1) Una questione di “timing”
Nel primo articolo avevamo lasciato il campo di battaglia decisamente affollato. Da una parte i Titoli di Stato, rassicuranti come un vecchio maglione di lana nel cassettone dei nonni; dall’altra le azioni, scattanti e nervose come un pugile sul ring. Il risparmiatore italiano, cresciuto nel mito del BOT, si è ritrovato nell’angolo, diviso tra il canto delle sirene dei rendimenti a due cifre e la minaccia delle arpie della crisi.
Ma quando le luci si spengono e il rumore della folla sfuma, emerge una verità che nessun grafico può spiegare: in battaglia non conta chi colpisce più forte, ma chi domina il tempo.
Il tempo è un antico dio immobile e sovrano. Ha il potere di trasformare una scelta sensata in un errore madornale, o un atto di apparente follia in pura lucidità. Spesso ci torturiamo sul cosa comprare, ma la realtà è che il tempo smaschera le narrazioni facili e ci costringe a fare i conti con la nostra natura. A un certo punto il problema smette di essere il prodotto finanziario e diventa l’uomo: non conta più cosa hai in portafoglio, ma per quanto tempo puoi lasciarlo lì a decantare prima che l’urgenza della vita venga a bussare alla tua porta. Qui si apre una crepa antropologica: il tempo del mercato e quello dell’investitore abitano dimensioni parallele. Il mercato può permettersi il lusso di restare in apnea per un decennio, attraversando deserti di crescita zero senza battere ciglio, il mercato non va in pensione e non deve finanziare un master all’estero per un figlio. Noi, invece, siamo fatti di carne, ossa e scadenze. Il nostro tempo è biologico, discontinuo e, soprattutto, finito. Il cortocircuito nasce qui: cerchiamo di usare uno strumento infinito per soddisfare bisogni finiti. Dobbiamo smettere di parlare solo di strumenti e iniziare a parlare di metodo, di disciplina. In un mondo che cerca la palla di vetro per prevedere il prossimo movimento dei tassi, la vera mossa vincente non è indovinare il futuro, ma costruire un’architettura finanziaria che ci permetta di abitarlo senza finire l’ossigeno a metà strada.
2) L’umiltà dell’indice: la rivoluzione della noia.
L’idea dell’investimento passivo, che oggi diamo per scontata attraverso gli ETF, nasce da un’intuizione che è prima di tutto uno schiaffo all’ego umano: ovvero che noi non siamo speciali. È un messaggio difficile da digerire in un’epoca che ci vuole tutti protagonisti, tutti manager di noi stessi, tutti Ceo di qualcosa, tutti dotati di un’intuizione superiore. Ci sta dicendo: “non sei speciale tu, non lo è il tuo consulente e non lo è nemmeno quel gestore di fondi stellato che parla con il tono di chi ha scoperto la pietra filosofale”.
Negli anni Sessanta, alcuni studiosi decisero di smontare il giocattolo della finanza attiva, quella in cui un gestore fa e disfa di continuo, decide in modo autocratico esercitando il culto della personalità in finanza, il mito carismatico del decisionismo borsistico.
Al contrario gli studiosi arrivarono ad una conclusione molto semplice, notarono che, una volta tolti i costi di gestione, le commissioni di compravendita e il peso del fisco, la stragrande maggioranza dei professionisti non riusciva a fare meglio del mercato, rappresentato dal “suo” indice specifico. Anzi, il tentativo costante di battere il sistema si traduceva quasi sempre in una perdita di rendimento.
Eugene Fama, con la sua teoria dei mercati efficienti, spiegò che nei tempi moderni i prezzi incorporano le informazioni talmente in fretta che cercare di anticiparli è come provare a battere la propria ombra in velocità.
John C. Bogle (autentico eroe per il sottoscritto) prese questo concetto e lo rese democratico. La sua proposta era di una semplicità disarmante e, per certi versi, noiosissima: se non puoi battere il mercato, allora diventa il mercato. Compralo tutto: “Smetti di cercare l’ago nel pagliaio e comprati tutto il pagliaio”. Riduci i costi all’osso, elimina i gestori che vendono sogni e lascia che la forza composta del tempo faccia il lavoro sporco. Fu una rivoluzione fatta di pazienza monastica. Non prometteva l’adrenalina della scelta azzeccata, ma la sicurezza statistica della mediocrità efficiente. Ma come vedremo essere un “medioman” richiede una forza d’animo che pochi possiedono.
3) L’algoritmo specchio: l’AI dentro l’indice.
Doveroso a questo punto un approfondimento… In questo quadro di efficienza passiva si è inserita, negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale. Ma non dobbiamo commettere l’errore di considerarla un “settore” come lo fu il petrolio o l’automotive. L’AI è un’infrastruttura invisibile che sta permeando l’intero sistema economico, esattamente come fecero l’elettricità o Internet: una GPTs, general purpose technologies.
