“Mondi umani”, il nuovo libro di Gigi Montali che raccoglie trent’anni di fotografie. INTERVISTA

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Gigi Montali

Gigi Montali, fotografo freelance, è un nome affermato nell’ambito della fotografia emiliana, ed è conosciuto a livello nazionale, sia come fotografo che per l’infaticabile attività organizzativa dell’Associazione Color’s Light, di cui è fondatore ed una delle colonne portanti.

Recentemente è uscito il suo libro monografico “Mondi umani”, uscito nel 2021 per Corsiero Editore, che raccoglie in sette capitoli 30 anni di esperienza fotografica. Per avere un’idea precisa del suo lavoro, si può consultare il sito www.gigimontali.it

Lo intervisto a Colorno, dove ha recentemente presentato il suo nuovo libro, nel contesto affascinante dell’Aranciaia, sede del Mupac (Museo del Patrimonio Culturale). Il libro sta avendo un buon riscontro a livello di critica e di pubblico. Ma Gigi preferisce concentrarsi sui progetti, senza esaltarsi troppo, in linea con il suo carattere socievole e laborioso.

È uscito il tuo libro “Mondi umani” (Corsiero Editore, 2021): che significato ha per te questa uscita?

È un’idea nata durante la pandemia. Riordinando il mio archivio fotografico, la mole di materiale raccolto, in parte già pubblicato o utilizzato per mostre, in parte inedito, da riordinare era tanto.
Ho capito che era il momento giusto per tracciare una sintesi del lavoro fatto in tutti questi anni, ovvero trent’anni di fotografia.
Partendo dalle fotografie fatte in Portogallo, nel 1991, fino ad oggi.
L’idea del libro è nata così, successivamente all’archiviazione e riordino delle cartelle suddivise in tematiche.
E’ iniziata la difficoltà di effettuare una scelta di come strutturare l’eventuale pubblicazione: tematica, temporale oppure geografica.
Ho provato a fare tutto da solo, ma il ruolo del tuttologo non mi si addice: ho capito di avere bisogno di un aiuto nella definizione del libro.

Quindi “Mondi umani” è un libro antologico, in cui ogni capitolo è introdotto da un esperto di fotografia o di altre discipline, per meglio definire i temi di ogni capitolo?

Esatto. Dopo aver definito di fare una struttura tematica. Con la curatrice Loredana De Pace abbiamo definito i temi dei capitoli e in seguito abbiamo chiesto un contributo scritto a persone competenti con cui avevo collaborato, in modo che potessero dare un valore aggiunto all’analisi della fotografia, alla riflessione conseguente e alla pubblicazione.

Che impatto ha avuto tra chi ti conosce e segue?

Secondo me è piaciuto e sta piacendo. Lo sto presentando in diverse situazioni, non solo in zona… ad esempio sono stato recentemente a Verona. Il libro ha avuto un bell’impatto iniziale, anche a livello di vendite, tenuto conto della specificità dei libri fotografici. È distribuito anche nei circuiti di vendita sia classici che on line, non solo in occasione di presentazioni. Non ti nego la soddisfazione per questo.

Qual è, secondo te, in ambito tecnico ed espressivo il tuo punto di forza?

Credo che il mio punto di forza sia il contatto umano. Ho iniziato 30 anni fa come paesaggista. Poi ho iniziato a conoscere le persone in contesto, ed ho affrontato sempre di più la gente nella loro quotidianità, gli uomini e le donne che stanno vivendo la loro vita normale. Sia in Italia che nei paesi che ho visitato.
Nelle mie fotografie mi piace mettere in risalto la persona, senza bisogno di arrivare alle sue manifestazioni più celebrate. Per questo riprendo scene di lavoro, domestiche, momenti quotidiani. Questa umanità, piuttosto dimenticata, che mi piace mettere in fotografia, sta emergendo, sia nel mio libro che come tendenza contemporanea.
Questa fotografia comporta un lavoro di ricerca, un dialogo con i testimoni, che poi saranno i soggetti fotografati: è un lavoro che ha come obiettivo quello di lasciare una testimonianza, altrimenti destinata a perdersi nel nostro mondo frenetico e poco riconoscente.
Questo lavoro di raccolta della memoria, che io cerco di applicare alla mia fotografia, è stato fatto ed è in programma anche qui a Colorno, anche tramite l’arricchimento con videointerviste, ad alcune persone che hanno esercitato mestieri scomparsi o che oggi vengono svolti in modo industriale (il sarto o il fabbro, ad esempio).

