“Wish you were here” primo dopo 50 anni: non serve una recensione, ma piuttosto una riflessione

di AlbertoPadovani

Per chi ama la Musica è una buona notizia, anche se chi ama la Musica non si ferma a queste notizie: a 50 anni dalla pubblicazione, il nono album dei Pink Floyd, “Wish you were here” – o meglio la sua riedizione celebrativa – è primo in classifica in Inghilterra e in Italia.

Una scusa per riascoltarlo direttamente sparato nelle cuffie la sera di Natale, dove buttarsi “in un gomitolo di strade” ungarettiano non ha molto senso… meglio fare spazio tra le luci soffuse e il calore domestico ad una rilettura del proprio essere qui, ora…

Già, “vorrei che tu fossi qui” – invocazione che i Pink Floyd dedicano a Syd Barrett – cofondatore della band e per i primi anni leader della stessa, è il titolo di una delle canzoni più celebri e importanti della storia del rock.

Ma, come sapete, non è la perla più splendente dell’album, che si apre e si chiude con la suite rock “Shine on you crazy diamond”, in nove parti – divise in due, da 1 a 5 all’inizio e da 6 a 9 a chiudere l’album – sempre ardentemente dedicata a Barrett.

Allora, si dirà, è un album che i Pink Floyd hanno voluto dedicare al loro ex compagno “diamante pazzo”, che si era perso nelle droghe e nella depressione… non è proprio così: infatti almeno due altri temi campeggiano nei solchi di questo album.

Il tema della perdita di identità, dell’automazione, affrontato nell’alienante e potentissima “Welcome to the machine”: un tema che dire attuale è poco, visto l’ingresso dell’IA nel nostro mondo e la sua influenza sempre più pervasiva. Certo, la canzone parla anche dell’industria discografica, ma credo che una lettura più ampia e sociologicamente universale sia più che legittima. D’altra parte il tema dell’alienazione è uno dei cavalli di battaglia di Roger Waters, autore di tutti i testi di “Wish you were here”.

Già affrontato in “Welcome to the machine”, il tema del rapporto tra artista e mercato, con l’ipocrisia e lo sfruttamento presenti nella mentalità dei discografici e nel sistema, diventa oggetto di pungente e sarcastica denuncia nella fantastica “Have a cigar” – cantata da Roy Harper, cantautore britannico che ad Abbey Road stava registrando un suo album in cui sono presenti alcune chitarre di David Gilmour e si mise a disposizione per eseguire la parte vocale. Infatti ne Waters ne Gilmour erano soddisfatti delle loro interpretazioni.

Una certa insoddisfazione era latente negli studi di Abbey Road, per vari motivi. Nick Mason, il batterista, era alle prese con un divorzio e, inevitabilmente, la situazione ebbe un peso sul clima dei lavori in studio.

Inoltre, questione generale, non era facile per loro dare seguito all’album fino ad allora più venduto nella storia del rock: “The Dark Side Of The Moon”. Tra le tracce di “Wish you were” si avverte la tensione per questa responsabilità artistica.

Ma non è mia intenzione dilungarmi tediandovi con un’ennesima recensione, che non sarebbe affatto necessaria, in quanto sui Pink Floyd si è scritto e si continua giustamente a scrivere a livello molto approfondito da decenni. Potete trovare abbondante materiale e bibliografie on line con una semplice ricerca (l’accuratezza del materiale sui Pink Floyd è sicuramente uno degli aspetti che hanno contribuito al primo posto a distanza di 50 anni, almeno credo).

Preferisco testimoniare, anche da esecutore – facendo parte di “Us & Them. The Dark Side Of The Moon Live Project”, uno dei tributi live dedicati alla leggendaria band britannica – quanto sia straordinaria e attuale la ricchezza musicale, culturale, tematica dei Pink Floyd.

Una riflessione conclusiva, a mio parere doverosa in questi anni di musica liofilizzata e dispersa nel metaverso: la misura di “Wish you were here” è l’album, che rimane ancora oggi la misura della Musica. La qualità di un artista e/o di una band si misura sul passo delle dieci/dodici canzoni (o composizioni) che vanno a formare un album.

Nel caso dei Pink Floyd, complice la tendenza al concept propria dei leggendari anni 70, il discorso del concept trova la sua sublimazione: dalla sinfonia di “Atom Heart Mother” fino a “The Wall” ogni album affronta un tema, a partire dalle foto di copertina – opere d’arte in gran parte di Storm Togherson, che da sole sono già storia del rock – passando per i titoli delle canzoni, alla ricerca sui testi, nella loro compatta sobrietà sempre funzionali all’espressività.

In “Wish you were here” la title track è forse la canzone più ascoltata, una meravigliosa e atipica hit in forma di folk ballad, ma non il cuore dell’album. Come sempre accade se si parla di Musica, l’album vale più del singolo.

PS: ho un rimpianto, quello di non avere assistito agli ascolti in audio 5.1 di “Wish you were here” organizzati meritoriamente dall’associazione Esplora presso la “Casa del Suono” di Parma, in collaborazione la Casa della Musica. Spero che possano essere riproposti in futuro.

Alberto Padovani

Recensioni (non) necessarie #28

Il retro della copertina di “Wish you were here” (sempre a cura di Storm Togherson)

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