Stalingrado

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31/01/2015

ACCADDE OGGI: Nell’Agosto del 1942 la VI Armata del Reich al comando del generale Friedrich Paulus raggiunse le rive del Volga presso Stalingrado, città e capoluogo della regione omonima. Organizzati in 22 divisioni, i 200.000 soldati della VI Armata, molti dei quali veterani dell’Operazione Barbarossa del ‘41, erano quattro volte numericamente superiori ai 54.000 difensori della 62° Armata Sovietica di Čujkov, asserragliati nella città in gran parte ridotta in macerie dai bombardamenti iniziati la primavera precedente.
L’avanzata su Stalingrado rientrava nell’Operazione Blu – Fall Blau – con cui i Tedeschi intendevano spingersi alla conquista dei campi petroliferi del Caucaso, vitali per lo sforzo bellico dell’Asse in Europa, e distruggere la maggior parte delle armate sovietiche rimaste. Anche se le manovre non implicavano inizialmente la presa di Stalingrado, ma solo il controllo della zona circostante, a Paulus ad un certo punto venne dato ordine di conquistarla. Come conseguenza l’offensiva dei panzer verso il Caucaso verrà rallentata e alcune unità corazzate furono fatte affluire verso Stalingrado a sostegno della VI Armata.
Seppur controllasse il traffico fluviale nella zona e fungesse da punto di accesso agli Urali, Stalingrado non aveva di per sé valenza strategica proprio perché al di fuori delle linee principali dell’avanzata tedesca verso i campi petroliferi. Come disse Von Kleist, comandante delle I° Armata Panzer inviata in Caucaso, all’inizio dell’Operazione Blu “per noi Stalingrado non era niente di più che un nome su una mappa”.
Tuttavia Hitler decise di prenderla perché portava il nome del proprio avversario e Paulus ubbidì. Consapevole che la città in rovina era troppo estesa per essere completamente circondata, il 14 Settembre iniziò ad attaccare settori separati che potevano essere conquistati e tenuti autonomamente. Nonostante i combattimenti fossero aspri, casa per casa, con l’avanzata interrotta da imboscate e rallentata dai cecchini, dopo circa due mesi i tedeschi arrivarono a controllare il 90% dell’agglomerato urbano e ad annientare i tre quarti della 62° Armata.
Tuttavia, seppur padroni della sponda Ovest, non riusciranno mai ad ottenere il controllo dei punti di collegamento sul Volga e la riva orientale rimarrà saldamente in mano ai Sovietici che rifiutano ostinatamente di arrendersi. E’ l’8 Novembre quando Hitler annuncia esultante di voler prendere Stalingrado e di come la sua intenzione fosse tutto sommato di portata modesta “perché in realtà ce l’abbiamo già fatta!”.
A questo punto il Führer aveva completamente perso di vista gli obiettivi di importanza strategica – i campi petroliferi – dell’offensiva e finito per imporre alla Wermacht una battaglia che andava intensificandosi, e questo solo per assecondare una sua mira personale, strategicamente inutile e pericolosa.
Ancora prima dell’arrivo della VI Armata sul Volga l’Alto Comando Sovietico aveva deciso di impiegare la 62° Armata come esca per attirare i Tedeschi in quell’area, per circondarli poi con manovre aggiranti, e, dopo averli isolati, distruggerli. Il piano, in buona parte congegnato dal Maresciallo Georgy Konstantinovich Zhukov, aveva previsto l’ammassamento di grandi forze a ridosso della linea del Volga, pronte ad irrompere nelle difese tedesche e a tagliar fuori le truppe presenti nell’area di Stalingrado al momento opportuno.
Questo venne il 19 Novembre quando l’Armata Rossa fece scattare l’Operazione Urano, in cui 9 armate Sovietiche – 6 a nord e 3 a sud della città – attaccarono simultaneamente spazzando via la III e IV Armata Rumena che proteggevano i fianchi delle forze di Paulus e, dopo esser penetrate in profondità nelle linee tedesche, si riunirono 4 giorni dopo a Kalach, ad ovest di Stalingrado.
Da quel momento il grosso della VI Armata rimase intrappolato in una sacca, stretta dai Russi. Paulus avrebbe potuto – e dovuto – terminare l’assedio e tentare di rompere l’accerchiamento ricongiungendosi al resto delle forze dell’Asse, ma non si mosse. Da Berlino Göering promise che la Luftwaffe avrebbe rifornito la VI Armata di armi, cibo e carburante, ma in realtà i ponti aerei riuscirono a consegnare meno della metà delle 300 tonnellate giornaliere di materiale necessario per garantire la piena operatività degli uomini ed unità di Paulus e, dopo che i Russi si impadronirono degli aeroporti intorno alla città, i rifornimenti cessarono del tutto.
