Che posto ha oggi la Natura nella vita dei bambini e delle famiglie che abitano le nostre città?
E, soprattutto, che relazione stiamo costruendo con ciò che ci sostiene, ci nutre e ci connette, spesso in modo silenzioso ma profondo?
Quando parliamo di Natura non ci riferiamo solo a un “luogo altro” rispetto alla quotidianità, ma a un vero e proprio spazio educativo, relazionale e spirituale. L’outdoor, per i bambini, è esperienza incarnata: è terra sotto le mani, tempo dilatato, ascolto del corpo e dei sensi. È possibilità di sperimentare il limite, l’attesa, la cura. Ma non è forse anche questo ciò di cui hanno bisogno gli adulti?
In una società che corre veloce, che misura tutto in termini di produttività, la Natura ci invita a un cambio di sguardo: ci ricorda che la crescita non è lineare, che ogni processo ha i suoi tempi, che nulla fiorisce senza radici. In questa prospettiva olistica, il benessere del bambino non può essere separato da quello della famiglia, della comunità e dell’ambiente in cui tutti viviamo.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto stiamo investendo, come comunità, nella creazione e nella tutela di spazi verdi accessibili, vivi, abitabili?
Incrementare il verde urbano non è solo una scelta estetica o urbanistica, ma un atto profondamente educativo e politico. È una presa di responsabilità verso le nuove generazioni, soprattutto in territori fragili come la Pianura Padana, dove l’inquinamento atmosferico rappresenta una criticità strutturale e quotidiana. Possiamo davvero permetterci di rimandare scelte sostenibili che incidono direttamente sulla salute dei nostri bambini?
Nella nostra città, va riconosciuto, sono stati fatti — e continuano a essere fatti — interventi importanti in questa direzione. Il progetto KilometroVerde rappresenta un esempio straordinario di visione, cura e investimento sul futuro, capace di restituire respiro al territorio e di ricucire il rapporto tra spazio urbano e Natura. Accanto a questo, merita di essere ricordato anche il progetto nobile della famiglia Spaggiari, che con amore, dedizione e senso di responsabilità ha scelto di valorizzare e proteggere nel tempo un vero e proprio polmone verde, mettendolo a servizio dell’intera comunità.
Sono gesti che parlano di una cultura della cura concreta, fatta di scelte lungimiranti e di un profondo rispetto per la vita.
Proprio per questo, non dobbiamo e non possiamo lasciare la presa: questi esempi virtuosi vanno sostenuti, raccontati e portati avanti con ancora più forza, affinché diventino parte di una visione condivisa e duratura.
Accanto ai grandi interventi, esistono però anche azioni piccole e potenti, capaci di generare cambiamento dal basso. Pensiamo, ad esempio, alla creazione di orti scolastici, concepiti non solo come strumenti didattici, ma come orti sociali, luoghi di incontro tra bambini, insegnanti, famiglie e territorio. Spazi in cui si coltiva non solo il cibo, ma la relazione, la responsabilità condivisa, il senso di appartenenza.
Coltivare un orto significa prendersi cura di qualcosa che non dipende solo da noi, accettare l’imprevisto, collaborare, attendere. Non sono forse queste competenze fondamentali per la vita, oggi più che mai?
E se le scuole diventassero davvero presìdi di comunità, capaci di attivare sinergie reali con le famiglie e il quartiere, quanto potrebbe cambiare il nostro modo di stare insieme?
La socialità, quella autentica, non nasce per caso. Si costruisce attraverso esperienze condivise, attraverso il fare insieme, attraverso gesti semplici, ma carichi di significato. Un orto, un giardino, uno spazio verde curato collettivamente diventano così luoghi simbolici, dove il “noi” prende forma concreta.
Forse la vera sfida che abbiamo davanti è proprio questa: rimettere al centro la relazione. Con la Natura, con i bambini, tra adulti. Riconoscere che siamo parte di un sistema più grande, interconnesso, e che ogni scelta — educativa, ambientale, sociale — ha un impatto che va oltre l’immediato.
Siamo pronti, come famiglie e come comunità, a fare questo passo?
A sporcarci le mani di terra, rallentare lo sguardo e tornare a coltivare, insieme, futuro?
Alice Atzeni



