Pinardi: “Si renda giustizia alla popolazione rohingya vittima di persecuzioni”

by Andrea Marsiletti

Presso la Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono cominciate le udienze del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei confronti della popolazione rohingya.

Il caso era stato presentato nel 2019 dal Gambia, un piccolo stato a maggioranza musulmana dell’Africa occidentale. I rohingya sono un gruppo etnico musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale del Myanmar, che invece è prevalentemente buddista.

I rohingya sono stati sempre discriminati ed emarginati dalla vita pubblica birmana, tanto che da quarant’anni sono privati anche del diritto alla cittadinanza.

Nel 2017 l’esercito birmano – che anche all’epoca aveva un peso politico eccezionale, nonostante formalmente il paese fosse guidato da un governo civile – avviò nei confronti dei rohingya una campagna di persecuzione violenta. Vennero commesse uccisioni indiscriminate, saccheggi e stupri di massa. Furono incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone furono uccise, decine di migliaia di donne stuprate, e un numero stimato di oltre 700mila persone rohingya furono costrette a fuggire nel vicino Bangladesh, dove vivono tuttora in campi profughi in condizioni inumane.

Papa Francesco nel dicembre del 2017 si recò nella capitale del Myanmar per incontrare la leader del governo civile birmano guidato da Aung San Suu Kyi, una politica molto conosciuta e cittadina onoraria di Parma, per la sua lotta per i diritti della popolazione birmana, e vincitrice del premio Nobel per la pace 1991. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi non poté fare nulla poiché l’esercito birmano gestiva direttamente gli squadroni militari .

Dal colpo di stato del 2021, con l’arresto di San Suu Kyi, il Myanmar non ha più un governo civile, ma è guidato da una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra civile con vari gruppi armati dissidenti. Le Nazioni Unite hanno documentato che anche dopo il colpo di stato le persecuzioni contro i rohingya sono continuate.

Sui fatti del 2017 è stata aperta un’inchiesta separata della Corte penale internazionale dove possono trovarsi imputati anche gli individui accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nell’ambito di quell’indagine nel 2024 il procuratore capo della Corte penale internazionale Karim Khan ha chiesto un mandato di arresto internazionale per Min Aung Hlaing, capo dell’esercito birmano all’epoca dei fatti e oggi capo della giunta militare che governa il paese.

Il processo che potrebbe durare anni, è auspicabile che renda giustizia ad una popolazione vittima di persecuzioni ingiustificabili.

Massimo Pinardi

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