Infine il tentativo di soccorso dall’esterno – l’Operazione Tempesta d’Inverno, Wintergewitter – da parte delle truppe di Von Manstein provenienti dalla Crimea, sebbene fosse stato inizialmente coronato da successo e avesse portato le colonne tedesche a 48 km dalle posizioni della VI Armata a metà Dicembre, dovette essere abbandonato quando le stesse unità di Manstein rischiarono di essere a loro volta accerchiate. Da Stalingrado non fu fatto nessun tentativo per riunirsi alle truppe di Manstein, e dopo il ripiegamento di queste ultime il comando tedesco capì che non era più possibile soccorrere la VI Armata, definitivamente condannata.
Quella che fu combattuta nei due mesi che intercorsero fra la presa di Kalach e il 30 Gennaio del ’43 fu un escalation della Rattenkrieg, la guerra dei topi che Russi e Tedeschi ingaggiarono nelle cantine, nelle gallerie delle fogne e fra le macerie onnipresenti della città distrutta, in un confronto che gli uomini di Paulus alla lunga non potevano vincere. Gli attacchi continui, il bombardamento dell’artiglieria e i rigori dell’inverno russo avevano già iniziato ad intaccare la coesione della VI Armata prima che venisse accerchiata.
In seguito lo scarseggiare delle risorse costringerà i Tedeschi alla capitolazione per fame. Sarà un esercito di 91.000 spettri, emaciati, malati e malnutriti, quello che il 2 Febbraio 1943 si arrese formalmente ai Sovietici che il 31 Gennaio avevano schiacciato la resistenza tedesca nel settore meridionale della città e ricevuto la proposta di resa del vice di Paulus, il generale Schmidt in quel che rimaneva dei Grandi Magazzini, ora sede del comando tedesco. Il 22 Gennaio Paulus aveva chiesto ad Hitler il permesso di arrendersi e gli era stato rifiutato.
Il 30 gli venne conferito il grado di Feldmaresciallo, insistendo che la VI Armata avrebbe dovuto resistere “fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia”. Paulus invece capitolò commentando che non aveva “alcuna intenzione di suicidarsi per compiacere un caporale boemo”, in chiaro segno di disprezzo per Hitler.
Di quei 91.000 uomini, fatti marciare con poco cibo a temperature di 30° sotto zero verso i gulag, meno di 5.000 torneranno in Germania dopo la fine della guerra. In 11.000 si rifiuteranno di deporre le armi e continueranno a combattere in cantine e fogne, tagliati fuori dai propri comandi, fino al Marzo del ’43, convinti che fosse preferibile la morte ad un campo di prigionia russo.
Il costo in perdite umane causate dagli scontri che ebbero come fulcro la presa di Stalingrado – intendendo sia quelle sostenute nella città che nell’area circostante – fu enorme.
L’Asse ebbe in totale 850.000 tra morti, feriti e prigionieri, mentre le perdite dell’Armata Rossa furono globalmente di poco superiori a 1.100.000. Quelle civili rimasero sconosciute. Nonostante le perdite complessive furono a sfavore dei Russi, questi rimasero padroni del campo dopo aver inflitto ai Tedeschi una pesante sconfitta che aveva intaccato seriamente l’aura di invincibilità della Wermacht e rinsaldato il morale dell’Armata Rossa provato dai rovesci militari del ’41 e del ‘42. I combattimenti a Stalingrado non furono più duri di quelli affrontati dai soldati di entrambi gli schieramenti in altri teatri della guerra.
A parte il fattore climatico, gli scontri corpo a corpo fra le macerie di Montecassino, o di Ortona, o nei bunker nascosti di Okinawa possono ben equivalere per tipologia e caratteristiche a quelli senza quartiere sostenuti nella città assediata. Neppure fu Stalingrado la battaglia più lunga in termini di tempo fra quelle combattute – rispetto ad esempio a Guadalcanal.
Rimane tuttavia quella in cui l’acuirsi dello scontro farà sì che i due contendenti finiranno per impiegare e dissipare risorse umane e materiali in un escalation di distruzione che non trova eguali fra le battaglie della Seconda Guerra Mondiale.
L’intensificarsi della lotta a Stalingrado fece rifluire continuamente in quell’area uomini, mezzi e materiali che erano stati destinati altrove e finirà per impegnare la Wermacht in uno scontro dalle proporzioni titaniche, una trappola dalle conseguenze catastrofiche da cui l’esercito tedesco sul fronte orientale non si riprenderà più. Su quest’ultimo punto, oltre a biasimare l’ottusità di Hitler, la remissiva accettazione dei suoi ordini da parte del comando della Wermacht e la passività di Paulus, bisognerebbe elogiare l’abilità dei comandanti Sovietici, Zhukov in primis, e la tenacia degli uomini della 62° Armata.
A Stalingrado questi ultimi resistettero inizialmente di fronte a forze nemiche soverchianti, e se la loro determinazione fu in parte indotta dai rastrellamenti e operazioni dell’NKVD – il famigerato Commissariato del popolo per gli affari interni, le cui squadre a ridosso della linea del fronte avevano ricevuto da Kruščëv per volontà di Stalin l’ordine di sparare su chiunque avesse tentato di ritirarsi di fronte al nemico – fu anche il risultato di una rinnovata volontà di resistenza che faceva eco nelle parole del loro comandante: “Non c’è terra oltre il Volga”.

