Lettera aperta al sindaco Pizzarotti sul 25 aprile (di Priamo Bocchi)

di UG

Sindaco Pizzarotti,

tra qualche giorno anche a Parma, così come in ogni città della nostra scassata Repubblica, si celebrerà la ricorrenza del 25 aprile. Nella sua veste di sindaco, ancora una volta, si uniformerà ai canoni della liturgia partigiana e ligio ai dettami del perenne, immarcescibile catechismo antifascista, terrà il suo “pippone” (questa volta ci risparmi almeno il canto di “Bella ciao”). Potrei già riassumerlo ora il suo discorso che sarà certamente farcito della trita retorica che la vulgata resistenzialista impone da 76 anni ad ogni suo officiante. Per l’occasione la sua giunta potrebbe affidare anche al Centro Studi Movimenti e all’Eric Gobetti di turno il compito di avvelenare gli studenti con le solite balle, al fine di indottrinarli al catechismo, perpetrando la visione manichea, distorta e parziale di quella che oggi in tanti chiamano “guerra civile” e che per qualcuno (mi viene in mente Piero Buscaroli) non fu altro che una “guerra di briganti” che i comunisti imposero con cinica brutalità terroristica agli increduli dirigenti della neonata Repubblica Sociale Italiana e all’intero popolo italiano, già provato, martoriato e smarrito. Perché il mito della Resistenza e la sua intoccabile sacralità devono sopravvivere alla verità e agli attacchi di ogni revisionismo storico. I fantasmi di un passato che non si vuole digerire (per questo si paventano spesso rigurgiti di fascismo) saranno agitati davanti ai labari dell’Anpi al solo scopo di scatarrare ancora disprezzo e odio sui “cattivi”.

Vede, sindaco Pizzarotti, non è tanto questione di avere avuto dei nonni o dei bisnonni fascisti (li abbiamo avuti tutti a guardar bene) che erano pure italiani e persone per bene; è questione che sarebbe giunto il momento di ricomporre finalmente una più giusta e condivisa memoria collettiva e restituire, dopo quasi un secolo di menzogne, una visione più obbiettiva di quella pagina di storia patria che fu e resta una tragedia nazionale.

Vede, signor sindaco, seppure la storia la scrivano i vincitori, la verità non può essere sotterrata od epurata per sempre. Oggi esiste una ampia storiografia che, per quanto bollata dai sacerdoti della vulgata con lo sprezzante aggettivo “revisionista”, ha fatto luce sulle tante zone d’ombra della cosiddetta Resistenza e sulla lotta di liberazione dal nazifascismo (termine oltretutto improprio coniato dalla propaganda alleata): l’hanno fatto storici, giornalisti, intellettuali, politici, ricercatori, persone libere e coraggiose che hanno sfidato il conformismo e la decennale congiura del silenzio, tanto da destra come da sinistra. Tante verità negate sono venute alla luce e, dopo tanti anni, sarebbe bello che un sindaco giovane come lei, se fosse altrettanto libero e coraggioso, gli desse voce nel suo discorso del 25 aprile. Oggi, se si vuole che la Festa di Liberazione appartenga davvero a tutti gli italiani, non si dovrebbero tacere quelle verità per troppo tempo taciute. Bisognerebbe cominciare a riconoscere innanzitutto che alla cosiddetta Resistenza partecipò solo una esigua minoranza del popolo italiano e che buona parte di quella minoranza non lottava per l’affermazione di un Paese libero e democratico ma per la realizzazione di un’altra dittatura, quella del proletariato, e la creazione di uno Stato comunista filo sovietico. Bisognerebbe quindi dire che a tale scopo le bande partigiane attuarono nel nord Italia spietati attentati terroristici (vedi l’assurdo attentato di via Rasella) che provocarono inevitabili e sanguinose rappresaglie. Bisognerebbe ammettere che la Liberazione non fu l’esito di una sollevazione popolare ma che essa avvenne grazie alle Armate angloamericane che invasero, bombardarono, distrussero le principali città italiane attuando quell’olocausto dell’aria che causò, tra l’altro, la morte di quasi centomila civili (compresi i 184 bambini della scuola di Gorla e quelli dell’asilo Guadagnini a Parma).