A proposito di Colorno, sei una delle colonne portanti del Color’s Light, associazione colornese tra le più attive e riconosciute sia nel nostro territorio che a livello nazionale. Raccontaci in modo sintetico questa felice esperienza pluriennale.

Il Color’s Light è nato nel 1988, quindi è attivo da ben 33 anni, a Colorno e nel territorio. È un’esperienza associativa invidiata da più parti. Il nostro punto di forza è quello essere un gruppo di amici, come zoccolo duro dell’associazione. I Soci poi vengono da tutta la provincia e anche oltre Parma. La forza è sempre stata cercare di fare squadra e non competizione interna: non c’è mai stata la lotta al più bravo… si è sempre cercato di integrare chi entrava nel gruppo, rendendolo partecipe delle attività.
Il Festival Colorno Photolife, ad esempio, si basa principalmente sulla disponibilità dei soci ad esserci e fare ognuno la propria parte. Altri Festival ricorrono a persone esterne pagate. Quanto succede nel Color’s Light è possibile perché c’è la voglia di partecipazione e di contribuire a rendere sempre più interessanti le attività.
I vari lavori portati avanti negli anni, anche per il territorio, hanno reso più unito il gruppo: spesso ci troviamo per stare insieme, a cena, non ci si ferma alle cose da fare… il valore dell’amicizia è fondamentale.

Colorno Photolife è dunque diventato il fiore all’occhiello di un’attività portata avanti nel corso dell’anno, anche in forme meno evidenti.

Il Festival è nato da un’idea, dopo il Ventennale del 2008, di fare un passo in avanti nella programmazione, ma sempre mantenendo i piedi per terra, come è nostro stile, facendo un passo alla volta, concretamente. Negli anni è progressivamente cresciuto, fino a diventare uno dei Festival più importanti, prima in regione, poi in Italia, come ci riconoscono in tanti addetti ai lavori.

Fotografia e viaggio: un binomio che ti appartiene, e “Mondi umani” ne è una chiara testimonianza. Tanti sono ormai i fotografi di viaggio: come superare i cliché e luoghi comuni più sfruttati?

Ci sono due o tre tipi di fotografia di viaggio: c’è la classica fotografia turistica, fatta bene, da carta patinata, che però rischia di essere ormai superficiale e molto sfruttata; oppure c’è chi va a cercare la povertà, il reportage delle condizioni di vita nei paesi più poveri, a volte puntando sul sensazionalismo o sulla drammaticità.
Io ho cercato di fare qualcosa di diverso: partendo dalla curiosità di capire come vive la gente. Come mi muovo a casa, nel nostro territorio, così cerco di farlo in viaggio. Cerco di entrare il più possibile dentro la realtà normale delle persone che abitano in un determinato contesto.
Io e mia moglie Luciana (per tutti la mitica Lucy, ndr) viaggiamo da soli, senza troppe distrazioni: se siamo in Europa ci arrangiamo, mentre fuori dall’Europa ci facciamo aiutare da una guida locale.
Fortunatamente ho sempre trovato delle persone che, dopo un momento iniziale di conoscenza, hanno capito cosa ci interessava, ci hanno portato in luoghi significativi, non seguendo i percorsi turistici classici, ma aiutandoci ad immergerci nella realtà quotidiana, come ti ho già spiegato.
Prima dello scatto di una o più fotografie, dedico almeno una mezzora ad un colloquio con le persone che saranno rappresentate nello scatto.
Ad esempio in Perù, alcuni contadini locali mi hanno offerto una loro tipica bevanda locale e siamo entrati in sintonia, per cui è diventato naturale per loro farsi fotografare. E così in tanti altri viaggi: mettersi dalla parte di chi viene ripreso è fondamentale per la mia concezione di fotografia.
I primi viaggi si andava in hotel, successivamente abbiamo sempre cercato soluzioni meno turistiche, magari b&b, abitazioni, piccole strutture più a contatto con la gente del posto, cercando di entrare nelle loro case, nelle loro attività quotidiane.
Non cerco tanto le sagre o le feste – quelle sono momenti eccezionali per una comunità – ma quello che si vede in un giorno qualunque. Attualmente sto vedendo una tendenza verso questo tipo di fotografia “in contesto” e ne sono contento… mi sembra di avere dato un contributo in questo senso.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Cosa bolle… nel tuo teleobiettivo?

