TeoDaily – Il Natale che celebriamo oggi mastica, ingoia, scarta, accumula. Un Natale che si misura in portate, in pacchetti, in brindisi innalzati al cielo con le corna delle renne sulla testa.
Un Natale che non ascolta, non attende, non tace. Un Natale che ha paura del vuoto, perché nel vuoto potrebbe incontrare il suo significato.
Se ci pensiamo per un attimo, a Natale scartiamo di tutto, tranne noi stessi.
Il Dio che nasce al freddo in una grotta viene sepolto sotto strati di carta dorata, sotto la patina della famiglia felice che indossa i maglioni rossi, sotto l’obbligo della felicità.
Gli alberi di Natale e i presepi accesi nelle case non hanno nulla di spirituale, sono routine scenografica, induzione quando non finzione religiosa, anticipazione di scatolame appiccicato alle mani.
Dio nasce, tutti fanno festa, e nessuno se ne accorge.
E pensare che la nascita di Gesù non è una festa, è uno scandalo. È l’irruzione dell’infinito nel fragile, del sacro nel corpo, del mistero nella carne. Non avviene nei salotti riscaldati, ma nelle periferie dell’esistenza, là dove l’uomo non ha più maschere da indossare.
Il Natale delle luci lampeggianti e dei pranzi interminabili riempie tutto e non lascia spazio all’attesa. Ma senza attesa non c’è rivelazione. Senza silenzio non c’è parola. Senza notte non c’è alba.
Forse dovremmo spegnere le luci, almeno un po’. Ridurre il rumore. Convertire lo sguardo.
Il vero Natale è una discesa. Dentro di noi. Dentro le nostre contraddizioni, le nostre zone d’ombra, le nostre ricerche interiori, le nostre speranze. È accettare che Dio non venga a riempirci, ma a svuotarci.
Scendere dentro di noi è la vera veglia di Natale.
Perché solo chi accetta il buio può riconoscere una luce che non si compra.
Andrea Marsiletti
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