Introduzione: il ring invisibile del risparmio italiano
Questo è il racconto di un combattimento a cui sempre più italiani assistono, e soprattutto a cui sempre più piccoli investitori partecipano direttamente. Almeno stando alle recenti statistiche che ritraggono il fantomatico Sig. Rossi, italiano medio, nella faticosa impresa di affrancarsi da una atavica cultura finanziaria e al contempo far fruttare meglio i propri risparmi trasformandosi, poco alla volta, in investitore consapevole. Impresa decisamente epica.
Il vecchio campione: l’entrata in scena del BTP
C’è un momento nella vita di quasi ogni risparmiatore italiano, e probabilmente l’abbiamo vissuto in molti, in cui il BTP entra in scena senza nemmeno presentarsi. Non serve, è già conosciuto. Dalla passata gloria di rendimenti stellari (maledetto o
benedetto il divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro!) è il rappresentante della più nobile della categoria delle obbligazioni, quella dei titoli di Stato: “un piano quinquennale, la stabilità” come direbbe tal Giovanni Lindo, meritorio cantore del nostro appennino.
La storia si ripete monocorde: arriva una nuova emissione, si guarda il rendimento, si confronta con quello del conto corrente, si pensa che “tanto va a finire bene” e si sottoscrive. A volte senza nemmeno leggere troppo. È come stringere la mano a qualcuno che si conosce da sempre: non ci si chiede più chi sia davvero, ci si fida per abitudine.
E’ il suo stile, il BTP combatte così. Non attacca. Resiste. Sta fermo. Incassa i colpi del tempo promettendo che, alla fine, quel denaro tornerà indietro. Parla una lingua familiare e suadente: cedole, scadenze, capitale nominale, rimborso alla pari. È coerente con una storia di salvezza contro la narrativa del “male capitalistico”, fatta di crisi bancarie, fallimenti illustri,
mercati raccontati come gioco d’azzardo. Una storia fissata in qualche inconscio collettivo e difficile da riabilitare, una storia che pesa più di qualsiasi simulazione.
Il problema, permettetemi, nasce quando il BTP non vince perché è stato selezionato con cura, ma perché l’altro non è nemmeno salito sul ring della nostra consapevolezza, del nostro orizzonte cognitivo. Quando il gesto diventa riflesso incondizionato. Quando non ci si chiede più “perché”. Quando il “si è sempre fatto così” diventa una strategia, senza che
nessuno abbia mai deciso davvero che lo fosse.
Il nuovo antagonista: azioni, volatilità e l’arrivo degli ETF
A questo punto della narrazione occorre però fornire uno scenario alternativo, un antagonista credibile. E nemmeno a farlo apposta negli ultimi anni a rappresentare il mercato azionario è salito sul ring un giovane campione, così che le povere singole azioni possano finalmente riprendere fiato e rimettersi in sesto dai colpi “sicuri” sferrati dai titoli di stato nella contesa del piccolo e medio risparmiatore.
L’azionario, quello inquieto, irregolare, imprevedibile, ha un nuovo paladino: un crociato fiero che non promette nulla e che, quando cade, lo fa davanti a tutti… sì, perché le azioni finiscono al telegiornale solo quando crollano. Quando invece fanno il loro duro lavoro, nessuno ne parla.
Ed è proprio in questo spazio di apparente debolezza, di “volatilità”, che entrano gli ETF.
Non come pugili coraggiosi e intraprendenti, ma come una evoluta specie di macchina da combattimento da laboratorio. Fredda. Regolare. Senza istinto. Trasparente. I “Gioielli del mercato”, come li chiama qualcuno con un certo entusiasmo, sono fondi azionari diversificati, compositi, che si comprano e si vendono con la stessa facilità di un’azione qualunque (“exchange-traded funds”) direttamente dal divano di casa, dal proprio conto titoli. Senza prendere appuntamenti e firmare fascicoli di incartamenti: il loro pedigree è pubblico, scaricabile in ogni momento, anche senza acquistare. Anche poco a poco, anzi
“pac a pac” per “mediare” il rischio nel tempo.