Vorrei mettere a posto e completare un lavoro sull’Italia, in parte già abbozzato in “Mondi umani”, ma ancora tutto da costruire.
Ho già fotografato alcune regioni in questo senso. Inevitabilmente è un lavoro complesso e articolato: la mia idea è di dedicare almeno una settimana ad ogni regione, con le proprie specificità.
Ad esempio, in Molise ho visitato un’antica fonderia pontificia, dove fanno le campane, l’ho trovata stupenda. Hanno visto il mio rispetto e il mio ascolto, per cui è stato facile fotografare in modo significativo.
È un progetto impegnativo, ma mi appassiona l’idea di portarlo avanti.

Un po’ alla Guido Piovene, col suo “Viaggio in Italia” giornalistico e sociologico degli anni 50…

Si, anche a livello fotografico altri lo hanno già fatto: ad esempio un certo Luigi Ghirri… però credo che, con lo stile di cui ti ho parlato, possa essere un progetto significativo.

Quale lezione può dare oggi la fotografia ai non addetti ai lavori? Qual è l’elemento più universale e “popolare” dell’arte fotografica?
L’immagine, nel mondo frettoloso contemporaneo, è fondamentale, spesso è la forma di comunicazione che colpisce di più.
C’è una forma di pigrizia culturale generale: spesso la gente si ferma alla fotografia, anche nei quotidiani. Sui social, facebook e instagram su tutti, la fotografia è predominante sul resto.
Purtroppo c’è stato uno svuotamento culturale della fotografia: oggi i giovani faticano a recuperare le sue basi storiche.
Nei corsi che ho tenuto negli ultimi anni, ho inserito una serata sulla storia della fotografia, molto in sintesi, perché tutti i partecipanti potessero recuperare le basi, i fotografi fondamentali, che non puoi non conoscere se ti dedichi a questa attività.
I giovani oggi hanno un occhio molto allenato all’immagine, ma spesso credono di essere già capaci di fotografare, gli manca la percezione storica della fotografia: la troppa facilità nell’utilizzo del mezzo tecnico ha fatto mettere da parte l’aspetto culturale, che è fondamentale.
Sarebbe compito della scuola, agli educatori, ai genitori, ma sappiamo che è difficile anche per altre discipline.
Un altro aspetto pericoloso è che si rischia di perdere tutto il fotografato, in quanto si è persa l’abitudine di stampare.

Paradossalmente quindi la quantità di immagini prodotte dagli smartphone rischiano di non durare nel tempo… soprattutto a livello personale e famigliare?

Sta avvenendo una cosa simile, non certo positiva. Infatti chiediti perché Amazon sta promuovendo archivi fotografici gratuiti… perché in questo modo avrà la possibilità di disporre in futuro di immagini che saranno richieste e quindi monetizzate.

Cosa si può fare per prevenire questa dispersione?

Almeno annualmente ogni persona che fotografa dovrebbe avere la pazienza di selezionare le 30/40 immagini che vale la pena di stampare.
Ogni anno merita un album fotografico. Subito può sembrare un discorso banale, ma dopo 10, 15 anni, inizia ad acquistare un valore come documentazione, anche nei passaggi generazionali.
Questo lo ricordo sempre nei corsi. Se non tutti possono essere artisti, a livello fotografico, tutti dovrebbero invece essere dei buoni documentatori.
Questo discorso dovrebbe essere iniziato anche a livello comunale: ogni comune dovrebbe avere un pc, con un archivio di immagini a disposizione della comunità, disponibile per chi lo richiede.
Così come dovrebbe avvenire a livello di documentazione dei lavori che stanno sparendo – con videointerviste, che in parte stiamo cercando di farlo con il Color’s Light – così sul piano della documentazione fotografica, in ogni paese dovrebbe essere attivo un archivio che documenta gli eventi principali, i cambiamenti che ogni paese vive.
Fra 100 anni, chi ne avrà bisogno, avrà a disposizione un archivio fotografico del paese di Colorno (o altri paesi e città) nei primi anni del ventunesimo secolo.
La memoria visiva, così come la memoria audiovisiva, sono elementi fondamentali, come lo sono i libri, per raccontare la storia di un popolo, di un paese, di una famiglia. Questo è un compito che la fotografia non deve dimenticare.

Alberto Padovani