Io non so, signor sindaco, quali ricordi e testimonianze abbiano condiviso con lei i suoi nonni e quali libri lei abbia letto oltre a “Il gabbiano Jonathan Livingston” che ha dichiarato essere il suo preferito. Io la inviterei però ad approfondire leggendone qualcuno che certamente non troverà nella biblioteca dell’Istituto Storico della Resistenza e neanche in quella del Centro studi e Movimenti, ma che sono nella mia e che le posso prestare volentieri. Potrebbe in tal modo conoscere di quegli anni la storia vera e completa, quella che i “gendarmi della memoria” (la definizione è di Gianpaolo Pansa) ancora oggi intendono invece nascondere, oltraggiare o negare. Potrebbe così comprendere cosa fu davvero il fascismo e quei vent’anni di storia nazionale, la mia e la sua storia, oltre che quella dei nostri nonni e bisnonni. Avrebbe modo di conoscere le storie di tanti uomini e di tante donne che pagarono a caro prezzo la loro convinta fedeltà al fascismo. Ma in quelle pagine vi troverebbe pure le vicende di tanti uomini e donne, ragazzi e ragazze che, pur non avendo avuto coinvolgimenti diretti nel regime, furono trucidati sull’altare della “Liberazione” che divenne così tetro sinonimo di agguati, rapine e assassinii, attentati e distruzioni. Lei che si dice sempre così sensibile alla questione femminile, sono certo si appassionerebbe alle vicissitudini delle tante ausiliarie arruolatesi nella RSI così come delle tante donne stuprate, torturate, rapate e massacrate prima e dopo la fine della guerra in quella che fu una prolungata, spietata e oscena mattanza. Così come sarebbe colpito dalla vicenda della tredicenne Giuseppina Ghersi, violentata e uccisa dai partigiani il 30 aprile del 1945 perché autrice di un tema nel quale elogiava il Duce.

Comprenderebbe che se il giorno della dichiarazione di guerra, poco prima di affacciarsi al balcone su di una piazza gremita di folla tripudiante, Mussolini fosse morto d’infarto, oggi ci sarebbe un monumento a lui dedicato in ogni piazza d’Italia. Capirebbe che se non ci fosse stata la Repubblica Sociale Italiana e la storia si fosse fermata al 25 luglio 1943, i “responsabili”, i “cattivi”, oggi sarebbero parecchi, quasi tutti, e nessuno o quasi si salverebbe dall’ignominia di essere stato fascista insieme ai Gentile, Marinetti, Pirandello, Marconi, Soffici, Papini, Malaparte, Mascagni, Piacentini, Sironi, Carrà, Ducati, D’Annunzio, Spirito, Spadini, Biggini (e potrei aggiungere ai Bocca, Scalfari, ecc.). Tanti di coloro che ancora omaggiamo come antifascisti e democratici eroi della Resistenza prestarono il giuramento di fedeltà al regime fascista e portavano il distintivo fascista all’occhiello. Conoscerebbe, se leggesse qualche libro in più, la storia di un uomo che, mentre raggiungeva in bicicletta la propria abitazione di Imola, dove l’attendevano la moglie e la figlia di 13 anni, veniva assassinato con tre rivoltellate alla schiena. Si chiamava Gernando Barani e fu il primo martire di una lunga e luttuosa contabilità.

Se lo facesse potrebbe apprendere la storia di un ragazzo di ventotto anni, onesto, sincero, povero e disinteressato che ai primi di ottobre dei 1943, quando Bologna era ancora tranquilla, fu nominato Segretario federale della città. Tre mesi dopo fu massacrato a colpi di rivoltella (nella schiena) mentre stava andando a colazione alla mensa dello studente. Dalla sua ingiusta morte, che non dava gloria o vantaggio a nessuno, vennero le prime sanguinose reazioni. Si chiamava Eugenio Facchini. Conoscerebbe la storia di un uomo onesto, buono, che non aveva mai fatto dei male a nessuno e fatto del bene a tutti. Era uno studioso di fama mondiale e si chiamava Pericle Ducati: fu massacrato a revolverate mentre, con un libro sotto il braccio, tornava a casa. Conoscerebbe la storia di un poeta, cieco di guerra, cieco a ventisei anni, che quando tutto crollava aveva ritenuto suo dovere servire i Mutilati, cioè coloro i quali avevano offerto, come lui, i doni più preziosi dell’esistenza alla Patria. Fu ucciso come un cane, a revolverate, in mezzo alla strada, senza una ragione e senza pietà. Si chiamava Carlo Borsani. Conoscerebbe la storia del più grande filosofo contemporaneo italiano, ucciso dai GAP il 15 aprile del 1944: si chiamava Giovanni Gentile. Conoscerebbe le tragiche vicende di tanti altri martiri, oggi dimenticati nelle cerimonie ufficiali del 25 aprile perché non ritenuti non meritevoli neppure della dignità della memoria da parte di uno Stato che riserva invece tutti gli onori ai loro aguzzini. Dai libri che certamente lei, ex elettore di Rifondazione Comunista per sua stessa ammissione, non avrà letto, apprenderebbe la tragica fine dei fratelli Govoni, dei conti Manzoni, di don Pessina, del povero Rolando Rivi e di altre migliaia di persone innocenti massacrate negli efferati eccidi di matrice comunista che insanguinarono l’Italia dopo l’8 settembre e che proseguirono anche dopo il 25 aprile, secondo una precisa strategia di guerriglia terroristica.

