Intervista alla chirurga pediatrica Laura Lombardi: “Dall’Ospedale di Parma ai Paesi più poveri per operare e salvare bambini”. Le missioni dei volontari di OperarePer

by Andrea Marsiletti

“Una goccia dopo l’altra fa l’oceano. Nascere con una malformazione congenita in un Paese povero, senza possibilità di cura, può segnare un destino di sofferenza ed esclusione sociale. Andiamo in quei Paesi per operare bambini che, senza di noi, non avrebbero alcuna possibilità di essere curati per l’arretratezza dei sistemi sanitari. Si tratta soprattutto di chirurgia pediatrica ricostruttiva: malformazioni gastrointestinali o del tratto genitale, spesso incompatibili con una vita dignitosa. Quando riusciamo a intervenire, cambiamo radicalmente la vita di un bambino.”

A parlare è Laura Lombardi, chirurga pediatrica dell’Ospedale di Parma, che, a titolo gratuito e durante il periodo di ferie, è partita dieci volte per il Bangladesh, quattro per il Ruanda e tre per il Somaliland, partecipando alle missioni dell’associazione nazionale “Operare per nel mondo dalla parte dei bambini”, che ha sede al’Ospedale Maggiore. Tutte le attività e le prestazioni sono svolte a titolo gratuito.

Può parlarci dell’associazione “Operare per nel mondo dalla parte dei bambini”?

La prima missione risale al 1991, per iniziativa di un piccolo gruppo di chirurghi pediatrici di Parma, che decisero di mettere la propria professionalità al servizio dei Paesi con risorse molto scarse. Partirono per il Bangladesh.

Nel 2006, dopo quindici anni di attività, il gruppo ha deciso di dare una forma giuridica all’iniziativa per garantirne la continuità. Nasce così l’associazione Onlus “Operare per nel mondo dalla parte dei bambini”, su iniziativa dell’allora direttore di chirurgia pediatrica Carmine Del Rossi.

Collaboriamo con operatori sanitari provenienti da diversi ospedali pediatrici italiani, tra cui Azienda Ospedaliera della Valtellina e della Valchiavenna, Istituto Europeo dei Tumori di Milano, Ospedale Maggiore di Bologna, Ospedale Bambino Gesù di Roma, Ospedale Maggiore della Carità di Novara, Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna, Azienda Ospedaliera di Vicenza, Azienda Ospedaliera di Pavia, Policlinico Vittorio Emanuele di Catania, Ospedale Infermi di Rimini, Ospedale Meyer di Firenze e Ospedale Santa Chiara di Trento.

Quanti sono i professionisti volontari di Parma che partecipano alle missioni?

Circa un centinaio tra chirurghi, anestesisti e infermieri.

In quali Paesi avete operato?

Negli ultimi anni siamo stati in Bangladesh, Somaliland, Ruanda, Iraq, Nicaragua e Kurdistan. In Ruanda e Somaliland siamo sempre più impegnati nella formazione dei professionisti locali, ovvero nel trasferimento delle competenze per renderli più autonomi possibile. In Bangladesh abbiamo un ospedale di riferimento, costruito dalla Croce Rossa e dai Missionari Saveriani, che funziona per sei mesi all’anno grazie alla presenza periodica di medici italiani.

In Africa si vedono cambiamenti evidenti di anno in anno, e la nostra specialità sta entrando anche nei percorsi universitari.

Come sono composte le vostre équipe?

Un’equipe è formata da almeno quattro chirurghi, tre anestesisti e quattro infermieri. Il numero può variare in base alla durata della missione, che va dalle due alle cinque settimane, e al livello di collaborazione con il personale locale. Portiamo con noi tutta la strumentazione necessaria, a volte arrivando ad avere un bagaglio a testa da circa 50 chili.

Quante operazioni effettuate mediamente?

Fino anche a 100-120 interventi al mese, spesso di elevata complessità.

Come avviene la selezione dei pazienti?

In Bangladesh la prima ricognizione viene fatta dai Missionari Saveriani, negli altri Paesi dal personale sanitario locale. Al nostro arrivo vediamo anche noi i casi e organizziamo le liste operatorie.

Come siete accolti dalla popolazione?

Molto bene. La continuità del nostro lavoro ha creato una forte credibilità e grandi aspettative nella popolazione locale.

Spesso troviamo famiglie accampate fuori dagli ospedali in attesa.

In Somaliland il nostro arrivo viene annunciato dalle radio e da messaggi sui cellulari.

Quali sono i costi delle missioni?

Ogni missione costa circa 25.000 euro. Ne organizziamo quattro o cinque all’anno. In molti Paesi africani il paziente deve pagare tutto. Con noi pagano solo l’alloggio: il materiale lo forniamo noi, per un costo di circa 200-300 euro a intervento.

Come vi finanziate?
Attraverso donazioni private tramite il nostro sito, il 5 per mille e attività di promozione.

Qual è il rapporto con l’Ospedale di Parma e con le istituzioni?

L’Ospedale di Parma ha sempre sostenuto i suoi specialisti che, durante le ferie, scelgono di partire. Pensiamo di rappresentare un valore aggiunto, sia dal punto di vista etico sia da quello formativo.

Vorremmo lavorare anche con le istituzioni locali soprattutto per la realizzazione di iniziative mirate alla raccolta fondi.

In un tempo in cui spesso si parla di sanità solo in termini di costi e carenze, le missioni di Laura Lombardi e dei suoi colleghi e colleghe raccontano un’altra storia: quella di una medicina che non si arrende alle disuguaglianze e che attraversa i confini per restituire futuro.

Goccia dopo goccia, quell’oceano continua a crescere. E in quelle sale operatorie lontane, dove batte anche un cuore parmigiano, si costruisce ogni giorno una piccola, silenziosa opera di solidarietà e responsabilità civile.

Andrea Marsiletti

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