Discorso del Sindaco Federico Pizzarotti in occasione della consegna dei Premi Sant’Ilario 2021

Concittadini e autorità, buongiorno a tutti.

Vi ringrazio per esserci in un giorno così importante e sentito, in un anno davvero particolare.

Ringrazio tutte le persone che ci ascoltano da casa.

Ringrazio le istituzioni, le realtà imprenditoriali, del mondo del lavoro, della società civile, dell’Università, i consiglieri comunali e la giunta.

Infine ringrazio e saluto in nome della città, in nome di tutto ciò che abbiamo vissuto nell’ultimo anno, le forze sociali e civili che riceveranno la civica benemerenza.

Per noi parmigiani il giorno di S. Ilario è sempre stato un giorno particolare, nel quale celebriamo la forza e l’energia della città nel mondo, espressione del saper fare delle donne e degli uomini di Parma, delle imprese, dei lavoratori e delle associazioni; celebriamo tutti i nostri successi, grandi e piccoli, in ogni campo.

Ma l’eccezionalità vissuta nel 2020 ci ha costretto a rivedere l’intero impianto della cerimonia.

Non è stato semplice pensare di rivoluzionare la tradizione, e noi parmigiani siamo molto legati alle tradizioni.

Ma è stato necessario.

L’immenso spazio in cui parlo è l’Ospedale Vecchio, simbolo di una Parma che nel corso della storia si è preso cura dei parmigiani, accudendoli e guarendoli. Ed è simbolo, oggi, della rinascita e del risveglio di ciò che era stato lasciato nel degrado e nell’abbandono per molti anni.

La forza simbolica dell’Ospedale Vecchio, oggi e per sempre, sia la nostra forza e il nostro cammino. Ripartiremo da qui; lo faremo con una premiazione particolare e unica: il riconoscimento alla città intera, alle sue forze sociali e civili, che durante il 2020 assieme al Comune hanno combattuto la sfida più grande di questo secolo.

Una sfida non ancora conclusa ma che vinceremo, se saremo forti e uniti.

Tuttavia questo 13 Gennaio 2021 è, semmai fosse possibile, un giorno ancor più particolare e unico: oggi avrebbe dovuto rappresentare la sintesi di un anno speciale, l’anno di Parma Capitale Italiana della Cultura. Un anno fa dal palco solenne del Teatro Regio abbiamo aperto l’anno della Capitale con l’entusiasmo di chi ha toccato i sogni con un dito. Ricorderete l’emozione: ci aveva spezzato la voce e riempito d’orgoglio; il Presidente Mattarella era rimasto impressionato dalla dedizione e dall’impegno con cui Parma si accingeva ad iniziare il cammino nell’anno della Capitale.

Oggi avremmo dovuto chiudere un anno magico ed annunciare l’inizio di un nuovo cammino. Non è così. Osservare la sala vuota è un pugno forte allo stomaco, è appesantita da un silenzio diverso dal solito: il silenzio dell’assenza.

Vi sono momenti, nel nostro vivere frenetico, in cui desideriamo la solitudine e cerchiamo il silenzio per assaporare attimi di libertà, lasciando il mondo fuori dalla porta. Il silenzio di quei momenti è il silenzio della libertà; quello di oggi, invece, è un silenzio violento. Il mondo si è capovolto: Parma doveva celebrare la vita, ci siamo trovati a combattere la morte.

Nessuno è mai pronto per affrontare una sfida simile. Non esistono periodi di prova o corsi di formazione: siamo stati gettati all’improvviso in una battaglia contro un nemico sconosciuto, senza armi vincenti o scorciatoie percorribili.  Durante la prima ondata, nel periodo più duro, contavamo le vittime giorno dopo giorno, con in cuore la speranza che il giorno successivo fossero meno.

Insieme a tutti i sindaci della Provincia e di altre città, coi quali sono stato in continuo contatto, abbiamo avvertito sulle nostre spalle la minaccia costante del nemico invisibile, apparentemente inarrestabile. Nel silenzio innaturale delle prime settimane il ritmo del tempo era cadenzato dal suono delle sirene. Come ognuno di voi cercavo di prestare attenzione ad altri rumori, altri suoni, in grado di coprire quello delle ambulanze: la macchinetta del caffè, la radio, lo squillo del cellulare.

Ma era altro, in realtà, quello che volevamo allontanare dalla mente: la profonda solitudine di fronte alla morte.