Potrebbe apprendere il lato oscuro della Resistenza, nomi e luoghi che oggi non le diranno niente perché legati a episodi di storia patria espulsi dalla narrazione di quel catechismo della vergogna ai quali non sono state riservate lapidi o targhe commemorative; vicende delle quali i nostri giovani non devono sapere nulla perché macchierebbero la visione sacralizzata, agiografica e fasulla, della Resistenza. Leggerebbe della strage di Porzus (perché i partigiani rossi colpivano con uguale spietatezza anche i partigiani non comunisti come quelli che componevano la Brigata Osoppo nella quale militavano il fratello di Pasolini e lo zio di De Gregori che cantò i “quindicenni sbranati dalla primavera” ne “Il cuoco di Salò”, almeno questa la vada ad ascoltare), degli eccidi e delle stragi di Codevigo, Rovegno, Rovetta, Sordevolo, Seregno, Campagnola, Sassuolo (sono solo i primi che mi vengono in mente), delle atrocità, dei prelevamenti, delle esecuzioni sommarie, delle fucilazioni, delle mutilazioni, delle persone sepolte vive, delle fosse comuni, delle famiglie sterminate, dei preti freddati, delle decine di migliaia di persone trucidate con un colpo alla nuca o con raffiche alla schiena nel “triangolo della morte” (vedere alla voce Giorgio Pisanò) ad opera della Volante Rossa, dei GAP, della Brigata Garibaldi, di delinquenti spietati con un tabarro come o un fazzoletto rosso come unica divisa. Se vuole una lista aggiornata di questi “cattivi” massacrati può andare sul sito “l’altraverita.it”, che raccoglie il lungo e dettagliato elenco dei dispersi e dei caduti della Repubblica Sociale Italiana nei 20 mesi di guerra civile e ancor più, nella carneficina che ne seguì. Il fatto che lei e i tanti nostri giovani continuino ad ignorare questi fatti è perché i “vinti” dovevano continuare ad essere disprezzati dai “vincitori”, al punto di essere discriminati anche da morti.

Oggi però non ci sono più scuse e chi riveste un ruolo istituzionale ha il dovere morale di sapere. E di parlare. Oggi, signor sindaco, la letteratura e le testimonianze non conformi, non omologate e non asservite alla mitizzazione della Resistenza imposta dal partito comunista è molto ampia seppure di queste verità non vi sia traccia nei pistolotti dei rappresentanti delle istituzioni che, come lei, celebrano ogni anno il 25 aprile sotto le bandiere rosse.

Magari, dopo aver letto e finalmente appreso, potrebbe cancellare pure quella ridicola norma comunale che impone oggi l’adesione ai cosiddetti “valori della Resistenza” a un cittadino che richieda l’utilizzo di una sala civica o il rilascio di un passo carrabile.

Se poi il tempo che potrà dedicare alla lettura sarà scarso, preso com’è dalla sua attività di sindaco oltre che di apicultore, taglialegna e produttore di nocino, dedichi almeno qualche minuto alla struggente raccolta di lettere di condannati a morte della Resistenza e della Repubblica Sociale Italiana dal titolo “Ho il cuore buono”. Le potrebbe venir voglia di ricordare una di queste lettere nelle quali le parole più ricorrenti sono “Patria” (allora si scriveva con la “P” maiuscola), “Italia” e “perdono”. Sono parole di ragazzi e ragazze fucilati nel fiore degli anni che accettano il sacrificio estremo con straordinaria purezza d’animo e senza manifestare alcun sentimento di odio. Tra queste (alcune sono pubblicate anche ne “Il sangue dei vinti” di Pansa) troverà quella scritta alla propria sorella da un’ausiliaria della RSI, Margherita Audisio, 20anni, uccisa il 26 aprile del 1945 e che qui le riporto:

”Carissima Luciana, fra pochi minuti sarò fucilata. Una consolazione devo darti: fucilazione al petto e non alla schiena. Raggiungo papà in Paradiso, perché mi sono confessata e comunicata, e con lui proteggerò tutti. Tu sai che sono sempre stata una pura della mia fede: in essa ho sempre creduto, credo ancora e sono contenta di morire. Non piangete. Viva l’Italia “

Alla madre, pure ausiliaria, la giovane scriveva:

“Io vivo per la Patria e per la Patria ho giurato la morte…. Questo è il mio credo. Perciò non piangete. Pensate che quando si è dato tutto alla Patria, non si è dato abbastanza.”

Ci pensi, signor sindaco, ora che si appresta al suo ultimo anno di mandato. Spenda anche solo qualche parola per spezzare la lunga congiura del silenzio, per lanciare finalmente un messaggio di riconciliazione nazionale: prenderà forse meno applausi ma avrà la certezza di aver fatto, una buona volta, la cosa giusta.

Priamo Bocchi


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