Per l’investitore, soprattutto se “passivo”, l’AI rappresenta un paradosso affascinante: tu non la scegli, è lei che entra nel tuo portafoglio. Se oggi compri un fondo che replica l’S&P 500 o l’MSCI World, ti porti a casa un concentrato di silicio, dati e algoritmi senza aver preso alcuna decisione attiva. Gli indici sono organismi pigri ma spietati. Non anticipano le rivoluzioni, ma sono eccellenti nel registrarle una volta che hanno vinto.
Quando una tecnologia diventa dominante e genera profitti l’indice la “digerisce”, aumentando il peso delle aziende che la guidano e sputando fuori quelle che sono diventate obsolete. E sta succedendo proprio negli ultimi mesi, in cui questa rotazione all’interno dell’S&P500 sta “lateralizzando” il mercato si dice, il quale sta girando attorno ad un certo livello sotto i massimi, innervosendomi non poco.
Tuttavia qui può nascere un’illusione pericolosa: quella di poter comprendere e monetizzare questa rivoluzione in tempi brevi. La storia ci insegna che l’impatto reale di queste innovazioni emerge su archi temporali che superano la pazienza media dell’essere umano. Passiamo attraverso l’euforia, la bolla, lo scoppio e alla fine la normalizzazione. Il rischio per chi investe oggi non è che l’AI fallisca perché è quasi certo che cambierà tutto, ma che il tempo necessario perché questa trasformazione si rifletta in una crescita stabile e diffusa sia superiore al tempo disponibile dell’investitore, il suo tempo mentale e il suo tempo sociale. L’AI corre alla velocità della luce, ma la nostra vita ha un passo molto più lento. Sincronizzare questi due orologi è la sfida più difficile.
4) Anatomia delle crisi: quando la fedeltà è l’unica moneta.
Per capire quanto sia difficile restare fedeli, dobbiamo guardare dentro il cuore delle crisi passate. Prendiamo il 2008, o il crollo delle dot-com del 2000: col senno di poi i grafici ci mostrano una discesa e una successiva risalita. Ma la “carta” non trasmette una cosa fondamentale, determinante: il terrore! Non trasmette il senso di vertigine che prova un padre di famiglia quando vede il patrimonio di una vita dimezzarsi mentre i telegiornali parlano di fallimento del sistema capitalistico globale.
L’antropologia ci dice che in quei momenti si smette di essere animali razionali e il cervello rettiliano (complesso-R) prende il controllo totale: l’uomo torna ad essere una preda che scappa dal predatore. Per i nostri antenati, ignorare un rumore tra i cespugli (un segnale di pericolo) significava morire. Oggi quel rumore è la notifica di un crollo di borsa sul cellulare. La nostra biologia ci spinge a reagire, a scappare, a proteggere il bottino. Questo spiega perché sia così difficile restare fedeli. Perché l’essere umano è programmato per la sopravvivenza a breve termine.
Chi è rimasto fedele al proprio indice durante il crollo Lehman Brothers non lo ha fatto perché aveva capito meglio degli altri la macroeconomia; lo ha fatto perché aveva costruito una struttura, mentale e finanziaria, che gli impediva di agire d’impulso. Ha accettato di essere “sciocco” (insipido, senza sale in zucca) mentre il mondo correva ai ripari. La fedeltà in finanza ha spesso l’aspetto dell’immobilismo ottuso, ma è proprio quella ottusità che ha permesso a chi è rimasto dentro di godersi uno dei decenni più rialzisti della storia. Il rendimento non è stato un premio per l’intelligenza, ma un risarcimento per l’angoscia sopportata.
L’investimento passivo è una sfida contro 200.000 anni di evoluzione. Richiede di ignorare l’istinto di fuga in nome di una statistica astratta. La fedeltà fallisce non perché l’indice sia sbagliato, ma perché la nostra mente cerca “pattern” dove c’è solo rumore. Cerchiamo di dare un senso al caos, cerchiamo un colpevole, cerchiamo una via d’uscita. La fedeltà richiede di accettare l’impotenza. Significa ammettere che una volta impostata la rotta l’unica cosa utile che possiamo fare è… nulla. E fare nulla è, paradossalmente, la cosa più difficile del mondo.
5) Il portafoglio come autoritratto psicologico.
Se scendiamo dai massimi sistemi e guardiamo dentro al nostro portafoglio, ci accorgiamo che quello che abbiamo davanti non è un elenco di titoli, ma uno specchio. È un’estensione della nostra personalità, un’architettura delle nostre paure e delle nostre ambizioni.
