TeoDaily – Forse il problema del nostro tempo non è l’ateismo, ma un’idea di Dio diventata troppo piccola per reggere il peso dell’umano. Forse oggi più che Dio a essere in crisi nelle chiese vuote, è il modo in cui lo abbiamo raccontato, rinchiuso, amministrato.
Il Dio che ci è arrivato dai secoli è immaginato come il sovrano dell’universo, il giudice supremo, il controllore dei destini, fatica a parlare al cuore dell’uomo contemporaneo. Ancora di più il Dio guerriero dell’Antico Testamento, il Dio settario del “popolo eletto”, che si vendica, che ordina e commette stermini contro i nemici di Israele, che uccide i neonati egiziani. Si dirà, nella migliore delle ipotesi, che quelle dell’Antico Testamento sono allegorie… ammesso e non concesso lo siano, sono allegorie tremende, accettabili forse fino al Medioevo, inaccettabili oggi.
Il Dio collocato “lassù”, separato, esterno, maschio, distributore di premi, usato per giustificare paure, esclusioni o sensi di colpa, per chiedere favori, per scambiare raccomandazioni con preghiere o indulgenze, ha avuto la sua funzione per due millenni, ma oggi non regge più.
Nelle pieghe della storia e delle coscienze, qualcosa sta cambiando. Sempre più persone avvertono che la fede non può ridursi alla proiezione antropomorfa di Dio, alla sua umanizzazione a immagine e somiglianza delle nostre paure e dei nostri idoli mentali (anche un cavallo immaginerebbe Dio simile a lui), a un sistema di regole o a un insieme di dogmi.
Sempre più persone cercano un’esperienza viva, incarnata, capace di attraversare le ferite del mondo.
Riscoprire Dio significa riconoscerlo come Mistero che abita la vita, una presenza che attraversa tutto, che si offre dal basso, nei gesti più semplici e più veri.
Dio, allora, non è più solo nei templi, nei libri sacri, nelle formule rituali. Si manifesta semmai nell’amore di due fidanzati che si tengono per mano, nella vita consacrata di un prete donata agli altri, nella preghiera perenne che dalla clausura si propaga nel mondo, nel senzatetto che tende la mano, nel direttore che racconta il suo giornale agli anziani (leggi), in una lezione di cinema o nel pianto commosso al cospetto della fragilità, in una partita di calciobalilla nel campo profughi di Chatila, negli occhi di un magistrato che protegge una donna vittima di violenza, nel regalo di un vaso di fibra d’argilla per San Valentino, nella chirurga che durante le sue ferie va in Ruanda a operare i bambini (leggi).
Vedere Dio nei gesti d’amore, e non più galleggiare tra le nuvole, significa spostare il baricentro della fede, dal cielo alla terra, dalla dottrina alla relazione. L’amore diventa il luogo teologico per eccellenza, il “sacramento” quotidiano della presenza divina.
I Vangeli confermano innumerevoli volte queste epifanie di Dio, che si rende visibile, riconoscibile, percepibile nella storia e nella vita di tutti i giorni.
“Ero affamato e mi avete dato da mangiare… ero straniero e mi avete accolto… ero malato e mi avete visitato…” (Matteo 25,35-44): Gesù identifica se stesso con chi soffre. Dio non è “altrove”, è presente nel povero, nel fragile, nel bisognoso. Qui l’amore concreto diventa incontro diretto con Dio.
“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei più piccoli, l’avete fatto a me.” (Matteo 25,40): qui Dio non è nel tempio, ma nel povero, nel fragile, nel dimenticato.
“Amerai il Signore Dio tuo… e il prossimo tuo come te stesso.” (Matteo 22,37-40): l’amore per Dio e per l’uomo sono inseparabili. Non esiste fede senza amore pratico.
“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.” (Luca 6,36): il volto di Dio si riflette nel comportamento umano. Essere misericordiosi significa “assomigliare” a Dio.
“Il regno di Dio è in mezzo a voi.” (Luca 17,20-21): il Regno non è un luogo futuro, ma una realtà presente dove si vive l’amore.
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.” (Giovanni 13,34-35): il segno di Dio non è il rito, ma l’amore vissuto.
“Se uno mi ama… il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.” (Giovanni 14,23): Dio “abita” nella persona che ama. La presenza divina è interiore e relazionale.
“Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio… lo ha rivelato.” (Giovanni 1,18): Dio si rende visibile in Gesù, e Gesù lo rende visibile attraverso l’amore.
In questa prospettiva Gesù cessa di essere un semi-dio venuto dal cielo, per assurgere a uomo pienamente aperto a Dio, incarnazione dell’amore, volto umano del divino. Gesù è l’evidenza di cosa succede quando una persona vive totalmente nell’amore.
Dobbiamo tornare al Vangelo (intendo il Nuovo Testamento) nella sua nudità originaria, senza forzature o l’appesantimento delle dispute o elucubrazioni dottrinali: Dio è amore, e chi ama dimora in Dio. Tutto il resto è cornice. Tutto il resto è secondario. Perché, alla fine, Dio non si dimostra. Si mostra. Ogni volta che un essere umano sceglie di amare.
E’ così che l’uomo e la donna diventano cristici, emanazioni di Dio.
Andrea Marsiletti
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