Il lockdown è stata l’arma più efficace contro il covid-19, ma ci ha lasciato soli ad affrontare i giorni estremi di marzo.

Voglio ricordare un episodio come simbolo di quella triste primavera.

Tra marzo e aprile mi hanno scritto migliaia di cittadini: quasi tutti cercavano risposte, conforto e aiuto. Tra le richieste mi ha colpito quella di una signora: il mio vicino – scriveva – da giorni ha la febbre alta e non si muove dal letto. È un ragazzo belga bloccato in città, la famiglia è a Bruxelles; per le troppe richieste, medici e ambulanze non riescono a soccorrerlo. Ci sono solo io ma non so cosa devo fare.

Siamo rimasti in contatto a lungo, ogni giorno chiedevo aggiornamenti che lei, puntualmente, mi forniva. Ci sono stati momenti in cui entrambi abbiamo temuto il peggio. La prima ondata l’abbiamo affrontata nella solitudine. Tante persone, purtroppo, ci hanno lasciato senza un saluto o un abbraccio: madri, padri, fratelli e sorelle, nonne e nonni.

È stata una tragedia che rimarrà impressa per sempre, una forma di violenza psicologica senza pari. Il ragazzo belga però è guarito grazie al medico di famiglia che è finalmente riuscito a visitarlo, ma grazie anche all’aiuto prezioso di quella signora.

E’ guarito perché ha trovato chi gli ha teso la mano prendendosi cura di lui.

Il mondo, alla fine, si salverà per lo stesso motivo: ci prenderemo cura l’uno dell’altro; indosseremo una tuta bianca e una mascherina affrontando il virus nei reparti ospedalieri; porteremo pacchi alimentari alle persone che non hanno soldi per sfamarsi; assisteremo i più deboli facendo per loro la spesa; sacrificheremo parte del nostro tempo per donarlo a chi ne ha più bisogno.

Il destino di Parma, oggi più che mai, è legato al destino del mondo, ma il destino del mondo, a sua volta, è legato al bisogno di sentirsi una comunità veramente forte.

Diceva Jean Paul Sartre: “Esserci significa scegliersi”. Vivere significa definire il proprio cammino, parteggiare senza indifferenza, decidere da che parte stare.

Unirsi. Anche se non del tutto sconfitta, la malattia ha scosso le nostre vite. Noi, però, abbiamo reagito unendoci contro la solitudine. Ora dobbiamo essere pronti ad affrontare l’ultima sfida. Siamo ai capitoli finali di una guerra durata troppo tempo e costata troppi sacrifici.

Per quanto ci affanniamo a trovare un perché, stiamo vivendo un prima e un dopo della storia. Il domani dipenderà da noi. Sconfitta la pandemia dovremo affrontare nuovi e complessi problemi, molti dei quali bussano già alle nostre porte: il lavoro, la scuola, i rapporti sociali, il modo di fronteggiare la crisi economica. Nulla sarà più come prima. Saremo chiamati a decisioni importanti, nessuno potrà essere indifferente. E allora, in questo salone vuoto immerso in un silenzio irreale, facciamoci una promessa: riempiremo questo vuoto con le idee e con l’agire comune. Parma chiama a raccolta, ancora una volta, le Istituzioni, tutte le istanze della società civile, i cittadini per la sfida più difficile mai affrontata prima: riprendere il cammino di crescita arrestatosi bruscamente un anno fa, e riaccendere la luce della cultura per illuminare la città e l’Italia.

Scuola, impresa-lavoro e cultura sono le principali vittime della pandemia.

È da qui che dobbiamo ripartire per tornare a crescere.

Non è mai accaduto nella storia della Repubblica che le scuole rimanessero chiuse per così tanto tempo. Le conseguenze di questa decisione, pur necessaria, le sconteremo sul lungo periodo: ancora oggi non comprendiamo appieno l’enorme sacrificio imposto ai nostri figli. Sento talvolta affermare: “Cosa vuoi che sia qualche mese a casa, a fronte dei sacrifici che dovranno affrontare le imprese?”.

Ci sono almeno due banalità in questa frase.

Primo: gerarchizzare i sacrifici delle persone, come se alcuni valessero tanto e altri poco; Secondo: sottovalutare il ruolo e l’importanza della scuola.