Nota a margine per completezza e per non suscitare critiche: gli ETF possono anche essere obbligazionari, e le obbligazioni come i Btp possono essere vendute e/o comprate tra emissione e scadenza, con effetti diversi sul rendimento a seconda degli scenari macro, ma questa è un’altra storia che spero di potervi raccontare. Tante sono le vicende che convergono: i “pac”, l’accumulazione o la distribuzione, il cagr, le teorie del portafoglio e la duration obbligazionaria. Ci sarà tempo, spero.
Tornando al nostro discorso, gli ETF azionari sembrano portare in seno una promessa accattivante: “puoi stare qui senza sporcarti troppo. Puoi partecipare al successo dei mercati senza esporti davvero, puoi partecipare alla crescita del capitale mondiale senza farti troppo male o troppo a lungo”.
Ed è qui che spesso nasce l’equivoco.
Chi tiene il punteggio: l’indice e la regola del gioco
Prima di scegliere da che parte stare bisogna capire bene chi è che tiene il tempo del match, chi conta i punti colpo dopo colpo confrontando i cartellini quando il gong finale risuona fatale: ovvero l’indice.
L’indice non combatte. Conta. Somma il valore delle azioni nel tempo, e perciò comprende utili e perdite, eventi aziendali e globali inerenti, tutto. Non è un titolo, non è un fondo, non è qualcosa che si possa possedere. È una misura.
Serve a dire come sta andando quel pezzo di mercato scelto: quello Tech (nasdaq 100), quello Usa (S&P 500), quello globale (msci world), europeo (stoxx 600), quello italiano (ftse mib) e chi più ne ha più ne metta.
Quando si dice “la borsa è salita” o “il mercato è sceso”, si sta parlando di un indice. Non perché tutte le azioni si muovano insieme, ma perché qualcuno fa una media e la chiama realtà. Qualcuno di altamente qualificato e autorevole scatta una foto, una serie di istantanee che messe in fila somigliano tremendamente al fenomeno che ci sta dietro (sottostante): almeno da quando un certo Harry Markowitz, premio nobel per l’economia nel 1990, ha iniziato ad affinare i meccanismi…
L’ETF non fa altro che obbedire a quel numero, segue l’indice, passo dopo passo. A volte in modo quasi ossessivo, a volte con piccoli scarti (tracking error) che emergono, nel caso, solo quando danno fastidio. Non improvvisa. Non corregge. Non si ferma. Se il mercato cade, cade. Se il mercato sale, sale. Non ha una strategia: ha una regola.
E qui la lotta si fa vera. Perché bisogna dirlo senza attenuarlo: l’ETF non ammortizza il rischio, lo rende continuo. E di converso l’ETF non ammortizza il rendimento, lo rende continuo. Sta in equilibrio tra la sottile linea rossa o verde del rischio/rendimento: si sale su un treno lanciato che non fa soste, che viaggia spedito tra monti e vallate.
Chi entra pensando di avere una protezione scopre presto che non c’è nessuno a fermare la corsa. L’ETF non decide quando basta. Non ha pietà. Non ha paura. E soprattutto “non sa chi sei tu”. E non ha scadenza. Per fermare l’inesorabile macchina da guerra puoi solo venderla con un click, cristallizzando il momento: o hai perso o hai guadagnato. O hai perso meno di quanto potevi perdere, o hai guadagnato meno di quanto potevi guadagnare. Oppure resti in piedi con un atto di fede: fede nella linea temporale a medio e lungo termine, fede nella “capitalizzazione composta”.
