Il Comitato “Giusto dire no”: “10 ragioni per votare no al referendum sulla riforma della giustizia”

by Andrea Marsiletti

“Il Comitato, nato su iniziativa dell’ANM, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi della riforma costituzionale prevista dalla Legge Nordio e promuove la vittoria del no al referendum costituzionale che si dovrebbe tenere a fine marzo”.

Così Ludovico Valotti, magistrato della Procura di Parma, ha aperto la conferenza stampa di presentazione del Comitato “Giusto dire no” al Caffè del Prato, presso la Casa della Musica. “Siamo aperti all’adesione di tutti i cittadini che condividono finalità e valori, ma non di esponenti di partito o di ex politici. Il referendum viene presentato dai promotori del ‘sì’ allo scopo di separare le carriere di PM e giudici, sebbene questo passaggio di carriere riguardi oggi lo 0,5% dei magistrati. Ricordo che per essere valido questo referendum non necessita del quorum.”

Francesca Merli, giudice della Sezione Penale del Tribunale di Parma e referente territoriale del Comitato, ha aggiunto: “Non siamo un comitato a difesa della magistratura in quanto tale, siamo contro questa riforma perchè essa non risolve i problemi della magistratura e quindi neppure quelli dei cittadini. Siamo disponibili a partecipare a incontri e dibattiti, organizzeremo eventi, dialogheremo con i cittadini di persona e attraverso i social network.”

I professori dell’Università di Parma Fabio Cassibba, ordinario di procedura penale, e Veronica Valenti, docente di diritto costituzionale, hanno illustrato nel dettaglio i motivi per cui votare no.

  1. È LA PRIMA VOLTA CHE IL POTERE ESECUTIVO DECIDE DI LIMITARE PROFONDAMENTE IL RUOLO DEL POTERE GIUDIZIARIO. La riforma è un intervento forte di un potere dello Stato sulla struttura di un altro potere. È uno strappo senza precedenti: la politica tenta di ridimensionare l’autonomia della magistratura, rendendo meno efficace la sua opera di bilanciamento e controllo. La riforma ha un altro primato: è la prima volta che una riforma costituzionale è approvata in tempi così veloci e senza un dibattito approfondito, nonostante i valori in gioco. Una torsione pericolosa dell’equilibrio tra poteri, sancito dalla Costituzione.
  2. IL VERO OBIETTIVO: INDEBOLIRE IL CSM, GARANTE DELL’INDIPENDENZA DEI GIUDICI DAL POTERE POLITICO. Il Consiglio Superiore della Magistratura garantisce che i giudici rispondano solo alla legge, non ai governi. La riforma lo divide, lo svuota dei suoi poteri e lo limita nel suo ruolo costituzionale essenziale. Indebolire il CSM significa rendere i cittadini più deboli di fronte al potere politico.
  3. LA RIFORMA RENDE PIÙ FACILI LE PRESSIONI INDEBITE DELLA POLITICA SULLA GIUSTIZIA. Separare PM e giudici, frammentare il CSM, rendere influenzabile l’organo disciplinare dei giudici: tre modifiche che riducono l’autonomia della magistratura. Chi indaga o giudica su questioni politicamente sensibili dovrà guardarsi le spalle. Se il giudice fosse oggetto di pressioni esterne troppo forti, il cittadino perderebbe un arbitro imparziale.
  4. SORTEGGIO CASUALE DEI MEMBRI TOGATI: UN CSM MENO COMPETENTE È MENO EFFICIENTE E PIÙ INDIFESO. Il sorteggio casuale dei componenti del CSM viene presentato come soluzione al “correntismo”, ma in realtà, così la riforma mina alla radice l’efficienza del CSM. L’organo finirà per essere composto da giudici che non hanno motivazione o competenza necessarie per un ruolo così delicato, e non è detto che questi, solo perché sorteggiati, non possano formare gruppi di potere. Un CSM in mano al caso è più debole, quindi più inadeguato a proteggere l’indipendenza dei giudici.
  5. LA RIFORMA INCORAGGIA LA SCELTA PILOTATA DEI MEMBRI LAICI IN QUOTA ALLA MAGGIORANZA. I membri laici (non magistrati) del CSM saranno sorteggiati in una lista decisa dalla maggioranza parlamentare. La politica potrà quindi scegliere chi inserire nella lista e orientare così la composizione dell’organo. I membri laici apparterranno a un gruppo “organizzato” mentre i membri togati (i magistrati), scelti a caso, saranno soli. Un metodo di nomina così congegnato indebolisce il CSM e lo espone alle interferenze politiche.
  6. UN PM PIÙ FORTE E UN CSM PIÙ DEBOLE: UNO SQUILIBRIO PERICOLOSO. La riforma separa il PM, lo rende più autonomo e lo rafforza, ma contemporaneamente rende il CSM dei PM sorteggiati più debole e inefficiente. Il risultato? Un sistema meno equilibrato, dove un PM reso un “super poliziotto” non avrà un CSM forte a contrastarlo e le interferenze esterne peseranno di più.
  7. LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE È SPESSO L’ANTICAMERA DI UN CONTROLLO POLITICO DIRETTO SUI PM. La maggior parte dei Paesi in cui le carriere sono separate ha un PM che dipende direttamente dal Ministro della Giustizia. L’Italia, con questa riforma, si avvia verso lo stesso modello: un PM più vicino al potere politico e più docile nei procedimenti “scomodi”. Un arretramento per la democrazia.
  8. LA RIFORMA NON RENDE LA GIUSTIZIA PIÙ EFFICIENTE: LA RENDE MENO INDIPENDENTE. La riforma – lo dice lo stesso Nordio – non incide sulla durata dei processi né sugli uffici giudiziari. Non velocizza, non semplifica, non migliora. Al contrario, divide i magistrati, crea nuove gerarchie e apre varchi alle interferenze dell’esecutivo. Con la riforma il giudice e il PM non diventeranno più efficienti o più giusti, ma più controllabili.
  9. IL POTERE DISCIPLINARE SUI GIUDICI PASSA A UN ORGANO NUOVO, ESTERNO E PIÙ PERMEABILE. L’Alta Corte Disciplinare avrà membri in parte nominati dal Presidente della Repubblica, in parte sorteggiati fra magistrati e in parte fra personalità selezionate dal Parlamento. Un organo così composto sarà inevitabilmente più esposto alle influenze politiche esterne. E la minaccia di sanzioni provenienti da un soggetto percepito come “esterno” aumenterà il rischio di condizionamenti politici. In alcuni casi i magistrati potrebbero essere giudicati da collegi composti per la maggioranza da non magistrati e, in caso di responso sfavorevole, non potranno più avvalersi, come possono fare tutti i cittadini, del controllo della Corte di Cassazione sulla legalità della sentenza.
  10. UN ATTACCO ALLA MAGISTRATURA È SEMPRE UN ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA. In tutti gli Stati in cui si è verificato un arretramento delle libertà, il primo passo è stato la riduzione dell’indipendenza di giudici e PM. Una magistratura autonoma è la difesa più solida dei diritti civili e politici. Indebolirla significa indebolire anche la libertà dei cittadini.

Andrea Marsiletti