† La storia del profeta Giona (di Jacopo Masini)

by Andrea Marsiletti

TeoDaily – Nella Bibbia si trova un libro brevissimo, che racconta la storia eccentrica e comica dell’unico profeta citato direttamente da Gesù nei Vangeli. Si tratta del libro di Giona e racconta per l’appunto la storia del profeta Giona.

Nella Bibbia di Gerusalemme, pubblicata dalle Edizione Dehoniane, occupa in tutto quattro pagine, nel corso delle quali accadono in realtà una miriade di piccoli fatti, molti dei quali anti-intuitivi, che fanno a pugni cioè col nostro senso comune e con la comune percezione delle cose.

Prima di tutto, cosa racconta il libro di Giona? È molto semplice: Dio ordina a Giona di andare Ninive, la grande città, e di annunciare ai suoi abitanti che la loro malizia è salita fino a lui. All’epoca Ninive era una città enorme, che potremmo paragonare a New York o Los Angeles, ricca di cultura, arte e opere architettoniche e molto altro ancora. Si trovava nell’attuale Iraq.

Cosa fa Giona? Prende, inizia a camminare e cerca di imbarcarsi per andare a Tarsis, che si trovava esattamente dalla parte opposta. Tarsis era ritenuta all’epoca la città ai confini del mondo, potremmo quindi paragonarla a Sidney, per comodità. Dio gli dice vai a New York e lui parte per andare a Sidney. Non esattamente l’esordio di un profeta destinato a entrare nella leggenda o nelle grazie di Dio, apparentemente.

Bene, Giona riesce a imbarcarsi e Dio, che ovviamente non si dà per vinto, scatena una tempesta sul mare. La nave sulla quale si trova Giona rischia di colare a picco, tutto l’equipaggio inizia a invocare i propri dèi – ciascuno il proprio – ma Giona scende nel luogo riposto della nave e si addormenta. (Apriamo anche fisicamente una parentesi: non è un caso che Giona scenda nel ventre della nave e questa prima discesa ne preannuncia un’altra e altre ancora, reali e metaforiche, come vedremo).

Si addormenta come accadrà poi ai discepoli nell’orto degli ulivi nell’ora più buia di Cristo, che aveva chiesto loro di vegliare con lui per un’ora prima della cattura, ma questo Giona non poteva saperlo.

Comunque, gli uomini dell’equipaggio lo raggiungono e gli chiedono chi sia, in quale dio creda, cosa abbia fatto e lui dice di essere ebreo e di credere al Signore Dio del cielo che ha fatto il mare e la terra. Gli uomini si intimoriscono e lui racconta che è tutta colpa sua, che devono prenderlo e gettarlo a mare, se desiderano che la tempesta si plachi.

Essendo brave persone, cercano di raggiungere la spiaggia a remi, ma non c’è niente da fare, così alla fine si convincono e gettano Giona negli abissi. (Altra parentesi: nelle storie di mare capita spesso che si parli del segno del Giona, cioè della maledizione che a un certo punto viene gettata su qualcuno quando le navi incappano in bonacce o tempeste. La persona che viene additata come responsabile diventa un capro espiatorio, gli viene appunto attribuito il segno del Giona e viene gettata in mare per risolvere la situazione. E tutto nasce dal piccolo libro di cui stiamo parlando).

Qui finisce il primo libro, o capitolo, della storia. Come si apre il secondo? Il Signore dispone che un grande pesce – non necessariamente una balena, ma viene subito da pensare proprio a una balena – inghiotta Giona, che resta per tre giorni e tre notti nel suo ventre.

Tre giorni e tre notti: se vi ricorda qualcosa, è giusto.

La balena: se vi viene in mente Pinocchio, è altrettanto corretto.

