Non più rinvii, non più scorciatoie amministrative. Sul fine vita la Corte Costituzionale mette le carte in tavola e chiede alle istituzioni di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Con la sentenza n. 204, la Consulta ha respinto il ricorso del Governo contro la legge toscana sul suicidio medicalmente assistito, affermando un principio chiaro: in assenza di una legge nazionale, le Regioni possono legiferare, intervenendo sull’organizzazione dei propri servizi sanitari per rendere effettivi i diritti già riconosciuti dalla Corte.
Il pronunciamento si inserisce nel solco delle sentenze 242/2019 (caso DJ Fabo) e 135/2024, che hanno stabilito i criteri di non punibilità per chi presta assistenza e affermato il diritto all’autodeterminazione delle persone affette da patologie gravi e irreversibili.
Un richiamo esplicito al Parlamento, fermo da oltre sei anni. Secondo i promotori dell’iniziativa, la responsabilità politica ricade su una maggioranza «subalterna ai movimenti cosiddetti pro-vita» e incapace di tradurre in legge una richiesta sostenuta, ricordano, da oltre il 70% degli italiani.
«In questo quadro l’Emilia-Romagna non può più limitarsi a soluzioni amministrative» afferma il consigliere regionale di Avs Paolo Trande. «La delibera del 2024 – più volte impugnata e bloccata al Tar da Forza Italia e associazioni integraliste – ha mostrato tutti i suoi limiti. Così si lasciano i pazienti ostaggio di ricorsi e disuguaglianze territoriali».
L’obiettivo ora è una vera legge regionale. «C’è un obbligo morale e politico – continua Trande – per garantire tempi certi, tutele e diritti a chi vive condizioni di dolore irreversibile».
Sulla stessa linea la capogruppo in Regione Simona Larghetti: «Abbiamo già chiesto ai partner di maggioranza di aprire subito un confronto per un testo di legge condiviso, pienamente coerente con le indicazioni della Corte Costituzionale».
Per l’Emilia-Romagna si apre dunque una fase decisiva: trasformare un principio giuridico in una norma concreta, scegliendo se stare – come rivendicano i promotori – «dalla parte dei diritti, della dignità e della libertà delle persone».