Alessandro Guardamagna

Domenica di sangue

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30/01/2015

ACCADDE OGGI: Il 30 gennaio 1972, circa 10.000 persone presero parte ad una marcia a sostegno dei diritti civili a Derry, in Irlanda del Nord. Poiché molte vie erano state bloccate da unità dell’esercito britannico per prevenire disordini, gli organizzatori condussero i manifestanti verso il quartiere cattolico di Bogside.
Un certo numero di persone proseguirono verso una zona presidiata dall’esercito ed iniziarono a lanciare pietre contro i militari che risposero utilizzando un cannone ad acqua, fumogeni e proiettili di gomma per disperderli. Come questi iniziarono ad allontanarsi, alle ore 4.07 del pomeriggio fu ordinato ai membri del 1° Battaglione Reggimento Paracadutisti di entrare in azione ed arrestare il maggior numero di manifestanti. Fu allora che alcuni parà aprirono il fuoco sulla folla uccidendo in pochi minuti 13 persone. Altre 13 rimasero ferite ed una di esse morirà pochi mesi dopo.
I morti avevano un’età compresa tra i diciassette e i quarantuno anni. Tra i feriti si contarono anche una donna ed un ragazzo di quindici anni.
L’esercito sostenne che i parà avevano sparato in risposta a colpi di arma da fuoco esplosi al loro indirizzo, ma nessuna arma verrà mai rinvenuta addosso alle vittime, molte delle quali furono uccise, secondo il resoconto di diversi testimoni, mentre si stavano allontanando o avevano dimostrato chiaramente di essere disarmati e non potevano costituire alcuna minaccia per la sicurezza dei soldati.
Fra i molti esempi che si ricordano vi è quello del trentunenne Patrick Joseph Doherty, colpito alla schiena mentre cercava di trovare riparo nel piazzale di Rossville Flats, e che fu fotografato più volte prima e dopo la morte. Il soldato che gli sparò sostenne che Doherty era armato, ma nessuna fotografia lo mostra con un arma in pugno, e i test condotti per rintracciare residui di polvere da sparo sulle sue mani diedero risultato negativo.
Bernard McGuigan stava accorrendo in aiuto di Doherty appena colpito e agitava un fazzoletto bianco verso i soldati, quando un colpo lo centrò nel retro della testa uccidendolo all’istante. Probabilmente il caso più emblematico della “minaccia” posta dalle vittime quel giorno è dato da Gerard McKinney colpito in Glenfada Park.
Numerosi testimoni lo videro un attimo prima di cadere mentre a mani alzate gridava “Non sparate!”, ma pochi istanti dopo fu raggiunto da un proiettile in pieno petto che uscì dal fianco del corpo, senza penetrare gli arti superiori o le mani, cosa che dimostrava, al di là di qualsiasi possibile dubbio, che le sue braccia erano effettivamente alzate quando venne colpito.
Il governo britannico, preoccupato per l’accaduto, annunciò il giorno dopo un’inchiesta ufficiale che fu condotta da Lord Widgery. Nella sua relazione finale prodotta dopo 10 settimane, il magistrato esonerava l’esercito e gettava sospetti sulle vittime, suggerendo che quella domenica a Derry molti erano in possesso di armi e bombe a mano. Durante gli anni successivi furono in molti fra i parenti delle vittime e le istituzioni legate alla causa nazionalista a chiedere una nuova inchiesta, che sarà infine avviata da Tony Blair nel 1998.
La nuova indagine, condotta da Lord Saville, è durata 12 anni e si è chiusa nel 2010. Dopo aver raccolto oltre 900 testimonianze e vagliato i tragici fatti del Gennaio del ’72, questa ha stabilito la totale innocenza delle vittime e attribuito all’esercito britannico la responsabilità dell’accaduto, definito successivamente dal primo ministro David Cameron “ingiustificato ed ingiustificabile”. Le famiglie delle vittime hanno ritenuto che le conclusioni dell’inchiesta abbiano ristabilito un minimo di giustizia, ma al contempo hanno lasciato aperta la questione dei procedimenti giudiziari da avviare nei confronti dei responsabili e di eventuali compensazioni.
A tutt’oggi nessuno è ancora stato dichiarato colpevole per la morte di 14 persone in seguito ai fatti del 30 gennaio 1972 a Derry.
Al Colonnello Derek Wilford, comandante del 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti a Derry e già esonerato da ogni responsabilità alla epoca dell’inchiesta di Widgery, venne conferita l’onorificenza dell’Ordine dell’impero Britannico, una tra le più importanti fra quelle del Regno Unito, 6 mesi dopo i fatti di Derry dalla Regina Elisabetta.

Alessandro Guardamagna