Il nemico silenzioso: l’inflazione
Il BTP, dall’altra parte, gioca un altro incontro: in fondo è “solo” un prestito con interessi e non promette vittorie spettacolari, ma una fine certa. Se si compra all’emissione e si resta fino alla scadenza il gioco è chiaro, si sa già come va a finire. Questa prevedibilità è una corazza. Per molti è una necessità. Non tutti possono permettersi il lusso, soprattutto psicologico, di stare nell’agone.
Ma il BTP, bisognerà pur dirlo, porta al suo interno un virus silente, è logorato da qualcosa di invisibile. Un nemico che non sale sul ring, non fa rumore, non fa sanguinare come un crollo azionario. Ma alla fine fiacca le gambe e si sente, perché lavora ai fianchi di continuo: questo virus patogeno si chiama inflazione. Indici vs Inflazione: questo è il cuore pulsante della questione.
Con un BTP il capitale che torna è quello scritto sul certificato, nominale, ma non è quello che ricordavi. Perché “compra” di meno. Vale meno nel momento in cui lo ritiri rispetto al momento in cui l’hai versato; ma non si tratta di un tradimento. E’ il prezzo della calma, della sicurezza psicologica. Il problema semmai è far finta che non stia succedendo.
L’ETF azionario, invece, non promette calma. Promette esposizione. Promette di esporsi alle radiazioni: alla crescita, se ci sarà, alla caduta, quando arriverà. Esporsi al tempo, che non è mai gentile, ma può essere galantuomo. Qui non c’è scadenza che rimetta ordine. Finanza deriva da “fine” infatti e l’unico modo di uscire è decidere quando fermarsi, quando vendere.
E decidere in mezzo al rumore (notizie, ipotesi, proiezioni, dichiarazioni di presidenti americani) è quasi sempre molto difficile. Si dice spesso che l’ETF sia “tranquillo” perché diversificato, ed è vero solo sul piano tecnico.
La diversificazione interna riduce il rischio legato ad un singolo titolo che cade, ma non riduce il rischio psicologico che l’investitore non avvezzo all’azionario ceda e venda quando tutto sembra andare storto. E questo, alla fine, è il colpo che decide l’incontro.
C’è poi l’illusione comoda di non dover scegliere, ovvero che con l’ETF si possano delegare le decisioni. In realtà si sceglie all’inizio e una volta sola, ma in modo determinante. Non è una scelta qualunque e non è una scommessa.
Si sceglie il mercato su cui investire, e già questo non è cosa da poco. Si sceglie il peso delle azioni presenti. Si sceglie l’orizzonte temporale implicito. Si sceglie se stare con gli Stati Uniti, con la Tech, con l’Europa, con i paesi emergenti, con il dollaro o con l’euro, con le aziende farmaceutiche o energetiche… Poi il match parte e non si può più intervenire.
A questo punto la lotta smette di essere morale.
Il BTP non è “buono”. L’ETF non è “cattivo”.
Il primo offre visibilità. Il secondo offre possibilità.
Il primo protegge dalla sorpresa. Il secondo espone al potenziale. Nessuno dei due vince sempre. Nessuno dei due perde sempre. Vincono e perdono solo in relazione a chi li usa e come li usa.
Ed è per questo che la domanda finale non è “meglio BTP o ETF?”.
La domanda, quella vera, è un’altra semmai: quanto siamo disposti a restare sul ring senza cercare l’uscita di sicurezza, il porto sicuro del rendimento cedolare?
Non oggi. Non domani, ma quando il match si allunga e nessuno applaude più.
Gli ETF non sono una scorciatoia. Sono un combattimento a tempo indeterminato.
Mentre i BTP e le obbligazioni in generale, non sono ingenui. Sono una tregua pagata col potere d’acquisto.
E alla fine il risparmiatore, ormai investitore, non è chiamato a vincere: è chiamato a non farsi mettere al tappeto da una lotta che non pensava nemmeno di avere iniziato. È chiamato ad essere consapevole, sempre di più, perché il denaro è come la legge: non ammette ignoranza.
Massimo Scaccaglia
Piccoli racconti di finanza #1
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