“La fase 2 non dovrà più vietare, ma regolare. La paura di pensare, di cercare strade nuove”. INTERVISTA al professore universitario Riccardo Manzotti

Intervista all’albaretese Riccardo Manzotti, cittadino del mondo, filosofo, psicologo, professore universitario, autore di saggi e pubblicazioni internazionali; nella sua prima vita, ingegnere elettronico, specializzato in robotica e intelligenza artificiale, con tante esperienze di ricerca nelle principali università internazionali, tra cui il MIT; nei giorni scorsi al centro di dibattiti e confronti, a livello nazionale, sulla sua presa di posizione forte, anche con una serie di manifestazioni pubbliche, contro le misure di restrizione delle libertà personali, imposte per cercare di contrastare la pandemia. 

Professor Manzotti, la sua è una crociata intellettuale contro le restrizioni anti pandemia; citando le sue parole, “l’aria aperta è il luogo più sicuro, i cittadini sono responsabili, e la parola d’ordine nella fase 2 non dovrà più essere vietare, ma regolare”: lo sa che, per tanti motivi, potrebbe trovarsi ad avere una buona parte dei politici, e anche della popolazione, contro? Ci aiuti a capire bene il suo pensiero.
 
In due parole, questo virus non è come la radioattività di Chernobyl, ovvero qualcosa che ci minaccia a prescindere dai nostri comportamenti. Il Covid19 è pericoloso perché non abbiamo fiducia nel comportamento delle persone e perché pensiamo che gli altri non si comportino in modo responsabile. In un mondo ideale, anche con il Covid19 potremmo uscire e condurre una vita normale perché adotteremmo comportamenti che ridurrebbero al minimo le possibilità di contagio. Quindi il virus è sicuramente un rischio molto serio, ma la sua reale pericolosità dipende dai comportamenti delle persone. Per questo, per uscire da questa situazione, non possiamo contare soltanto sulla salvezza che ci viene dalle strutture sanitarie, ma dobbiamo agire a livello di fiducia e responsabilità, le due condizioni indispensabili e sufficienti a riacquistare la nostra libertà di persone.

Un vecchio detto popolare, recita che tutti i nodi, prima o poi, vengono al pettine: questa situazione, anche se in parte imprevedibile, sta facendo da catalizzatore per l’esplosione di tutta una serie di problemi sociali ed economici, accumulatisi in questi ultimi anni. Che scenari futuri ci aspettano, dal suo punto di vista di pensatore non allineato?

Più che un pensatore non allineato mi definirei un difensore dell’ovvio, cioè di quel elementare buon senso che ci serve per risolvere la più grave crisi dal tempo della seconda guerra mondiale. Nel bene e nel male, in molti settori, il virus è stato una specie di catalizzatore di processi già in atto da tempo. Pensiamo alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, dei concorsi universitari o dello smart working. Le tecnologie e le competenze erano disponibili da tempo, ma nessuno voleva veramente utilizzarlo. E’ stato sufficiente qualche giorno di quarantena perché gli Italiani adottassero in massa strumenti che erano rimasti per anni soltanto una vaga ipotesi. Lo stesso, purtroppo, sta accadendo per gli aspetti di maggiore debolezza del nostro sistema economico ed è veramente spaventoso chiedersi che cosa potrà accadere alla piccola distribuzione e a tanti piccoli imprenditori. Abbiamo visto tutti come la grossa distribuzione e Amazon siano diventati in un attimo i padroni di fatto del commercio.  

Con le forme di restrizioni imposte alle libertà personali, con i sistemi di controllo, con la crisi economica, con la disgregazione sociale, ci sono rischi immediati per la democrazia, per la tenuta democratica in Italia e in Europa? Un parallelo con la nascita del Fascismo, dopo la Prima Guerra Mondiale, dopo la Pandemia Spagnola, con un’Europa frammentata in sovranismi esasperati, viene quasi spontaneo.

Il pericolo più grave, che si è già manifestato con grande forza, durante questi lunghi giorni di segregazione forzata a casa (eufemisticamente chiamata #iostoacasa), è lo scivolamento dal piano scientifico-civile al piano moralistico-autoritario. Invece di spiegare alle persone come prevenire il contagio del virus e quindi condurre una vita relativamente normale contando sulla attenzione di tutti, si è preferito trattare gli italiani come dei bambini capricciosi cui si sono imposti dei sacrifici come conseguenza della loro irresponsabilità. Si è così trattato il pericolo del virus, che non ha niente di morale, come una sorta di vizio etico da combattere con punizioni e multe. In questo modo si è inferta una grave ferita al vivere civile e ai rapporti tra cittadini e istituzioni. 

Tornando agli interventi, le misure prese per intervenire nelle aree urbane e densamente abitate, sembrano in contrasto con quelle che potrebbero essere prese nelle aree montane, rurali e a bassa densità abitativa: basti pensare alle attività all’aria aperta, alle normali integrazioni di reddito, alle gestioni forestali; aree che però, messe insieme, rappresentano oltre il 50% del territorio nazionale. Che idea si è fatto?