La finanza moderna ci insegna a diversificare per massimizzare il rendimento corretto per il rischio (Sharpe), ma la cruda verità è che la diversificazione è innanzitutto, e forse completamente, materia psicologica. Serve a non farsi schiacciare dal rimpianto e a evitare che un singolo errore diventi fatale per la nostra salute mentale. Costruire un portafoglio significa rispondere onestamente ad una sola domanda: “Chi sono io quando il mio capitale perde il 20% in un mese?”. È facile dichiararsi investitori di lungo periodo quando i mercati salgono; la fedeltà alla propria strategia si misura solo nel buio dei mercati ribassisti.
Ognuno di noi ha bisogno di una struttura che rispetti la propria pelle. C’è chi ha bisogno di una rigidità autoritaria esterna per non cedere alla tentazione di “fare qualcosa” quando tutto trema, e chi invece ha bisogno di una piccola valvola di sfogo, una quota del portafoglio “satellite” dedicata alle scelte attive, per placare l’istinto predatorio e non compromettere il resto del piano.
Non esiste l’allocazione perfetta in assoluto, esiste solo quella che ti permette di dormire la notte. Un portafoglio che ti costringe a controllare lo smartphone ogni ora non è un investimento, è un secondo lavoro non pagato che ti sta consumando la vita.
6) Le finestre sul mondo e la trappola della somiglianza.
Dobbiamo poi considerare che ogni indice che scegliamo è una via della seta, un viaggio oltre i nostri confini quotidiani, una finestra su una precisa visione del mondo. Non sono entità astratte, sono narrazioni politiche ed economiche.
Il Nasdaq 100 è la finestra sull’innovazione come unico motore della crescita; è potente, ma si affaccia su un dirupo di volatilità che richiede nervi d’acciaio.
L’S&P 500 è il ritratto del capitalismo americano maturo, spesso scambiato per l’intero mercato mondiale, ignorando che anche gli imperi hanno i loro cicli, ma che per fisiologia di società e di mercato gli Stati Uniti sono destinati ancora per un bel pezzo a essere il motore dell’economia planetaria.
L’MSCI World cerca di offrire una panoramica globale, ma lo fa (necessariamente) con un fortissimo accento statunitense, rendendoci dipendenti dalle dinamiche di Washington e della Silicon Valley.
Lo Stoxx 600 ci fa viaggiare nel vecchio continente, tra vecchie certezze e nuove insicurezze, con una certa attrazione per i dividendi.
Scegliere un indice significa scegliere quale scenario vogliamo guardare. Il paradosso del nostro tempo è che queste storie tendono a somigliarsi sempre di più. La globalizzazione e la digitalizzazione hanno fatto sì che i rischi siano diventati sistemici: se cade un colosso tecnologico in California, l’onda d’urto colpisce il risparmiatore di Milano esattamente come quello di Tokyo. La diversificazione tradizionale, quella che ci insegnava a dividere tra azioni e obbligazioni o tra aree geografiche, sta perdendo parte della sua funzione protettiva perché tutto è diventato più correlato. In un mondo che accelera, non serve solo diversificare i prodotti, serve diversificare i tempi.
Siamo partiti da un teatro affollato di strumenti e finiamo con un ring vuoto. Perché la vera battaglia non è tra BTP e Azioni, né tra gestione attiva e passiva. La vera battaglia è interiore. Il portafoglio è solo lo strumento che usiamo per cercare di mettere in sicurezza il nostro futuro in un mondo che non ci dà garanzie.
L’indice è una fotografia dinamica, un’immagine che cambia continuamente per riflettere lo stato di salute dell’economia. Il portafoglio, invece, è il nostro filtro temporale. In un mondo che corre a perdifiato non serve a prevedere se l’AI vincerà o se il dollaro crollerà domani. Serve a sopravvivere con dignità e coerenza mentre queste grandi forze si ridefiniscono sopra la nostra testa.
Il mercato ha tutto il tempo del mondo, può permettersi di sbagliare e correggersi nell’arco di vent’anni. Noi no. Quaggiù abbiamo una vita sola e un tempo limitato. Il compito di un investitore consapevole non è quello di essere più intelligente dell’innovazione o più veloce di un algoritmo: è costruire una struttura che permetta di attraversare il cambiamento senza doversi svegliare ogni mattina come una persona diversa, terrorizzata dalle proprie scelte.
La fedeltà a una strategia non è testardaggine; è la consapevolezza che se continuiamo a cambiare pelle alla fine non resterà nulla di quello che siamo. Resterà quella domanda, l’unica che conta davvero: quanto tempo siamo disposti a concedere a noi stessi per avere ragione?
Massimo Scaccaglia
Piccoli racconti di finanza #2