Non stupiamoci di vivere in una società in cui i giovani si considerano l’ultima ruota del carro, se nei momenti di difficoltà non li sappiamo tutelare. Lo scorso novembre due giovani studenti sono rimasti seduti per una intera mattina davanti al cancello chiuso del Romagnosi. Indossavano giacca e cuffia, avevano con loro gli zaini e qualche libro: “Vogliamo tornare a scuola”, dicevano. La foto ha rapidamente fatto il giro di Parma e del Paese. Si chiamano Chiara e Mattia gli autori della protesta, silenziosa ma assordante: il loro silenzio gridava all’Italia che la scuola è la culla della nostra civiltà. Ho incontrato Chiara e Mattia in dicembre; ho chiesto contro chi protestavano. “Contro nessuno” – hanno risposto – “perché capiamo il momento, ma non vogliamo essere dimenticati”.

Dobbiamo essere tutti orgogliosi del gesto di Chiara e Mattia. D a domani dovremo lavorare duro, tutti insieme, per ricostruire il sistema mattone dopo mattone e facendo ognuno la propria parte. È il minimo che possiamo promettere a questi ragazzi, ai quali la pandemia sta strappando gran parte dei progetti legati al futuro.

Insieme a quelli di tanti, dobbiamo riconoscere il sacrificio grande che stanno compiendo per tutti noi: stanno perdendo gran parte delle esperienze di vita legate all’infanzia e all’adolescenza. Tutti ricordiamo le nostre piccole grandi avventure legate agli anni della scuola: le nuove amicizie, i voti belli e meno belli portati a casa, le interrogazioni, i compiti in classe, i primi amori tra i banchi, gli scherzi, le goliardate, le liti, gli insegnanti indulgenti e quelli severi, le gite, le assemblee, i sentimenti ribelli. Presi singolarmente sono episodi poco significativi, ma la loro somma rappresenta l’esperienza formatrice che ognuno di noi ha vissuto e coltivato tra i banchi di scuola.

Molto di ciò che ciascuno di noi è oggi è il risultato di quell’esperienza.

Sono episodi che non torneranno più: per loro non esisterà nessun decreto ristori; nessuna legge retroattiva ridarà indietro il periodo perso. Negli ultimi nove anni Parma ha investito sulla scuola più di 50 milioni di euro: strutture antisismiche e antincendio; nuovi edifici con risparmio energetico e senza amianto sui tetti; nuovi strumenti digitali; servizi doposcuola; palestre più grandi; costo delle rette calmierato per le fasce deboli.

Oggi penso non basti: bisogna investire ancora di più. È la prima promessa che mi sento di fare: investiremo altre risorse e impegneremo nuove energie per la scuola, per renderle dei luoghi ancora più accoglienti e sicuri, per gli studenti, per gli insegnanti, per le famiglie. Vorrei che tutta l’Italia prendesse esempio da Parma e mettesse la scuola al centro del rilancio. Lo dobbiamo a tutte le Chiara e i Mattia che non vogliono essere dimenticati e a cui, prima di quanto pensiamo, dovremo passare il testimone: saranno loro a prendere per mano le redini della società per farne, ne siamo sicuri, un posto migliore.

La pandemia ha messo in ginocchio anche le piccole-medie e grandi imprese, fiore all’occhiello del sistema produttivo italiano e del tessuto economico di Parma.

La crisi che stiamo vivendo è persino peggiore di quella del 2008. Ci troviamo agli albori di una profonda depressione economica di cui tuttora fatichiamo a intravedere l’orizzonte; sta sopraggiungendo una tempesta di cui oggi avvistiamo solo i primi lampi. Se il sistema non è crollato e non ha colpito a catena tutti i settori produttivi, lo dobbiamo alla virtù parsimoniosa delle piccole-medie aziende italiane, che come le formiche nella favola di Esopo mettono da parte risorse in vista della cattiva stagione. Noi italiani siamo fatti così: siamo grandi risparmiatori.

La cattiva stagione è arrivata: ma non è una cattiva stagione ordinaria, è la peggiore che potesse capitarci. I risparmi sono finiti, le aziende stanno davvero chiudendo: ora tocca allo Stato prendersi cura dell’intero tessuto economico. Se non lo farà non potremo progettare nessuna nuova primavera. Si deve intervenire senza esitazione su due fronti: garantire immediati aiuti economici, più consistenti di quelli finora applicati; investire in fondi strutturali per rinnovare l’intero impianto produttivo del Paese. Su entrambi i fronti le città dovranno essere messe in prima fila: sarà la nostra “Rivoluzione copernicana”.

