Referendum magistratura per un no ragionato
Il 22 marzo il corpo elettorale sarà chiamato a pronunciarsi sulla conferma della legge costituzionale di riforma della magistratura, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione.
I punti chiave della riforma sono la separazione delle carriere dei magistrati tra quelli giudicanti e inquirenti e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore, uno per ogni carriera, un nuovo organo, l’Alta corte per i provvedimenti disciplinari.
Cercherò di trattare i punti salienti della riforma in modo semplice, senza entrare nei tanti tecnicismi che la materia presenta.
Dal 2022, attraverso leggi ordinarie in materia, la separazione delle carriere tra i magistrati esiste già; infatti è possibile un solo passaggio tra funzione giudicante/inquirente e viceversa, una sola volta entro dieci anni dalla prima assegnazione cambiando distretto (regione); comunque su oltre novemila magistrati questi passaggi hanno interessato un numero esiguo di toghe, pari allo 0,3%.
Un procuratore della Repubblica (pubblico ministero come parte processuale) che sia formato anche per giudicare costituisce una garanzia per i cittadini. Il fatto che il pubblico ministero abbia la stessa formazione del giudice non ha impedito nella differenza di funzioni la dialettica processuale. Sul finire del 2024, negli stessi giorni, in un processo il pubblico ministero ha chiesto la condanna di un ministro, Salvini e il tribunale lo ha assolto, in un altro processo il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione di un sottosegretario, Del Mastro, il giudice ha sentenziato la condanna in primo grado per il reato ascritto. Ho portato come esempio due procedimenti molto seguiti dall’opinione pubblica per la rilevanza politica degli imputati.
Un pubblico ministero formato per la sola funzione accusatoria si trasformerebbe in un super poliziotto, che troverebbe meno limiti alla sua azione, quindi assisteremmo ad una ancora maggiore forza delle procure della Repubblica, tante volte criticata, perché ritenuta eccessiva, proprio da chi propone la riforma.
Nel dibattito parlamentare sulla riforma costituzionale della magistratura, il senatore Marcello Pera, di Fratelli d’Italia, ex presidente del Senato, appartenente alla maggioranza, ha segnalato i pericoli derivanti dalla creazione di una falange di meno di 2000 pubblici ministeri “ autonomi, indipendenti, separati dai giudici e domani distaccati dalla democrazia perché non risponderanno a nessuno”.
La riforma che siamo chiamati a confermare con referendum non porta la magistratura inquirente sotto il potere esecutivo, però l’esperienza straniera, tranne la parziale eccezione del Portogallo, dice chiaramente che un modello come quello che ci viene proposto è sempre in una cornice di subordinazione delle procure al governo.
Molti oppositori della riforma sostengono che proprio l’eccessivo potere dei procuratori /PM non potrà, per limitarlo, che portare gli stessi sotto la competenza del governo di turno, con un’altra modifica costituzionale.
Capisco la necessità, in prossimità del voto, di semplificare però un’esigenza di onestà intellettuale impone di affermare che i casi di cronaca analizzati, anche con morbosità da vari programmi televisivi, come il caso Garlasco, non hanno alcuna attinenza con il quesito referendario, come pure il tema della insopportabile lunghezza dei procedimenti giudiziari, quasi infiniti.
Un altro elemento che è entrato nel dibattito politico è la non collaborazione tra magistratura e polizia giudiziaria (polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza). I dati del Ministero della Giustizia rilevano che la collaborazione tra magistratura e polizia giudiziaria, nel corso d’indagini condotte insieme, ha portato all’emissione di 80.000 misure cautelari in un anno; il 10% delle misure ha riguardato persone poi assolte.
Un altro punto qualificante della legge costituzionale di riforma è la duplicazione del Consiglio superiore della magistratura, uno per quella giudicante, uno per quella inquirente. La componente dei magistrati viene estratta a sorte tra gli stessi, mentre la parte politica viene estratta a sorte da un elenco di esperti approvato dal Parlamento.
La ratio di questa norma secondo i proponenti è quella di eliminare la forza delle correnti ideologiche dei magistrati nei rispettivi organi di autogoverno che deliberano in materia di carriere e incarichi direttivi.
Clemente Mastella, ex ministro della giustizia, politico di lungo corso, ha osservato che, inevitabilmente, le correnti amicali, si formerebbero attorno ai sorteggiati.
Il sorteggio su un’entità vasta è anomalo; in questo modo si impedisce ai magistrati di costituirsi in corpo elettorale per eleggere la loro rappresentanza negli organi di autogoverno, una facoltà prevista per ogni ordine professionale.
Il progetto di riforma sottrae la giurisdizione disciplinare ai due Csm per assegnarla ad una Alta Corte, partendo dal presupposto che con il vigente ordinamento poche volte vengono accertate responsabilità disciplinari; i numeri comparati con quanto accade all’estero smentiscono tale presupposto.
Penso che questa riforma non risolva i problemi della giustizia, che rimangono tutti; stiamo già assistendo ad una campagna referendaria, fatta di slogan fuori tema; tornando al punto io voterò no alla conferma della riforma costituzionale, un no ragionato….. non urlato.
Stefano Gelati



