Cosa resterà di questi anni pizzarottiani?

proges_4_21

“Anni come giorni son volati via
Cosa resterà di questi anni ottanta?
Afferrati e già scivolati via
Delle nostre voglie e dei nostri jeans cosa resterà?
Chi la scatterà la fotografia?”

Così cantava Raf al Festival di Sanremo del 1989 in “Cosa resterà degli anni ’80”.

Nel 2022 si concluderà il decennio e si tornerà al voto, cosa resterà di questi anni pizzarottiani?

Provo a scattare io la fotografia.

Mi vengono subito in mente l’assembramento di parabole delle TV nazionali ed europee sotto i Portici del Grano per celebrare la vittoria del primo sindaco a 5 stelle.

La Parma borghese era stata espugnata da un ragazzo sbarazzino abbracciato alla sua Cinzia. Che belli, che teneri!

L’aria era attraversata dalla scarica elettrica e dall’incertezza che seguono ogni rivoluzione.

“E adesso cosa sarà di noi?” mormorava con voce tremante la noblesse dell’ancien regime memore delle parole di Mao Tse Tung alle parate in Piazza Tienanmen delle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale: “Senza distruzione non c’è costruzione”.

I famigerati poteri forti di Parma vissero mesi e mesi di disorientamento, non sapevano se e come approcciare questo ribelle nei confronti del quale tutti apparivano dei matusa, delle palle al piede della città, quando non dei ladri.

Pizzarotti era il Liberatore, l’inesperienza sua e del suo gruppo divenne un punto di forza perchè controprova di purezza politica e morale.

Come dimenticare quei bandi e colloqui per selezionare gli assessori, da cui emersero Laura Rossi, funzionaria comunale non allineata, Cristiano Casa, imprenditore dell’Associazione delle Piccole Imprese dell’API che appariva una scelta simbolica per segnare il cambio di passo dallo strapotere UPI, Michele Alinovi, l’architetto fuori da tutte le logiche di potere a gestire l’urbanistica, Gabriele Folli del Comitato Corretta Gestione dei Rifiuti che doveva spegnere quel maledetto inceneritore.

Quindi via libera al progetto proto-sovranista dell’introduzione della moneta locale dello SCEC che sembrava i soldi del Monopoli e quello populistico di stampo sudamericano dell’Assemblea dei cittadini sorteggiati al Palasport che avrebbero dovuto definire la visione della città futura… tutta roba che fallì subito, per certi versi grottesca, ma rappresentava una cesura col passato. Pizzarotti procedeva per gesti simbolici, come se avesse letto la “Psicologia delle folle” di Gustav Le Bon (a cui Hitler si ispirò quando scrisse il Mein Kampf) per il quale le folle sono incapaci di qualsiasi ragionamento e possono essere addomesticate solo da messaggi semplici e immaginifici.

A mio giudizio l’apice dell’iconografia pizzarottiana si raggiunse con quell’albero di Natale spento che si illuminava solo se qualcuno pedalava. I bambini piangevano davanti a questa trasmutazione della gioia consumistica del Natale in penitenza monacale. Era l’ammonimento didascalico a una città gravata dai debiti che doveva sacrificarsi, espiare, per poter rinascere. Non so con quanta consapevolezza, Pizzarotti stava introducendo il principio dello Stato Etico.
Che meraviglia!

La rottura con Grillo, pur motivata, segnò la svolta del pizzarottismo.

Pizzarotti si tolse i panni del rivoluzionario per indossare quelli del moderato, che amministra con la logica del buon padre di famiglia. Il titolo del suo libro auto-celebrativo scolpisce la svolta sulla pietra: “Una rivoluzione normale”.

La normalizzazione del pizzarottismo non si ferma, anzi, accelera, con Bonaccini che lo prende sottobraccio, lui che si candida alle europee nella lista di Più Europa insieme ai resti del pentapartito del Centro democristiano di Tabacci, dei Socialisti, financo dei Repubblicani che tutti credevano estinti da almeno trent’anni.

Quindi il progressivo addormentamento della sua pagina Facebook che diventa la declinazione di tutte le sfaccettature del “politicamente corretto” e l’approdo nel centrosinistra in occasione delle elezioni regionali dove lui torna sulla barricata, quella del fronte emiliano-romagnolo, per urlare “No pasaran” contro l’avanzata di Salvini. In effetti Salvini non passerà, ma non furono di certo i 1.500 voti portati dai candidati di Effetto Parma a sbarrargli la strada.

Per arrivare ai dialoghi di queste settimane col Pd pubblicizzati sui giornali per stringere l’alleanza alle prossime comunali, sebbene il gruppo consigliare dem guidato dal capogruppo Lorenzo Lavagetto non risparmi dure critiche all’operato della giunta.

In questo secondo mandato, a livello amministrativo, quantomeno nella logica delle immagini simboliche di Gustav Le Bon, hanno lasciato più il segno l’operatività di Michele Alinovi e la classe di Michele Guerra che la mano pizzarottiana.

Cosa rimarrà tra dieci anni del pizzarottismo?

Raf è impietoso: “Forse domani a quest’ora non sarò esistito mai
E i sentimenti che senti tu se ne andranno come spray
Sembran già degli anni ottanta per noi
Quasi ottanta anni fa, whoa whoa, oh no
“.

Non lo so, vedremo.

Ma quanto ha brillato quel pizzarottismo primordiale!

“La stella più luminosa è quella che si spegne per prima” canta Jimi Hendrix.

Già.

Andrea Marsiletti