Gli aiuti immediati daranno alle imprese la possibilità di sopravvivere nei prossimi mesi di burrasca: una poderosa immissione di liquidità come mai avvenuta prima nella storia in favore delle imprese italiane, dei piccoli commercianti, degli artigiani ma anche dei settori culturale e turistico. Qualcuno obietterà: così si aumenta il debito pubblico. È vero, ma il debito deve andare a finanziare la salvezza delle piccole-medie imprese, che rappresentano il motore economico dell’Italia.

L’errore storico della politica italiana è agire da cicala: fare debito in periodi di benessere economico, ovvero sperperare risorse anziché accumularle per i tempi di crisi. È un modo di agire che noi parmigiani, purtroppo, abbiamo vissuto sulle nostre spalle nel recente passato: la politica aveva sperperato e fatto debito durante gli anni di relativa tranquillità economica, finendo a secco e rischiando il default nel periodo di crisi. Da anni il trend è cambiato: in dicembre abbiamo chiuso il bilancio, ancora una volta in sicurezza, nonostante la forte depressione. Parma continua a mostrare il volto della formica.

Lo Stato deve immettere liquidità e salvaguardare le imprese.

Ma la liquidità da sola non basta.

Serve legarla a doppio filo con investimenti in grado di: semplificare e digitalizzare la burocrazia, adattare la filiera produttiva alla transizione ecologica, lanciare una nuova economia nazionale verde, bilanciare il Welfare tra sistema terziario e contributivo, garantire un lavoro di qualità a tutti (che sia dipendente o autonomo), rimettere al centro dello sviluppo e della crescita l’impresa piccola media e grande.

La rivoluzione copernicana ha bisogno di un nuovo patto che chiameremo “della società, del lavoro e dell’impresa” in grado di saldare stabilmente l’Italia nel cuore

dell’Europa. Populisti ed euroscettici vorrebbero l’Italia sola e inerme ad affrontare la sfida con la pandemia e le sue conseguenze.

Ma oggi, al contrario, si vince uniti, in Italia e in Europa.

Il Recovery fund è lo strumento con cui è possibile vincere la sfida: i fondi europei per il Paese, le regioni e le città.

Inoltre dico anche che il MES dovrebbe essere utilizzato; sarebbero ulteriori risorse per la sanità, per il nostro territorio quasi 200M€, ed è grave che questo non venga fatto per questioni di posizionamento politico. È una sfida che può essere vinta se il Governo saprà utilizzare i miliardi di risorse con intelligenza e lungimiranza, e se le città sapranno essere perno della rivoluzione ecologica e digitale.

Per molti, troppi anni si è dibattuto sull’importanza di attuare le riforme senza mai giungere a risultati concreti, soprattutto per carenza delle risorse necessarie. Ora i soldi ci sono: miliardi di euro che arriveranno dall’Europa, additata dai populisti come il male assoluto. Il male assoluto, invece, è l’inerzia della politica di fronte alle grandi sfide per l’umanità, e la sfida al dopo-pandemia è senz’altro, fino a questo momento e per molti anni a venire, la più grande del secolo. A Parma e ai parmigiani, dico: facciamoci trovare pronti, governiamo il cambiamento senza subirlo, mostriamoci lungimiranti come lo siamo stati finora, facciamoci forza perché solo così trasformeremo tempi cupi in una grande occasione di rinascita.

Alle imprese e alle forze private, dico: rinsaldiamo l’alleanza che ci ha visti vincere uniti importanti sfide – dalla Capitale della Cultura alla nomina come Patrimonio

Unesco della Gastronomia -; collaboriamo per garantire a Parma la possibilità di crescere nei servizi, nelle infrastrutture, nella transizione ecologica, nella riconversione a un’economia verde, ben salda alla qualità ambientale e della vita.

Alla nostra regione, invece, dico: Parma è tra i firmatari del Patto per il Lavoro e il Clima, strumento essenziale per gestire e redistribuire le risorse del Recovery Fund: lavoriamo in sinergia già da domani per far crescere la nostra terra con le sue città, dimostriamo che l’Emilia-Romagna saprà gestire i fondi con capacità e visione d’insieme. Al governo, infine, dico: l’occasione che sta vivendo l’Italia non può essere gettata alle ortiche dalle faide interne, dalle polemiche, dagli scontri nella maggioranza, dai giochi tattici tra gli alleati di governo, di cui ogni giorno leggiamo sui quotidiani.

