Onore al compagno Lavagetto

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Lombatti

Dopo mesi di riunioni, contro-riunioni, cene, comitati cittadini e provinciali, congressi, spinte dal basso, interferenze dell’alto, comunicati, interviste e post… la coalizione di centrosinistra “Uniti vince Parma” ha dato il via libera al nome che da due anni è sulla bocca di tutti, l’oggetto del desiderio e del contendere, forse l’unica candidatura che stata davvero tale fin dall’inizio.

Sto parlando, ovviamente, di Michele Guerra.

E’ arrivato pure il sì più sofferto del Pd, di tutto il Pd. Anche quello della componente del capogruppo Lorenzo Lavagetto, che rappresenta la metà degli iscritti del Pd in città.

E’ noto che in questi mesi Lavagetto abbia posto a più riprese il tema della discontinuità rispetto all’Amministrazione Pizzarotti. Una discontinuità che non è riuscito a determinare con lo strumento delle primarie che gli sono state impedite manu militari dal responsabile nazionale Enti locali Francesco Boccia, con le stesse modalità che questi aveva adottato l’anno scorso a Rimini.

Una quota di discontinuità è in parte già nei fatti, e non per merito di Lavagetto, essendo Guerra un profilo completamente diverso da quello Pizzarotti, non avendo Guerra mai aderito a Effetto Parma (tantomeno al partito pizzarottiano di “Italia in Comune”), essendo cambiata l’alleanza, con Effetto Parma che ha abbandonato la sua posizione terza per passare nel centrosinistra locale del quale a livello elettorale rappresenterà una parte minoritaria.

Ho scelto di rimanere dentro il PD, che rimane il mio partito” scrive Lavagetto in un post su Facebook.

Che altro doveva fare?

Quando sei in minoranza dentro un partito, nel quale militi da quando porti i pantaloni corti, ti batti per le tue idee con il massimo della determinazione, ma poi, se non riesci a imporle, devi adeguarti al volere della maggioranza. Non sta scritto da nessuna parte, tutt’altro, che la reazione allo status di minoranza sia quella di uscire dal partito.

Si chiama “democrazia”.

Un tempo si chiamava “centralismo democratico“, il nome dato al principio di organizzazione interna del Partito Comunista Italiano, e più in generale delle organizzazioni marxiste-leniniste, che postula la libertà dei membri del partito di discutere e dibattere su politica e direzione, ma una volta che la decisione del partito è assunta dal voto della maggioranza, tutti i membri si impegnano a sostenerla. Come lo descriveva Lenin, il centralismo democratico consiste in “libertà di discussione, unità d’azione“.

Uscire dal Pd alla guida di sparute truppe confusionarie e frazionare le masse popolari sarebbe stato bollato da Lenin come “avventurismo di sinistra“. E’ la malattia causata dal capitalismo che tende a proletarizzare ampi strati della piccola borghesia e del ceto medio, portando alcuni suoi membri ad abbandonarsi “con facilità a un rivoluzionarismo estremistico e impotente per la sua carenza di spirito organizzativo, disciplina e fermezza. Il bolscevismo metterà sempre in guardia contro l’avventurismo e denuncerà in modo implacabile le illusioni che inevitabilmente finiscono con una totale delusione”.

Lavagetto ha fatto l’unica scelta che poteva fare.

Quella giusta.

Ha dimostrato non tanto di aver valutato con attenzione un mio scritto del 27 settembre 2021 che riletto oggi appare profetico, ma di aver lasciato la sinistra radical chic borghese e di aver seguito ancora una volta gli insegnamenti di Lenin, di cui suo papà teneva un busto sul tavolo antico dello studio notarile.

Scrivevo: “Nelle prossime settimane si capirà come Lavagetto sta sulla barricata.
Con l’intransigenza di Robespierre, l’Incorruttibile, che però, a forza di far tagliare le teste degli altri, è finito ghigliottinato pure lui?
Con la mollezza di “Through the Barricades” degli Spandau Ballet che negli anni ’80 con i loro lenti fecero innamorare un sacco di ragazzine?
Oppure da marxista vero. Lenin sosteneva che ‘quelli che vogliono una rivoluzione pura non la vedranno mai. Quei politici della classe rivoluzionaria che non sanno destreggiarsi, stringere accordi e compromessi’ per evitare una battaglia manifestamente svantaggiosa, non valgono un bel niente’.
Lavagetto deve comprendere quale sia la sua vittoria possibile, la massima realisticamente ottenibile nel contesto politico dato, senza sottovalutarsi, senza sopravvalutarsi.
Perchè l’alleanza Pd-Effetto Parma si farà, piaccia o non piaccia a Lavagetto.

Adesso Lavagetto è chiamato a determinare un cambiamento non con della teoria, tantomeno con dei personalismi, ma introducendo la tanto citata parola “discontinuità” nell’imbarazzante e fumoso testo dei “pilastri programmatici” presentato dalla coalizione di centrosinistra più di un mese fa.

Adesso tocca a lui, se le ha, metterci delle idee nuove per la città e chiedere su questo l’impegno di Guerra.

E’ l’unica cosa che conta.

Tutto il resto sono chiacchiere radical chic.

Andrea Marsiletti

comunali2022