2025: Annus Mirabilis per Lucio Corsi, che vince il Premio della Critica (arrivando addirittura secondo) a Sanremo con “Volevo essere un duro” e si aggiudica ben due targhe al Premio Tenco: miglior album e migliore canzone (cosa capitata solamente a Fabrizio De Andrè e Paolo Conte prima di lui).
Allora, dopo decenni di odio, snobismo, feroci critiche… ci siamo: il grande accordo – leggasi compromesso – tra Festival di Sanremo e Premio Tenco, ovvero tra potere e contropotere è compiuto. Acquasanta e diavolo vanno insieme sul palco, dietro le sembianze artistoidi di un giovane maremmano, esile ma energico, che sembra un patchwork di rockstar e miti glam inizio anni 70.
Bene? Male? Nel nome di Lucio Corsi ci può stare, perché è un folletto buono, un Branduardi emancipato dall’argenteria che riesce a sembrare Bowie, un antiquario specializzato nel vintage che piace ai contemporanei.

Talento ne ha in dosi massicce, insieme ad una cazzimma gentile e ad un’originalità innegabile, a partire già dal look chiaramente “bowiano” e dalle scelte stilistiche e musicali. Notevole in questo senso il recupero della chitarra Wandrè, storico e importante liutaio, partigiano reggiano, precisamente di Cavriago, che ha messo a tacere certi puristi fuori tempo, già pronti a massacrarlo dal loggione del passato.
Il suo stile di songwriting è chiaramente influenzato da “quel gran genio” di Ivan Graziani, come lui stesso ammette. Lucio ha però il merito di non finire nella nicchia dei passatisti, grazie ad un candore “topogigesco” che lo rende squisitamente “out of time”, quindi spendibile sul mercato discografico, sui media e nei festival estivi.
Le scelte di arrangiamento – molto evidenti anche nel live uscito di recente – pescano in modo chiaro ma non nostalgico in un certo rock glam anni 70, con riferimenti piuttosto precisi al Bowie di “Ziggy Stardust” e ancora più a Elton John, con un impianto melodico pianistico su cui si innestano in modo armonico, le chitarre, molto curate e definite, con sprazzi di fuoco ed energia rock aperto e internazionale.
Ma, non da questo album, occorre sottolineare la qualità della scrittura, sia testuale che musicale: le sue canzoni sono costruite ed arrangiate bene, pur restando in un ambito di immediatezza e orecchiabilità che lo rendono pienamente pop. Ascoltate “Nel cuore della notte” e ditemi quanti altri riescono a non annoiarti con 7 minuti di piano, voce e tre accordi. Ma tante altre sono le sue vecchie e nuove canzoni degne di nota. Certamente “Volevo essere un duro” è l’album giusto per sfondare.
Ma il 2025 Mirabilis di Lucio Corsi non è finito con il trionfo di Sanremo e il grande successo dell’album. Infatti, a novembre è uscito “La chitarra nella roccia. Dal vivo all’Abbazia di San Galgano”, un live effervescente in una nota e amata “location” (scusate) “iconica” (scusate) che vale da sola il prezzo del biglietto. Come capita poche volte negli album live, lo si ascolta molto volentieri.
Un live che prima di essere pubblicato è stato colonna sonora di un film diretto da Tommaso Ottomano (alter ego artistico di Lucio Corsi, oltre che coautore della hit “Volevo essere un duro”) e presentato al Festival del Cinema di Roma.
Quando capitano tutte queste cose in un solo anno significa che il tempo è propizio per un cantautore che aveva già all’attivo 5 album prima del 2025, ma che in sostanza era noto solo nell’ambiente musicale competente e nei circuiti alternativi.
Vediamo dove può arrivare il nostro caro Lucio, che si è meritatamente conquistato un posticino nel nostro studio hitech, nei diari delle adolescenti (ma sarà davvero così?) e un trono nel negozio di modernariato all’angolo della via cittadina più figa.
Lui, a naso, dovrebbe essere molto contento di dove è riuscito ad arrivare in questo 2025, che è stato il suo anno!
Noi italiani, piagnoni e ombelicali, dovremmo essere contenti per questa esplosione di suono, fantasia ed energia, aperta a evoluzioni interessanti: che Iddio ce lo mantenga in salute… Viva Lucio Corsi!
Alberto Padovani
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