Il Paese non può pagare il prezzo dell’irresponsabilità altrui: l’unità è l’arma più forte che abbiamo. Non si tratta più di vincere una sfida, si tratta di vincere un’epoca.

Senza unità, però, la rivoluzione non si realizzerà e nel Paese troveremo soltanto macerie. Siamo chiamati ad un’assunzione di responsabilità: ognuno deve fare la propria parte. Parma è pronta, come lo è sempre stata.

La città vuole tornare a crescere ripartendo esattamente da dove ci eravamo lasciati: dal 13 gennaio scorso, alba della pandemia, quando gli occhi dell’Italia erano puntati su di noi. Sembra ieri quando accompagnati dall’entusiasmo di migliaia di parmigiani, in piazza Garibaldi annunciavamo l’inizio dell’anno della Capitale.

Doveva essere la celebrazione nazionale della cultura nella sua accezione più autentica: così l’avevamo immaginato. Era il sogno di Parma.

Ma il mondo si è capovolto: il 2020 ha rappresentato l’anno dell’assenza totale di cultura. Non esiste infatti settore più colpito: musei, teatri, mostre, eventi, attività evocative di diverso genere. Dpcm e lockdown hanno ingabbiato l’anima più profonda del Paese. L’Italia cammina da millenni sulle possenti gambe della cultura. La pandemia l’ha messa in ginocchio. Il duro colpo è arrivato soprattutto ai lavoratori: licenziamenti, cassa integrazione, riduzione delle ore di impiego, cancellazioni di interi programmi ed eventi.

Dal tutto al nulla in modo repentino e violento, come non era mai accaduto.

Ma niente muore se c’è chi non lo lascia morire. Così, un anno dopo e nello stesso giorno, Parma riparte da dove ci eravamo lasciati: dalla cultura.

Siamo Capitale anche nel 2021 e per quanto ci sarà concesso, pur nel cuore della battaglia che stiamo combattendo, torneremo a esprimere la ricchezza di cui siamo portatori e custodi. Adegueremo attività ed eventi allo spirito e alle condizioni del tempo, promuovendo l’impegno culturale virtualmente ma anche, quando sarà possibile, dal vivo. Non sarà come avevamo progettato un anno fa, è vero, ma sapremo dimostrare una volta di più la vitalità di Parma: porteremo la fiaccola della cultura dritto nel cuore del Paese, affermando con i fatti che il rilancio dell’Italia dovrà partire prima di tutto dal rilancio della cultura, anima della storia d’Europa.

La battaglia vera della rinascita del Paese post covid-19 si riassume qui.

Non ci è piaciuto l’atteggiamento duro del Governo nei confronti del mondo della cultura. Lo abbiamo rispettato, ci siamo adeguati con responsabilità, ma non ne abbiamo condiviso la rigidità. L’augurio che faccio all’Italia è sincero e semplice: dopo il suo anno più buio, la cultura torni a vivere e farci vivere.

Al mondo del teatro, della musica e della lirica – con il Teatro Regio in testa -, ai grandi e piccoli poli museali, agli organizzatori e gestori di eventi e attività, a tutti i lavoratori che con il loro appassionato saper fare permettono a chiunque di vivere e respirare cultura: il Comune di Parma e la città sono con voi, torneremo a lavorare insieme affinché si riviva la storia, la bellezza, lo spessore, il fascino e la conoscenza dell’universo culturale di Parma e del territorio.

Oggi, dopo un anno di grande sofferenza, torniamo a essere Capitale della Cultura.

Vogliamo lasciare a chi lo sarà dopo di noi l’impronta viva e feconda del nostro passaggio. Ringrazio il settore cultura e l’intera squadra di Parma 2020+21 per l’impegno profuso e mai cessato, nemmeno nei momenti più bui; ringrazio tutte le Istituzioni e gli Enti Pubblici e privati che stanno lavorando assieme al Comune di Parma; ringrazio anche ogni singolo lavoratore del comparto culturale cittadino: ci vorrà tempo, anche più di un anno se necessario, ma insieme torneremo a far battere più di prima il cuore e l’anima della nostra città.