Il dogma secondo cui il virus non fa differenze è smentito dai fatti. Il Covid19 ha mostrato un tasso di mortalità molto elevato in alcune fasce delle popolazione e una pericolosità pressoché nulla in altre. Lo stesso vale per le circostanze di contagio del virus che sembrano avvenire esclusivamente al chiuso (in un recente studio, su 318 casi accertati di contagio, ben 317 erano avvenuti in ambienti chiusi, e solo uno era incerto). Quindi, trattare tutti i casi in modo uguali, imporre le stesse restrizioni in città e in campagna, nei parchi e nei boschi, nei supermercati e nelle spiagge è delirante. Trattare in modo uguale casi diversi, vuol dire fare delle ingiustizie. Non ce lo possiamo permettere. 

La tolleranza per il pensiero differente, per la diversità dei punti di vista: dal dialogo, dal tentativo di confronto, si passa subito all’insulto personale, al giudizio morale, senza discutere sui contenuti. La folla, soprattutto sul web, è sempre più pronta a linciare i non allineati, quelli che pensano liberamente: per un filosofo un brutto segnale. Potremmo parlare di un virus sociale, contagioso e letale ancor più del Covid 19?

Quando si perde di vista la spiegazione razionale, ci si perde in un labirinto di superstizioni incontrollabili. Purtroppo le regole imposte agli italiani sono state piene di follie (perché due coniugi che vivono insieme, quando escono all’aperto, devono stare a distanza? O occupare file diverse nel loro stesso autoveicolo? Perché si è chiesto ai padri di non essere presenti in sala parto e di raggiungere la neomamma solo a parto avvenuto?). Soprattutto si è smesso di spiegare la motivazione razionale delle restrizioni, usando gli esperti non per convincere e spiegare, ma per imporre. La scienza è autorevole non autoritaria. Purtroppo in molti casi, lo scienziato non tenta di articolare una spiegazione, ma si limita ad imporre, sulla base della sua presunta credibilità personale, affermazioni che poi spesso si rivelano infondate o contraddittorie. Molte persone, in questo clima di paura, hanno reagito con ostilità a ogni tentativo di far ragionare e hanno contribuito a creare un clima di caccia agli untori. Stare a casa è diventato un sacrificio da fare per purificarsi collettivamente più che una sensata e utile misura profilattica. L’ambiente esterno, che è naturalmente privo del virus e sicuro per l’azione di sole e ossigeno, viene visto come ostile.

Sembra che la categoria dei filosofi sia tra quelle più inascoltate da chi ci governa; eppure penso che ce ne sarebbe un gran bisogno, almeno per aiutarci ad immaginare degli scenari futuri. Parafrasando e storpiando un motto del 68, “la fantasia è diventata scomoda al potere”?

In un momento di paura per l’avvenire, la tendenza è quella di stringersi intorno alla autorità, nella speranza che l’autorità ci salvi, oggi dal virus e domani dalla, purtroppo assai probabile, depressione economica. In questo contesto, molti hanno l’istinto di trasformare la solidarietà e la collaborazione di una società civile sana in una cieca appartenenza al gregge: chi pensa diverso dagli altri mette in pericolo il credo nel potere in cui tutti si riconoscono. In Italia questo meccanismo è già avvenuto molte volte, e il caso più fresco nella memoria di tutti è il fascismo. Purtroppo in molti casi questo atteggiamento si rivela controproducente: si mettono a tacere i pareri critici e si finisce con l’andare tutti insieme verso un disastro prevedibile. Purtroppo i troiani non vollero ascoltare Cassandra e, tutti insieme, gioiosamente andarono verso una tragedia molto maggiore di quella patita durante gli anni di guerra. Io spero che non sia così, ma il fatto stesso che oggi, nel panorama italiani, pochissimi filosofi e intellettuali abbiano espresso pareri discordanti dalla linea prevalente, fa temere che il clima sociale sia già avvelenato da paura, superstizione e facile moralismo.
La fantasia, ovvero il pensiero originale e non il baloccarsi con immagini poco reali, ci costringe a confrontarci con la nostra responsabilità di affrontare i problemi individuando strade e soluzioni nuovi. Questo può essere imbarazzante per istituzioni che invece non riescono a uscire dagli schemi e che, quindi, si sentono accusate per questa mancanza, appunto, di fantasia. Meglio non avere fuori dal coro e convincere la popolazione che si devono seguire strade obbligate, che non ci sono alternative, che la vita è brutta, ma non si poteva fare altrimenti. In questo modo il potere può evitare di essere chiamato a rispondere della propria mancanza di scelte coraggiose. In fondo è il trucco delle commissioni di esperti, sollevano le istituzioni dalla responsabilità di non saper individuare vie nuove. E questa è la principale funzione degli esperti: dare un alibi alla politica.  

Mauro Delgrosso