Lavagetto il Cataro

Carbognani
Lombatti
Lapide presso il castello di Montségur, dove si consumò una delle più sanguinose stragi di catari

Parma fu una delle città italiane dove nel tardo medioevo l’eresia catara più si radicò, insieme a Milano, Firenze, Viterbo.

La dottrina si basava essenzialmente sul rapporto oppositivo di due principi che si combattevano per il dominio del mondo: Dio e Satana, spirito e materia, Bene e Male. Opera divina erano le creature angeliche e spirituali, opera demoniaca erano invece le creature materiali e terrene. Secondo i catari Gesù avrebbe avuto solo in apparenza un corpo mortale.

La salvezza dell’uomo era quindi possibile solo a patto della separazione dell’anima (lo spirito) dal corpo (la materia).

Una visione manichea che ebbe immediati riflessi sulla politica.

A Parma si affermò la leadership catara di Lorenzo Lavagetto. Il presupposto della sua predicazione era la netta separazione tra Pd (il Bene) ed Effetto Parma (il Male). Lavagetto vedeva in Effetto Parma l’emanazione perversa della Chiesa cattolica, al servizio di Satana, corrotta nelle menti e attaccata ai beni materiali, mentre nel Pd la purezza degli ideali e lo strumento di conversione delle anime.

I seguaci del catarismo si dividevano in due classi: i Perfetti e i Credenti.

Ai Perfetti incombevano gli obblighi più essenziali: la povertà assoluta, l’astinenza dalle carni, la negazione del matrimonio, la castità perpetua. In particolare l’atto sessuale era la degenerazione materiale per eccellenza, che, oltre ad avere invischiato nella materia Adamo e tutta la sua discendenza, era il mezzo per estendere e perpetuare il regno di Satana. A Parma i Perfetti erano, oltre a Lorenzo Lavagetto, Caterina Bonetti, Antonio Liaci, Bruno Delmonte, Concetta Varalla.

I Credenti facevano invece professione di catarismo, accordavano ai Perfetti protezione ed aiuto, ne accettavano la direzione spirituale, ne favorivano la propaganda, ne accoglievano la dottrina, senza però spingere all’estremo il loro ascetismo e continuando a vivere nel mondo. Tra questi c’erano Daria Jacopozzi e Sandro Campanini.

Fin dai primi accalorati sermoni Lavagetto terrorizzò l’establishment impersonificando l’avversione catara al potere costituito. Con quel suo stile di vita morigerato e la negazione della proprietà privata trovò i più fervidi accoglitori della sua propaganda tra gli umili, i mendicanti e i contadini. Ma non mancano documenti che riportano di un’infiltrazione catara nell’alta società, nell’elite nobile tutt’altro era che povera e dedita al digiuno. La cosiddetta sinistra radical chic che risiedeva soprattutto nei centri storici delle città, come quello di Parma.

Le parole di Lavagetto affascinavano con la promessa di riscatto identitario cataro, di coerenza con il cattolicesimo primitivo e di partecipazione diretta al governo della città tramite il dogma delle primarie in alternativa alle imposizioni dispotiche della gerarchia vaticana.

La Chiesa sembrava impotente di fronte a questa “contro-chiesa” catara, alla chiesa nella chiesa.

A un certo punto, per contenere l’estendersi dell’eresia, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali di fiaccarne l’audacia e il proselitismo, Domenico di Guzmán concepì un nuovo modo di evangelizzazione: per combattere i catari bisognava usare le loro stesse armi, vale a dire, oltre alla predicazione, operare con le regole austere e penitenti dei Perfetti. Questa nuova formula portò alla fondazione dell’ordine domenicano.

Fu così che i padri domenicani Giammaria Manghi, Luigi Tosiani, Michele Vanolli cercarono con missioni e concilî di convincere il Perfetto Lavagetto a rientrare nel recinto della religione cattolica proponendo mediazioni e ordini del giorno, cercando di trovare sponde anche nei predicatori a lui più vicini come Caterina Bonetti.

Ma Lavagetto rifiutò ogni compromesso, perchè era proibito ai catari collaborare in qualsiasi modo alla realizzazione di quelli che essi ritenevano i piani di Satana.

Data l’inefficacia di questi interventi non violenti, Papa Bonaccini bandì la crociata albigese (o crociata catara) con lo scopo di estirpare il catarismo nella Francia del sud e a Parma e ripristinare l’ortodossia guerriana.

Era la prima crociata indetta da cristiani contro cristiani, da democratici contro democratici.

Fu un massacro. Secondo i legati papali vennero trucidate circa 20.000 persone, mentre gli stessi crociati, al loro rientro, affermarono di aver sterminato “almeno un milione di persone” sia cattolici che catari, oltre che ebrei, uomini, donne, bambini, anziani.

Si trattò di un genocidio senza selezione di eretici e non. Durante il massacro di Béziers 7.000 persone trovarono rifugio nella chiesa Santa Maddalena. Il legato pontificio Arnaud Amaury, non potendo distinguere gli eretici ma risoluto a non porre fine al massacro, pronunciò le celebri parole che lo fecero entrare alla storia: “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”.

La lotta all’eresia catara diede il via a una serie di eventi che portarono alla creazione della macchina della Santa Inquisizione che travolse tutti coloro che osarono opporsi. A Parma venne trucidato Carlo Quintelli e vennero bruciati tutti i libri degli intellettuali che osarono sottoscrivere un manifesto di critica a Parma Capitale della Cultura 1220+21.

Michela Canova venne bollata come strega e arsa sul rogo.

E Lavagetto?

I padri domenicani gli concessero l’onore delle armi e diffusero la voce che perì di endura, ovvero la morte volontaria per digiuno, il trionfo della perfezione catara, il desiderio estremo di separarsi dal mondo materiale e riunificare l’anima con il bene assoluto.

Non fu così. Lavagetto sopravvisse.

Cosa fece dopo noi non lo sappiamo.

Forse non lo sa neppure lui.

Andrea Marsiletti