Oggi si riparte. Ripartiremo da tutte le forze che hanno combattuto e stanno combattendo la guerra più difficile. Ripartiremo anche dall’energia vitale che ha sempre contraddistinto il terzo settore, che rappresenta un caposaldo irrinunciabile di ogni città. Il terzo settore, e assieme a lui lo sforzo instancabile dei suoi lavoratori e volontari, arriva là dove gli enti pubblici hanno carenze di strutture e di risorse umane: senza l’apporto dei volontari e delle loro strutture, oggi molti italiani (e non) sarebbero sotto un ponte o senza cibo. Se ciò non avviene, è perché le donne e gli uomini delle associazioni di volontariato quotidianamente aiutano il prossimo, ben rappresentando lo spirito di unità che oggi dovrebbe muovere gli ingranaggi del mondo. Il volontario è l’esatto contrario dell’indifferente.

Ringrazio uno a uno i volontari di Parma, siete un’immagine bella e sincera

dell’Italia: per voi gli uomini sono davvero tutti uguali, per voi quel che conta è aiutare il prossimo. Non è scontato ciò che fate e come agite.

Al tempo stesso non posso ignorare che un’inchiesta importante stia coinvolgendo una di queste realtà. In uno Stato di diritto, la giustizia deve fare il suo corso.

Lo dico chiaro: il Comune è dalla parte della giustizia. Il Comune è l’ente che per primo ha segnalato situazioni non chiare, è quindi l’istituzione che più di tutte e per prima ha vigilato avendo a cuore la verità: ma sarà la giustizia a far luce sulla vicenda, non la politica. Davanti alla giustizia, la politica deve sempre fare un passo indietro.

Conosco personalmente – avendolo vissuto sulla mia pelle – cosa significa attendere in silenzio il tempo della giustizia. Il tempo della giustizia non è certo il tempo del populismo: solo il tempo è il custode della verità. Attendere gli esiti della giustizia è perciò un atto di responsabilità e di senso di civiltà.

Da sindaco, poi, ho a cuore verità e onestà: sono i valori che hanno sempre mosso le mie azioni. Sono i valori che oggi mi fanno dire: non si faccia di tutta l’erba un fascio, non si ceda al populismo vorace di chi vorrebbe vedere il marcio ovunque, non si attacchi il terzo settore tutto, come se quel mondo fosse popolato da profittatori e opportunisti. Ho fiducia nelle donne e negli uomini lavoratori e volontari del terzo settore. Confido nella giustizia come, al tempo stesso, conosco la pietà umana di chi è tutti i giorni sul fronte dell’emergenza umanitaria. La verità è dalla parte di entrambi: giustizia e volontariato.

Abbiamo tracciato il percorso che ci condurrà alla ripresa dell’Italia: investimenti nella scuola, rilancio dell’impresa e di una nuova economia verde e sostenibile, potenziamento del comparto culturale dell’Italia.

Da anni Parma sta percorrendo questo cammino con convinzione, una convinzione che ci condurrà dritti verso un futuro migliore. Sogniamo infatti una città che mette al centro la scuola e la famiglia; che punta alla crescita economica del territorio salvaguardando la qualità ambientale e della vita; che sviluppa una graduale ma determinata transizione ecologica; che investe tempo, risorse, energie e passione nel suo straordinario patrimonio culturale, secondo a nessuno nel Paese.

Prima di tutto, però, dobbiamo sconfiggere il nemico invisibile, il portatore silenzioso e violento di tutte le sofferenze vissute nell’anno nero del mondo.

Sotto l’albero di Natale di Piazza Garibaldi abbiamo posizionato una piccola cassetta delle lettere. Ai bambini abbiamo chiesto di scrivere i loro desideri e inserirli nella cassetta. Nel giorno dell’antivigilia le abbiamo lette. La maggior parte, con la semplicità e la naturalezza che contraddistinguono i bambini, ha chiesto di sconfiggere il virus e di abbandonare le mascherine.

Hanno chiesto, come atto liberatorio, di poter tornare alla vita semplice.

La libertà oggi è esattamente questo: il ritorno alla semplicità. Né più né meno. Se qualche anno fa ce lo avessero detto non ci avremmo mai creduto.

Sono stanco, come tutti voi. Stanco di questa fredda crudeltà che non ci permette di abbracciare i nostri cari in ospedale; stanco di ripensare a tutte le volte in cui ho dovuto rispondere ai parmigiani: “Non è possibile celebrare il funerale di vostra madre e di vostro padre”. Stanco di pensare al fatto che il virus ci ha tolto il bene più prezioso che abbiamo: la libertà. Finché l’avevamo non ne capivamo il senso profondo. Ora sappiamo bene quanto vale la nostra libertà, quanto duro sia non poter abbracciare un amico o un conoscente da quasi un anno.

