La mia esperienza in un monastero di clausura, partecipando alla liturgia delle monache

Il silenzio della clausura – La settimana scorsa sono entrato da ospite in un monastero di clausura.

Non mi è mai appartenuta la cultura dei canti con la chitarra intorno al fuoco, tra i fumi della griglia.

Non sono entrato percorrendo l’ultimo chilometro scalzo, salendo i gradini in ginocchio e con il collo e i polsi addobbati di reliquie.

Ho frequentato posti nei quali il silenzio è accettazione più o meno spontanea del pensiero unico, non contemplazione.

Ma la vita claustrale mi ha sempre attratto. E’ un’esperienza che ho sempre avuto in testa di fare.

Al venerdì eravamo due gli ospiti delle tredici monache Clarisse Eremite di Fara Sabina in provincia di Rieti: io e un “fratello” scozzese in ritiro spirituale.

Le Clarisse sono l’ordine di clausura femminile istituito da Santa Chiara d’Assisi, collaboratrice di San Francesco, che segue la regola approvata da papa Innocenzo IV nel 1253. Nel meraviglioso monastero di Fara Sabina le clarisse sono “eremite” nel senso che scelgono la vita eremitica ma non hanno la grata.

La loro vita è pura contemplazione di Dio e preghiera perenne per l’Umanità; la clausura e il silenzio sono gli strumenti per isolarsi dal mondo e permettere così una devozione totale. Una sorte di morte della vita terrena per rinascere in Cristo.

Nel monastero l’unica forma di espressione verbale è la preghiera, i gesti e gli occhi sono i primari mezzi di comunicazione. La vita quotidiana è scandita da una sequenza immutabile di silenzi e momenti di preghiera.

Ho avuto il privilegio di partecipare ad alcune parti della loro liturgia, poterle vedere ed ascoltare mentre pregano con un’inconfondibile intonazione che mi hanno raccontato tipica dell’ordine. Una generosità che considero tuttora sproporzionata e immeritata.

Nel monastero il tempo è organizzato sulla base della cosiddetta liturgia delle ore. Ho provato a seguire i loro ritmi incalzanti, compatibilmente con gli spazi e i limiti invalicabili della clausura.

Per vivere concretamente la Parola di Dio, ogni monaca si alza alle 5.30 per dedicare, dopo le Lodi Mattutine celebrate insieme alle 6.00, almeno due ore di tempo, dalle 6.30 alle 8.30, alla lectio divina personale sulla liturgia della Parola del giorno.

Le Lodi Mattutine delle 6.00 sono il primo momento di preghiera comunitaria della giornata strutturata, secondo la tradizione latina, con un inno, la salmodia, la lettura della Scrittura, l’intercessione e l’orazione finale. L’Ufficio delle Letture è celebrato in privato e solo la domenica e le solennità in comune.

Alle 8.30 segue L’Eucaristia alla quale partecipano tutte le sorelle. Alle 9.15 c’è la fine del grande silenzio (cominciato dalla sera prima dopo che ogni sorella si è ritirata in cella) e l’inizio del lavoro. Dalle 9.30 alle 11.30 ciascuno attende al proprio lavoro sia comunitario che professionale, mentre alle 11.45 ci si ritrova in cappella per la seconda preghiera comune della giornata: L’Ora Sesta (Ora Terza e Ora Nona sono celebrate privatamente), nel corso della quale, dopo la salmodia, viene proclamato un versetto della Sacra Scrittura, frutto della costante memoria Dei che dovrebbe accompagnare ogni momento della vita della monaca. Al termine dell’Ora Sesta segue immediatamente il pranzo, che le monache consumano in fraternità per testimoniare la gioia dello stare insieme come sorelle secondo lo spirito francescano. Alle 15.00, dopo aver lavorato per risistemare le stoviglie e dopo un’ora e trenta di silenzio trascorso in cella, ricomincia il lavoro, che si protrae ordinariamente fino alle 17.00, quando inizia l’ora dedicata allo studio, seguita, alle ore 18.00 dall’ultima preghiera comune della giornata: i Vespri, durante i quali, dopo la salmodia, viene proclamato un versetto della Sacra Scrittura. Segue ancora un’ora e mezza di lettura spirituale e di meditazione sulla Parola di cui l’ultima ora può essere dedicata liberamente all’adorazione quotidiana. Alle 20.00 la cena, al termine della quale ogni sorella è libera di ritirarsi in cella per la recita di compieta e il riposo o di attardarsi ancora per un tempo di informazione con la lettura del giornale o con la visione delle notizie televisive così da poterne fare materia di preghiera.

Ho capito che dentro il monastero tutto ha un senso logico, fin razionale nella sua finalizzazione all’obiettivo ultimo della contemplazione e della testimonianza della grandezza di Dio.

Uscito dal monastero sono diventato più buono? Temo di no. Non sono riuscito neppure a rispettare il silenzio e l’isolamento preso com’ero a raccontare la mia esperienza agli amici tramite whatsapp (facendo non poco proselitismo!) e comunque dalla necessità di aggiornare ParmaDaily.

Ho scoperto un mondo che già apprezzavo nei suoi principi ma che oggi la maggiore consapevolezza mi fa ammirare ancora di più.

La vita può, e forse deve, puntare più in alto.

E mi sono affezionato alle monache. Glielo ho detto prima di partire, quando tornerò (perchè sicuramente tornerò, se mi vorranno ancora dopo questo scritto), vorrei passare più tempo con loro, se possibile.

Non saprei dire se sia un desiderio reciproco, sicuramente è il mio.

Andrea Marsiletti

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