Il canto ribelle delle mondine. Una storia tutta al femminile di sorellanza, lotta ed emancipazione sessuale

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“Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare e sentirete la differenza di lavorar e di comandar. […]
E noi faremo come la Russia, suoneremo il campanello, innalzeremo falce e martello e grideremo viva Stalin.”

Oppalà! Non si scherza!

Poche canzoni mettono i brividi come “Se otto ore vi sembran poche” delle mondine, anche al millesimo ascolto.

Oggi corre l’anniversario della stesura del primo regolamento per la raccolta del riso (1912) che prevedeva, dopo anni di rivendicazioni e agitazioni contro quel lavoro così massacrante, la conquista della giornata lavorativa di otto ore per le mondine.

Mentre ascoltavo in mezzo alla campagna solitaria con lo smartphone i canti “Sciur padrun da li beli braghi bianchi“, “Son la mondina” e la loro versione di “Bella ciao” sono stato attraversato da una scarica elettrica.

Mi sembrava di essere in una risaia di Vercelli con l’acqua fino alle ginocchia a fare la “monda”, a piedi nudi e con la schiena curva per togliere le erbacce infestanti e trapiantare le pianticine. Nell’acqua fredda al mattino, sotto il sole bollente del pomeriggio, col pericolo della malaria, in mezzo a zanzare, sanguisughe, topi d’acqua e bisce.

In un Paese che ha visto il principale partito della sinistra stoppare la rivoluzione nel ’48, fare il compromesso storico, essere guidato da Occhetto, Veltroni e Renzi, penso che il canto delle mondine sia stato uno dei momenti più ribelli e autentici della storia della sinistra italiana. Non solo canti, le mondine erano delle combattenti che hanno scioperato durante il fascismo, imbracciato le armi nella Resistenza e sono state le protagoniste dei grandi scioperi agrari degli anni Quaranta e Cinquanta.

Chissà se oggi innalzerebbero inni all’ex Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi… o se per lui suonerebbero il campanello. Già.

Nelle risaie c’erano solo donne, giovani e meno giovani; gli uomini erano i sorveglianti che assicuravano il lavoro di 11-13 ore al giorno, dall’alba al tramonto, osservavano il sole dalla cima di un albero.

Si cantava per far passare il mal di schiena, per far passare le ore, per rafforzare i legami di amicizia e solidarietà.

La mondina di una squadra cominciava e l’altra di un’altra rispondeva. Un canto talvolta irriverente, per prendere in giro il padrone, che invece lo concepiva come un modo di organizzare il lavoro della risaia. Ai guardiani piaceva che le mondine cantassero perchè così non chiacchieravano tra loro, erano più concentrate e producevano di più.

Il canto imposto dal padrone diventò ben presto strumento di protesta e di liberazione dalle condizioni di lavoro durissime. Le voci si compattavano in un coro in cui ciascuna dava il meglio di sè, umile, senza cercare di emergere o prevaricare sulle altre, una grido collettiva che proclamava uguaglianza, emancipazione femminile, il ruolo della donna nella storia sociale del nostro Paese.

Il repertorio delle mondine pescava dalla tradizione popolare, lamentava la nostalgia per il fidanzato o il marito lontani, spaziava dai canti dei soldati a quelli anticlericali, anarchici, partigiani fino a quelli più politicizzati che inneggiavano al Sol dell’Avvenire.

Quella sorellanza fu motore di lotte e conquiste.

La bellissima Silvana Mangano del film “Riso amaro” lanciò nell’immaginario collettivo una visione sexy delle mondine. Poichè erano ragazze che stavano via da casa, fuori dal severo controllo della famiglia, vennero additate come portatrici di spregiudicatezza e di atteggiamenti provocatori verso gli uomini.


Su questo non c’è unanimità di vedute, neppure tra i cori delle mondine oggi attivi.

Ma anche se fosse, dove sarebbe il problema? Anzi, sarebbe un loro merito in più: aver infranto i tabù dell’epoca, aver affermato la libertà sessuale della donna.

Alla fine degli anni Sessanta, le mondine sparirono all’improvviso, non si videro più nelle campagne.

Presero il loro posto i diserbanti.

Quel canto meraviglioso cessò.

Peccato.

Certo che è facile fare i comunisti con la schiena degli altri…

Andrea Marsiletti