Perciò il primo passo che Parma compirà assieme all’Italia e al mondo è sconfiggere il virus e tornare a sperare. Vinceremo.

Ma al termine dell’estenuante battaglia ci dovremo anche chiedere quanto abbiamo perso e quanto, alla fine, abbiamo ottenuto. Vorrei che il 2020, oltre alla sofferenza, ci lasciasse qualcosa d’altro: essere in grado di cogliere il senso profondo di quello che facciamo. Alzarci la mattina, andare al lavoro, fare compere, progettare la vacanza, prendere l’autobus, oziare al cellulare, coricarci davanti alla tv, leggere un libro, scegliere un vestito, telefonare a un amico, lavorare sodo; ma anche: vivere con la frenesia di fare, comprare, guadagnare, ottenere, pretendere, fregarcene.

Per un anno il mondo si è fermato mettendoci di fronte alla vita.

Non intendo di fronte al suo senso, che è sconosciuto, ma al nostro modo di viverla.

Davanti alla pericolosità del virus ognuno si è chiesto, almeno una volta, se aveva un senso ciò che stava facendo, se ne valeva la pena.

Dovremmo essere capaci, d’ora in poi, di attribuire un senso più vero ad ogni atto quotidiano, che sia un abbraccio o una stretta di mano.

Ci sono stati strappati: ora capiamone il significato.

Per chi sta in prima linea tutto ciò appare sicuramente più chiaro.

Per questo voglio ringraziare le forze dell’ordine, per la loro costante presenza nelle strade durante i lunghi mesi di lockdown, per l’instancabile e preziosa attività di controllo, prevenzione e assistenza. Ringrazio anche i cittadini aderenti ai gruppi di controllo di vicinato e i consiglieri dei CCV, sempre pronti a informare il prossimo e a dare una mano nei momenti più difficili, anche il vostro è stato un ruolo essenziale.

Ringrazio tutte le categorie di lavoratori che, soprattutto nei mesi più duri, non si sono mai fermati svolgendo lavori essenziali per la collettività.

E, con il cuore in mano, voglio ringraziare a nome di tutta la città i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari che si sono presi cura e continueranno a prendersi cura di noi.

Grazie: è soprattutto grazie a voi che oggi le nostre sono parole di speranza.

Vi abbiamo chiamati eroi, come se volessimo divinizzare il vostro gesto. Come se il vostro gesto fosse qualcosa di lontano dall’uomo, più vicino ai personaggi della mitologia. Ci ho riflettuto: non eroi, ma donne e uomini il cui impegno riassume per intero il significato di “umanità”.

Gli atti eroici, alla fin fine, sono compiuti da donne e da uomini. Ma sono ispirati dal senso di umanità, che diventa un valore assoluto, quando vi sono donne e uomini che lo vogliono.

Edi Maiavacchi era una donna forte e semplice, una infermiera seria e responsabile, come tanti suoi colleghi e colleghe. Oggi non è più tra noi: Edi è stata la prima infermiera di Parma a cadere di fronte al Coronavirus, in quel marzo maledetto.

Il suo sacrificio e il suo impegno siano per noi una luce di speranza e di coraggio.

Ci siamo piegati, ma non ci siamo arresi; ci siamo sentiti deboli e inermi, ma abbiamo reagito. Parma è legata al destino del Paese, che a sua volta dipende da ciò che saprà fare ognuno di noi, ma tutti insieme, per tornare a vivere con semplicità.

Cari concittadini, inizia oggi il mio ultimo anno come sindaco di Parma. Il nono anno di una corsa entusiasmante e, posso dirlo, sfidante.

Fatta con impegno, generosità e responsabilità verso la città che amo, in cui sono nato e cresciuto. Il mio ultimo anno coincide con l’anno in cui Parma lavorerà per la sua ripresa economica e culturale. Il mio tempo, perciò, sarà interamente dedicato a questo, come ultimo atto d’amore grande verso la mia città. Sarà un anno di lavoro intenso, una sfida a cui non mi sottrarrò.

So che ce la faremo, ma dobbiamo iniziare a farlo subito, perché “C’è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra la luce”.

Grazie, Buon Sant’Ilario a tutti.

Federico Pizzarotti – Sindaco di Parma