Priamo Bocchi (FdI): “La legalizzazione della cannabis sottoscritta da Pizzarotti e Bosi è la strada sbagliata”

assaggiami
Lombatti
Priamo Bocchi

Seguendo le orme del sindaco Pizzarotti, primo d’Italia a sottoscrivere pubblicamente la legge di iniziativa popolare per la legalizzazione delle droghe leggere, il suo vice Bosi ha rivendicato in questi giorni la battaglia antiproibizionista spendendo parole a favore della legalizzazione della cannabis (ma il sì all’eventuale referendum abrogativo comporterebbe la legalizzazione della coltivazione di ogni tipo di stupefacente, oppiacei, cocaina, ecc.): “Il proibizionismo è il più grande regalo che si possa fare alle mafie, ma anche perché le dipendenze e gli abusi si combattono con la cultura e l’informazione, non con i divieti”, ha scritto sul suo profilo Facebook.

La prima obiezione che mi verrebbe da muovergli è: quale cultura ha promosso, quali attività di prevenzione e informazione ha svolto il comune di Parma in questi anni sul tema della lotta alla droga?

La lotta alla droga, anche quella che si definisce “leggera” ( come la peste) sembra essere stato dimenticata da quasi tutti in Italia: del tutto assente dal dibattito politico ed estraneo pure alla coscienza collettiva, sempre più incline a recepire ed assecondare il “dirittificio” imposto dalla cultura radical progressista. Nelle scuole si parla tanto di cambiamento climatico, di questioni LGBT e di dottrina gender ma di droga no o almeno non abbastanza. Eppure l’emergenza è reale ed investe soprattutto i giovani.

La Relazione annuale al parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia riporta che tra gli studenti 15-19enni circa 660.000 (il 25,9%) hanno assunto una sostanza psicoattiva illegale nel corso dell’ultimo anno, il 15,7% nell’ultimo mese. I morti per overdose sono stati nell’ultimo anno (2020) 373 (Emilia Romagna prima in graduatoria con 53 decessi). L’assunzione di cocaina è cresciuto in modo esponenziale e l’età media del primo contatto con la droga si continua ad abbassare.

Un’indagine condotta su 60000 studenti di medie e superiori ha poi rilevato che il 17% degli under 14 si è già fatto di cannabis.

A fronte di questi numeri, la battaglia per la legalizzazione della droga, il cui uso è devastante e con effetti legati a salute, società e sanità, è pericoloso e offre proprio ai giovani un messaggio sbagliato.

Mi sembra una sciocchezza sostenere poi, come fanno Pizzarotti, Bosi o Roberto Saviano, che legalizzare la cannabis serva a contrastare la criminalità organizzata. Lo è innanzitutto per ragioni numeriche: su 100 persone che fanno uso di sostanze stupefacenti solo il 5 per cento usa droghe leggere. Di questi solo il 25 per cento è maggiorenne, mentre l’altro 75 per cento è composto da minorenni, che continuerebbero a comprare cannabis illegalmente anche a seguito della sua legalizzazione, a meno che non si voglia autorizzare la vendita di hashish e marijuana anche ai minorenni.

A conferma di ciò ricordo le parole di Paolo Borsellino pronunciate nel 1989: “pensare di liberalizzare la droga per combattere il traffico clandestino e indebolire le mafie è roba da dilettanti di criminologia. La legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino, anzi avviene che le categorie più deboli e meno protette saranno le prime a essere investite dal mercato clandestino. Resisterebbe poi un ulteriore traffico clandestino che è quello delle droghe micidiali, che per le stesse ragioni lo stato non potrebbe mai liberalizzare”.

Sarebbe utile, infine, farsi spiegare la vera favola della cannabis legale da chi veramente conosce il feroce corpo a corpo con la droga di uomini, donne e ragazzi che hanno creduto alla libertà di fare, di “farsi”; da chi sa che non si tratta di una canna e via ma di una filiera, da chi ritiene che con la legalizzazione aumenterebbero gli spacciatori, i costi sanitari, l’illegalità, da chi da anni ricovera ragazzi in psichiatrie oggi ingolfate dalle “doppie diagnosi” (dipendenza e psicosi). Uno di questi è José Berdini, responsabile delle Comunità Terapeutiche Pars, che in una recente intervista sulla rivista Tempi ha così chiosato sulla questione legalizzazione:

“Se la mafia è colpevole di spaccio di sostanze stupefacenti e lo Stato decide di arrogarsi questo mestiere lo si deve chiamare con il proprio nome: Stato spacciatore”.

Priamo Bocchi
Responsabile Enti Locali
Fratelli d’Italia Parma