seta e il Vietnam. Testimone di numerose guerre a partire dal 1967, non ha mai esitato a inseguire la verità nei luoghi più difficili e pericolosi.
Nel 2002 è passato all’Unità, poi è stato editorialista de Il Fatto Quotidiano e ha diretto il settimanale online Il Domani. I suoi reportage gli hanno valso numerosi premi, tra cui il prestigioso Campione all’UNICEF.
Sul Medio Oriente ha scritto due biografie-intervista: Dayan (collana diretta da Enzo Biagi, De Agostini) e Arafat e i guerriglieri della speranza (Mondadori). All’America Latina ha dedicato diversi libri, tra cui La pelle degli altri (Rizzoli, 1985), Per fortuna sono bianco (Mondadori, 1992), Con gli occhi del Sud (antologia per scuole medie e superiori, 6 edizioni) e Lungo viaggio d’addio (Baldini & Castoldi, 1999).
Ha scritto anche due romanzi-verità: Malgrado le amorevoli cure – I baroni della medicina (Einaudi) e Quel delitto in casa Verdi, ripubblicata da Bompiani nel centenario della morte del maestro.
Ha insegnato giornalismo pratico a Cartagena de las Indias in Colombia, inviato dallo scrittore Gabriel García Márquez, e più recentemente Teorie e tecniche giornalistiche all’Università di Parma.
“Fare il giornalista in America Latina è un mestiere con qualche rischio. Non solo per chi insegue eserciti e guerriglie. Duecentotre cronisti sono stati uccisi negli ultimi dieci anni. Sempre storie diverse, ma il motivo non cambia: chi vuole silenzio non sopporta la verità”, raccontava Chierici degli anni trascorsi in America Latina.
Chissà cosa pensava di questi tempi di post verità, dove il numero di giornalisti uccisi nei diversi fronti di guerra in tutto il mondo non si contano. Lui che era un uomo libero, che ha vissuto la professione di giornalista come una missione e che non ha mai fatto sconti a nessuno.
I nipoti ricordano le vigilie di Natale con il sottofondo della sua voce che dettava al telefono l’ultimo articolo con i punti, le virgole e gli a capo, come si faceva prima di internet, quando scriveva sulla sua Lettera 22 Olivetti.
Ricordano le vacanze al mare, con la radio accesa di notte per ascoltare le stazioni d’oltreoceano, e lui riconoscibile solo dal piccolo mozzicone di sigaretta che brillava nel buio. Sempre intento a scrivere, anche racconti familiari che restavano privati, letti solo alla famiglia; biglietti e appunti erano sparsi tra i libri della sua mansarda.
La malattia che negli ultimi anni gli ha impedito di scrivere è stata per lui una vera tragedia.
Maurizio Chierici era mosso da una curiosità incessante e sapeva osservare e raccontare le persone da punti di vista insoliti, con grande capacità di indagare in profondità i fenomeni.
La sua vera fortuna erano gli amici, a Parma e in tutto il mondo, perché amava circondarsi di persone che lo incuriosivano e che gli facevano sentire casa, ovunque si trovasse.
“Io ho attraversato la vita”, amava dire. Per lui, questo era un privilegio, come lo era girare il mondo con la valigia sempre pronta. Non ha avuto figli e la sua vera Itaca era la famiglia: la moglie, il fratello e i nipoti, per lui he tornava sempre alla sua amata casa e nella sua città, un punto fermo.
Tatiana Cogo