A questo punto, dopo che ha cercato di fuggire verso Tarsis disobbedendo all’ordine di Dio, dopo che ha confessato e l’hanno gettato in mare, Giona, nel buio ventre del pesce che scende nelle profondità degli abissi (vi avevo detto che il tema della discesa sarebbe tornato) inizia pregare. (Qui andrebbe ricordato che il mare, inizialmente nemico di Dio, era ritenuto regno del caos e sentiero che conduce alla morte, molto diversamente da come lo consideriamo noi oggi, sebbene una certa paura profonda esista ancora, dal momento che non abbiamo ancora idea di cosa si annidi nelle profondità degli abissi insondabili).

Giona recita una preghiera bellissima, dolente, piena di pentimento e amore per Dio e fa effetto immaginare che la reciti mentre è prigioniero come Geppetto nel ventre di quel pesce enorme, senza un lume, senza nulla, nel freddo e nell’oscurità di un animale che nuota e nuota verso il fondo degli oceani.

Dio si impietosisce e lo fa sputare dal pesce su una spiaggia.

Fine del secondo capitolo.

Inizia il terzo capitolo. Per la seconda volta – ed è bello immaginare che lo stesse aspettando proprio sulla spiaggia – Dio gli ordina di andare a Ninive e annunciare quello che gli ha detto. E stavolta Giona ci va.

Entra nella grande città, annuncia la parola di Dio e gli danno ascolto: si pentono, vestono il sacco, si siedono nella cenere, si pentono, nella speranza che Dio cambi idea. E Dio vede le loro opere e si impietosisce. Fine del terzo capitolo.

Quarto e ultimo, memorabile capitolo: Giona ne prova grande dispiacere e se ne indispettisce. Capito? Non ne è mica contento, no. Si arrabbia. Prega Dio e gli dice: Non era forse questo che dicevo? Io lo sapevo che andava a finire così, perché sei un dio buono e misericordioso e io lo sapevo che li avresti perdonati, per questo non ci volevo venire. Quindi, per piacere, toglimi la vita, che preferisco morire, piuttosto che vivere così.

E il Signore, molto semplicemente, gli domanda: Ti sembra giusto essere sdegnato così?

Allora Giona se ne va. Esce dalla città tutto incazzato – molto probabilmente perché voleva esattamente ciò che Dio non ha fatto e cioè che sterminasse tutta la popolazione peccaminosa di Ninive – e trova riparo sotto alcune frasche in attesa di vedere cosa succede. Visto che fa molto caldo, Dio gli fa crescere una pianta di ricino sopra la testa, per dargli riparo, e Giona è felicissimo, quella pianta gli piace moltissimo.

Il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, Dio manda un verme a mangiare la pianta e a farla seccare. Poi fa soffiare un vento caldo d’oriente, afoso. Il sole colpisce la testa di Giona, che si sente svenire e chiede di nuovo di morire, per la seconda volta.

Dio, di nuovo, guarda Giona e gli chiede: Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?

E Giona, senza pudore, gli dice: Sì, è giusto; ne sono sdegnato a tal punto da invocare la morte.
E allora Dio gli parla per l’ultima volta e gli dice: Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?

Fine. Tutto finisce così. Con una domanda.

È prima di tutto stupefacente che il libro di un profeta, che non riporta fatti storici, ma una storia, inizi con un ordine, con un comando, e termini con una domanda senza risposta.

A chi è rivolta in fondo quella domanda? A chiunque la legga. Dio sembra dire a ciascun uomo testardo, troppo convinto di sé, delle proprie opinioni, della propria fede e della propria rettitudine una cosa molto semplice: ma sei davvero così stupido?

Sei davvero così stupido da desiderare l’annientamento di un’intera città perché ti sembra giusto e di disperarti per la morte di una pianta? Sei davvero così stupido?

Ed è stupefacente che Gesù citi questo unico profeta nei Vangeli e che Giona sia stato fonte di ispirazione per secoli di pittori, scrittori, registi, drammaturghi, che hanno visto nella sua piccola e miserabile vicenda comica lo specchio di ciò che molto spesso e inconsapevolmente siamo: piccoli esseri umani che si incartano in convinzioni stupide, tanto stupide che siamo disposti a uccidere o a morire per difenderle.

Jacopo Masini



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