La fiaba come primo linguaggio del pensiero: quale responsabilità educativa condividiamo?
Che cos’è una fiaba per un bambino piccolo?
È solo una storia da ascoltare prima di dormire o è, piuttosto, uno dei primi strumenti attraverso cui il bambino impara a pensare, a dare forma alle emozioni, a interpretare il mondo?
Nella prima infanzia la fiaba non è un semplice intrattenimento. È un linguaggio simbolico, accessibile, profondo. Attraverso le immagini, i personaggi, le ripetizioni, i conflitti e le soluzioni, il bambino entra in contatto con temi universali: la paura, il coraggio, l’attesa, la perdita, la trasformazione. Ma siamo davvero consapevoli del valore educativo che questo strumento riveste?
La fiaba educa senza spiegare, insegna senza istruire. Non offre risposte immediate, ma apre domande. Ed è forse proprio questa la sua forza.
Che tipo di competenze si attivano quando un bambino ascolta una storia?
Non solo il linguaggio, ma l’attenzione, la memoria, l’immaginazione, la capacità di anticipare, di collegare, di attribuire significato. La fiaba costruisce le basi del pensiero narrativo, che è anche il fondamento del pensiero critico: comprendere una storia significa imparare a leggere la realtà.
In questo processo, quale ruolo hanno la scuola e la famiglia?
La responsabilità educativa non è mai esclusiva. La scuola può offrire spazi, tempi, ritualità condivise in cui la lettura diventa esperienza collettiva, occasione di confronto, di ascolto reciproco, di elaborazione. Può scegliere testi di qualità, rispettosi dell’età, capaci di parlare ai bambini senza semplificare il mondo. Può sostenere il piacere della lettura prima ancora della competenza tecnica.
Ma può la scuola farlo da sola?
La famiglia rappresenta il primo contesto narrativo. È nella voce dell’adulto, nella ripetizione della storia, nella disponibilità a fermarsi, che il bambino sperimenta il valore affettivo della lettura. Leggere insieme non è solo trasmettere parole, ma costruire una relazione, offrire tempo, creare senso di sicurezza. E se la lettura non diventa esperienza quotidiana, che posto può avere nella vita del bambino?
Forse la domanda non è se i bambini “imparino” dalle fiabe, ma che tipo di adulti stiamo formando attraverso le storie che scegliamo di raccontare o di non raccontare.
Quali immagini del mondo proponiamo?
Quali modelli relazionali?
Quale spazio diamo alla complessità, al dubbio, al cambiamento?
Promuovere la lettura nella prima infanzia significa assumersi una responsabilità culturale.
Significa riconoscere che l’abitudine all’ascolto, al silenzio, alla parola pensata costruisce le basi per cittadini capaci di interpretare, di scegliere, di non fermarsi alla superficie.
In un tempo in cui tutto scorre veloce e l’immagine tende a sostituire la parola, la fiaba chiede lentezza. Chiede presenza. Chiede adulti che credano nel valore del tempo narrativo.
La scuola e la famiglia possono diventare alleate in questo compito?
Possono condividere una visione che non riduca la lettura a esercizio, ma la riconosca come esperienza fondante del pensiero?
Forse educare alla lettura, nella prima infanzia, significa proprio questo: offrire storie per imparare a stare nel mondo, per sviluppare competenze, senso critico, capacità di comprensione profonda.
E forse la fiaba, con la sua apparente semplicità, continua a ricordarci che crescere non è solo accumulare informazioni, ma imparare a dare significato alle cose.
Siamo pronti, come adulti educanti, ad assumerci questa responsabilità?
Alice Altzeni


